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LE PRIME DICHIARAZIONI DI CARLO DIGILIO

RELATIVE AGLI ATTENTATI DEL 12.12.1969

Carlo DIGILIO nel primo gruppo di interrogatori, resi sino alla primavera del 1995 (momento in cui è stato colpito da un ictus e quindi l’attività istruttoria in relazione alla sua persona è stata sospesa per molti mesi), aveva reso solo dichiarazioni molto timide e frammentarie per quanto concerneva gli attentati del 1969.

Aveva parlato degli accessi al casolare di Paese, ove si trovava la dotazione di armi e di esplosivi della struttura veneta (si veda in proposito, ampiamente, la parte terza della presente ordinanza), e del progetto di evasione di Giovanni VENTURA, cui Delfo ZORZI gli aveva chiesto di collaborare attivandosi per duplicare la chiave della cella (cfr. capitolo 24 della presente ordinanza).

In tale frangente Delfo ZORZI gli aveva confermato di avere partecipato non solo all’attentato alla Scuola Slovena di Trieste, ma di avere personalmente agito alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Milano, azione che era stata possibile grazie all’aiuto (non si sa se consapevole o inconsapevole)del "figlio di un direttore di Banca" (int. 12.11.1994, f.7, e memoriale allegato a tale interrogatorio).

Delfo ZORZI aveva anche aggiunto che il gruppo operativo, formato da lui stesso, da Giovanni VENTURA e da Marco POZZAN, dopo gli attentati ai treni dell’agosto 1969 e l’attentato alla Scuola Slovena dell’ottobre dello stesso anno, aveva migliorato le tecniche di approntamento degli ordigni (int. citato, f.7) risolvendo così i problemi tecnici che Giovanni VENTURA, già nel periodo degli accessi al casolare di Paese, gli aveva confidato essere stati risolti grazie all’aiuto di un elettricista (int.6.4.1994, f.7) che aveva fra l’altro suggerito l’utilizzo di fili elettrici al nichel-cromo.

Evidente è il richiamo all’intervento dell’elettricista Tullio FABRIS che effettivamente, a Padova, aveva inizialmente procurato a Franco FREDA i fili elettrici al nichel-cromo da usarsi come resistenza e poi, nel periodo successivo agli attentati ai treni, aveva consentito al gruppo, con la sua consulenza, di passare dal sistema di innesco e temporizzazione, certamente meno sicuro, costituito dall’utilizzo degli orologi RUHLA, al sistema semplice e affidabile costituito dall’utilizzo dei timers per lavatrice che lo stesso FABRIS aveva acquistato insieme a Franco FREDA.

E’ anche possibile, per ragioni di compartimentazione, che a Carlo DIGILIO effettivamente non sia stata fornita da ZORZI e VENTURA l’identità dell’elettricista, trattandosi di un contatto personale e quasi casuale di Franco FREDA e di una persona comunque estranea al gruppo, che aveva fornito inconsapevolmente un contributo tecnico parallelo a quello che era giunto da Carlo DIGILIO e dal prof. Lino FRANCO nel medesimo periodo.

Sempre con riferimento alla fase degli accessi al casolare di Paese, Carlo DIGILIO ha inoltre riferito sin dai primi interrogatori di avere visto nell’ufficio di VENTURA, a Castelfranco Veneto, due orologi RUHLA (int. 6.4.1994, f.6) e cioè gli orologi che costituivano una sorta di "firma" del gruppo veneto di Ordine Nuovo e che saranno usati, fra l’altro, come temporizzatori in quasi tutti gli attentati sui convogli ferroviari dell’8/9 agosto 1969.

Sempre nei primi interrogatori, Carlo DIGILIO aveva inoltre riferito che Marcello SOFFIATI, evidentemente non convinto della strategia stragista condotta dal gruppo, era entrato in conflitto con Delfo ZORZI, lo aveva chiamato "mercenario" ed "assassino" con aperto riferimento agli esiti tragici degli attentati del 12.12.1969 e per tutta risposta era stato minacciato e malmenato da Delfo ZORZI (int.16.4.1994, f.6).

I primi elementi forniti da Carlo DIGILIO in merito alla strategia degli attentati erano stati quindi decisamente e volutamente parziali, ma i dettagli forniti (l’utilizzo degli orologi RUHLA, i fili elettrici al nichel-cromo, l’intervento di un elettricista e soprattutto l’insieme dell’ "attività" che si svolgeva a Paese in tema di preparazione di inneschi e di studio degli esplosivi) già si saldavano perfettamente con quanto era emerso molti anni prima nelle istruttorie di Padova, Treviso e Milano.

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LE SUCCESSIVE DICHIARAZIONI DI CARLO DIGILIO:

LA PRESENZA DEI TIMERS NEL GRUPPO

L’ACQUISTO DEI CANDELOTTI DI GELIGNITE

DA ROBERTO ROTELLI A MESTRE

A partire dall’autunno 1995, momento in cui è stato possibile riprendere gli interrogatori, Carlo DIGILIO ha reso dichiarazioni via via sempre più fitte e particolareggiate sul meccanismo che aveva portato agli attentati del 12.12.1969.

Egli ha in primo luogo rivelato che vi era stato un altro incontro operativo con Delfo ZORZI proprio nel periodo intercorrente fra l’attentato alla Scuola Slovena (ottobre 1969) e gli attentati del 12.12.1969 e che Delfo ZORZI in tale occasione, oltre a farsi ripetere da Carlo DIGILIO alcuni dettagli tecnici sull’approntamento degli inneschi per i congegni esplosivi, gli aveva rivelato che il gruppo ormai disponeva di un elettrotecnico che aveva insegnato l’uso di un timer per chiudere il circuito e provocare così l’esplosione in modo sicuro ed efficiente (int.4.1.1996, f.3, e 13.1.1996, f.2).

Nel corso dello stesso incontro Delfo ZORZI aveva ammesso dinanzi a Carlo DIGILIO che alle migliorie sul piano tecnico non aveva corrisposto un progresso degli uomini destinati a far parte del gruppo operativo in quanto egli aveva dovuto rinunziare ad utilizzare uno dei militanti che "beveva e parlava troppo ed era quindi inaffidabile" (int.21.1.1996,. f.3).

Le ulteriori confidenze di Delfo ZORZI chiudono quindi il cerchio in merito al provvidenziale intervento dell’ "elettricista" o "elettrotecnico" e cioè Tullio FABRIS, il quale aveva reso possibile il passaggio all’utilizzo da parte del gruppo di uno strumento semplice e al tempo stesso affidabile come i timers per lavatrice al fine di temporizzare la chiusura dei circuiti.

Tale parte del racconto di Carlo DIGILIO (resa, si badi bene, senza che egli nulla sapesse delle nuove dichiarazioni resa da Tullio FABRIS) si salda perfettamente con il racconto dell’elettricista padovano e ne conferma l’assoluta attendibilità ed il fatto che quanto insegnato a FREDA e VENTURA in merito al funzionamento dei timers nello studio dello stesso FREDA fosse stato da questi ultimi immediatamente comunicato a Delfo ZORZI nella prospettiva di un rapido utilizzo di tale nuova tecnica di innesco.

Il militante escluso da Delfo ZORZI per la sua scarsa riservatezza e affidabilità operativa è certamente Martino SICILIANO, il quale non fu più chiamato ad operare dopo gli attentati di Trieste e Gorizia dell’ottobre 1969.

Anche tale circostanza costituisce un importantissimo riscontro in quanto testimonia l’assoluta sincerità di Martino SICILIANO allorchè egli afferma di non essere stato utilizzato per l’operazione del 12.12.1969 per una complessa serie di ragioni, fra cui certamente il fatto che egli era stato individuato da alcuni investigatori della Questura di Trieste, probabilmente sulla base di una informazione confidenziale raccolta, come uno degli autori dell’attentato alla Scuola Slovena (int.SICILIANO, 12.9.1996, ff.4-5).

Con Delfo ZORZI vi era stato un successivo incontro, nel gennaio/febbraio 1970 a Mestre, e in tale occasione ZORZI aveva per la prima volta ammesso direttamente a Carlo DIGILIO quanto avrebbe in seguito confermato in occasione dell’incontro relativo al progetto di evasione di Giovanni VENTURA e cioè che egli aveva personalmente partecipato all’azione di Milano e che, nonostante tutti quei morti, tale azione "era stata importante perchè aveva ridato forza alla destra e colpito le sinistre nel Paese" ed "aveva fatto piacere e aveva goduto dell’appoggio dei Servizi" (int. 21.1.1996, f.7).

Si ricordi del resto, collocando il commento di Delfo ZORZI nel momento in cui era avvenuto, che all’inizio del 1970 si era ben lontani dall’individuare o anche solo ipotizzare la responsabilità di Ordine Nuovo per gli attentati e che, al contrario, l’Autorità Giudiziaria, sollecitata e diretta in tale direzione dalle "indagini" del Ministero dell’Interno, aveva imboccato decisamente la pista anarchica arrestando Pietro VALPREDA e i suoi compagni e trascurando, nella sostanza, di sollecitare investigazioni nella direzione opposta.

Carlo DIGILIO ha poi riferito, nei primi interrogatori resi dal momento in cui, grazie al miglioramento delle sue condizioni di salute, è stato possibile riprendere l’attività istruttoria, in quale modo il gruppo mestrino abbia potuto procurarsi una ingente quantità di gelignite.

Tale circostanza è della massima importanza in quanto le perizie svolte nel corso dell’istruttoria milanese nei confronti di FREDA e VENTURA erano giunte alla conclusione che tale tipo di esplosivo era altamente compatibile con parte di quello usato per gli attentati del 12.12.1969, mentre sicuramente era gelignite l’esplosivo rinvenuto all’Ufficio Istruzione di Milano il 24.7.1969 (cfr., in ordine alla compatibilità fra la gelignite e gli esplosivi usati negli attentati del 1969, anche l’accertamento tecnico affidato da questo Ufficio al Servizio di Polizia Scientifica presso la Direzione Centrale della Polizia Criminale, vol.15, fasc.5, ff.3 e ss.).

Carlo DIGILIO, in uno dei suoi primi interrogatori (27.11.1973, ff.1-2), aveva fatto un rapido accenno alla figura di Roberto ROTELLI, esperto sommozzatore, simpatizzante di destra della zona di Venezia-Lido, il quale era specializzato nel recupero, dalle navi affondate al largo di Venezia, di materiale nautico suscettibile di essere rivenduto, e che, proprio per tale attività, disponeva di forti quantità di esplosivo.

Proprio Roberto ROTELLI era colui che, alla fine degli anni ‘60, aveva venduto al gruppo mestrino una notevole quantità di candelotti di gelignite.

Ecco il racconto di Carlo DIGILIO reso in data 5.1.1996:

"""Roberto ROTELLI, di cui ho fatto cenno in precedenti interrogatori, aveva una società di recupero di materiale di valore da navi affondate. Quando c'era la necessità di sfondare paratie, utilizzava la gelignite che poteva essere calata senza difficoltà nella zona stagna delle navi; egli recuperava così soprattutto valori dalla zona della poppa dove c'erano gli alloggi del Comandante.

ROTELLI, quindi, disponendo di gelignite per questi lavori, aveva distratto una parte dell'esplosivo e mi disse che l'aveva messa nella sua casa di campagna.

Mi disse in seguito che era preoccupato perchè la gelignite aveva cominciato a trasudare e mi chiese consiglio.

Io mi meravigliai perchè teneva in casa roba tanto pericolosa e gli consigliai di avvolgere in carta di giornale tubo per tubo tutto l'esplosivo e di metterlo in sacchi di juta contenenti segatura, ciò al fine di assorbire tutta l'umidità.

ROTELLI mi disse in seguito di avere fatto effettivamente così e che aveva spostato l'esplosivo nel bunker sito sulle scogliere del Canale Alberoni-Petroli, esattamente il bunker che ho riconosciuto nelle fotografie che mi avete mostrato ieri al termine dell'interrogatorio.

Questo bunker aveva una porta metallica massiccia di cui ROTELLI aveva la chiave e ricordo che questa porta era dipinta con del minio in parte color grigio e in parte color rosso.

Domanda: Lei ha visto questi tubi di gelignite?

Risposta: ROTELLI me li mostrò quando mi chiese il consiglio a seguito del trasudamento dello stesso. Ricordo che si trattava di tubi di color rosso mattone.

Questi avvenimenti si collocano alla fine degli anni '60.

ROTELLI faceva traffici di questo genere soprattutto per denaro e del resto aveva svolto anche attività di contrabbando.

Era legato a Giampietro MONTAVOCI che come lui frequentava l'ambiente dei subacquei.

Delfo ZORZI conosceva ROTELLI in quanto questi era un simpatizzante di destra, e quando seppe che ROTELLI era in grado di procurare silenziatori iniziò a fargli "la corte" frequentandolo più assiduamente e in pratica per evitare un mio interessamento che avrebbe potuto causare da parte di ROTELLI l'aumento del prezzo.

ROTELLI vendette poi anche la gelignite a Delfo ZORZI, infatti mi disse che da quando aveva venduto a ZORZI la gelignite si sentiva più tranquillo perchè non correva più pericoli legati a quella detenzione.

Preciso che ROTELLI viveva al Lido di Venezia in località Quattro Fontane e aveva la casa colonica di cui ho appena parlato non distante dalla zona Quattro Fontane, ma dall'altra parte del canale.

A domanda dell'Ufficio, non so dove ZORZI abbia sistemato la gelignite dopo l'acquisto dal ROTELLI.

Posso ipotizzare, per via logica, che egli avesse trovato una sistemazione analoga a quella inizialmente usata al ROTELLI e cioè in un casolare isolato dell'entroterra di Mestre oppure che la gelignite sia stata depositata nel casolare di Paese senza che io potessi vederla""".

(DIGILIO, int. 5.1.1996, ff.1-3).

Nel successivo interrogatorio in data 13.1.1996, Carlo DIGILIO ha completato il racconto:

"""In merito alla gelignite, riprendendo il discorso già fatto nell'interrogatorio in data 5.1.1996, posso aggiungere che ROTELLI mi fece vedere i candelotti nella cantina della sua casaccia in zona Quattro Fontane.

I candelotti erano già nei sacchi di juta che erano almeno una diecina insieme alla segatura e alla carta di giornale.

Sulla base delle loro dimensioni, erano quindi 150/200 candelotti.

A domanda dell'Ufficio, per quanto mi risulta, ROTELLI all'epoca non aveva pratica nell'uso di esplosivi.

ROTELLI mi disse che intendeva vendere questo esplosivo che gli era costato circa 5 milioni investendo proventi del contrabbando di sigarette.

ROTELLI mi fece il nome di ZORZI come possibile acquirente e io gli risposi che la persona poteva andare bene, però doveva stare molto attento data la pericolosità del soggetto.

Tempo dopo incontrai ZORZI a Mestre e gli chiesi se ROTELLI lo avesse contattato ed egli mi rispose di sì.

In pratica io feci da intermediario in questo acquisto.

ZORZI mi chiese se secondo me l'affare era avvenuto in condizioni di sicurezza e io gli risposi che ROTELLI aveva tutto l'interesse a stare zitto perchè si trattava di un affare illecito.

Prima della vendita, ROTELLI mi aveva chiesto di valutare l'esplosivo e io gli chiesi da quanti anni lo aveva ed egli mi disse che erano un paio di anni.

Allora gli dissi che poteva calcolare l'aumento di valore del prezzo iniziale in base al tempo passato e aggiungere qualcosa per il suo guadagno.

Preciso che fui io a inserire questo concetto un po' bancario nel prezzo di vendita, anche in base alla mia formazione mentale.

ZORZI in seguito mi disse che aveva sistemato la gelignite in un posto asciutto e cioè un casolare del mestrino simile a quello che avevo visto a Paese.

Da suoi accenni ho ragione di ritenere che questo casolare potesse trovarsi a Spinea dove fra l'altro ZORZI e la sua famiglia avevano anche un interesse commerciale quale un negozio pelletteria o qualcosa del genere.

A D.R.: la vendita della gelignite si colloca fra il 1967 e il 1969, tempo prima dell'incontro fra me e ZORZI in cui egli disse che aveva dovuto disfarsi di un suo uomo.

A D.R.: ho appreso che in seguito il ROTELLI prese la licenza di fochino.

A D.R.: confermo che la gelignite che vidi era in candelotti di colore rosso mattone.

Posso precisare che io maneggiai nella cantina di ROTELLI tre candelotti perchè egli mi chiese di controllarne il livello di trasudamento. Ricordo che questi tre candelotti avevano un scritta jugoslava per tutta la loro lunghezza.

Voglio ribadire che ZORZI era molto preoccupato che si mantenesse la segretezza di questo acquisto e io lo tranquillizzai che nessuno di noi aveva l'interesse a parlarne.

Per la precisione vidi i candelotti due volte nella cantina, la prima volta quando non erano stati ancora messi, su mio consiglio, nei sacchi di juta e la seconda volta quando vi erano già stati messi.

Maneggiai i tre candelotti appunto per verificarne il trasudamento la prima volta e ROTELLI li estrasse da una scatola di cartone""".

(DIGILIO, int.13.1.1996, ff.2-3).

Il racconto di Carlo DIGILIO in merito all’acquisto dei candelotti di gelignite è certamente di grandissima importanza e costituisce una delle chiavi di interpretazione degli avvenimenti collegati alla campagna terroristica del 1969.

Gelignite avvolta in carta rossa paraffinata è stata infatti utilizzata per gli attentati dell’ottobre 1969 a Trieste e Gorizia e, come già si è accennato, è molto probabile che tale tipo di esplosivo abbia fatto parte di quello utilizzato per gli attentati del 12.12.1969 a Milano e a Roma.

Assai significativo è inoltre l’accenno fatto da Carlo DIGILIO ad un casolare nella zona di Spinea, utilizzato dal gruppo di ZORZI per le attività commerciali nel campo delle pelletterie, quale probabile luogo ove tale ingente quantità di esplosivo era stata occultata poichè, anni dopo, nel 1974, Marcello SOFFIATI, come si vedrà nel capitolo che segue, aveva fatto riferimento ad un casolare simile in relazione al prelevamento dell’ordigno transitato da Mestre a Verona.

I riscontri diretti e indiretti al racconto di Carlo DIGILIO in relazione alla persona di Roberto ROTELLI e alla disponibilità della gelignite da parte del gruppo sono inoltre numerosi e possono così essere evidenziati:

- Roberto ROTELLI, deceduto per cause naturali nel 1977, era effettivamente un simpatizzante di destra, titolare con Danilo PELLEGRINI di una società attrezzata per lavori marittimi e subacquei ed aveva altresì avuto vari procedimenti per reati comuni che ne testimoniano la disponibilità a traffici illeciti quali quelli descritti da DIGILIO (cfr. nota della Digos di Venezia in data 10.1.1994, vol.7, fasc.2, ff.302-303).

- l’audizione da parte di personale del R.O.S. Carabinieri di Danilo PELLEGRINI, per molto tempo socio di Roberto ROTELLI e di altre persone già vicine a quest’ultimo (cfr. verbali e nota riassuntiva del R.O.S. Carabinieri in data 12.1.1996, , vol.7, fasc.2, ff.23 e ss.), ha confermato che la società di recuperi subacquei disponeva di gelignite per le sue attività anche se Roberto ROTELLI, almeno sino al 1973, non era esperto nel diretto utilizzo degli esplosivi, circostanza questa che può spiegare le ragioni per cui egli aveva chiesto a DIGILIO dei consigli per evitare il trasudamento dei candelotti (cfr., in particolare, dep. Danilo PELLEGRINI, 11.1.1996, ff.34 e ss.).

Anche Pietro BATTISTON, del resto, ha accennato al fatto che l’esperto nelle tecniche atte ad evitare il trasudamento dell’esplosivo era nel gruppo Carlo DIGILIO e che il problema era sorto proprio in relazione a candelotti di gelignite (int. BATTISTON al P.M. di Milano, 29.9.1995, ff.1-2, vol.13, fasc.3).

- Anche Martino SICILIANO ha ricordato che Roberto ROTELLI era un simpatizzante di destra della zona del Lido, amico fra l’altro di DIGILIO, ROMANI, MOLIN e Gastone NOVELLA e che per la sua attività di recuperi da navi affondate disponeva di esplosivi (int. 18.3.1996, f.6).

Marco FOSCARI, inoltre, gli aveva riferito che ROTELLI era uno degli autori di un attentato che, all’inizio degli anni ‘60, aveva avuto un valore simbolico per la destra e cioè l’attentato al monumento alla "Partigiana", collocato a S. Elena.

Roberto ROTELLI, per avvicinarsi al monumento e per commettere l’episodio, aveva proprio sfruttato la sua abilità di subacqueo partendo dal Lido a nuoto e riguadagnando sempre a nuoto la riva dopo avere collocato l’ordigno (int. SICILIANO, 6.10.1995, f.6, e, in merito alle modalità dell’attentato, avvenuto il 26.7.1961, cfr. nota della Sezione Anticrimine dei Carabinieri di Padova in data 2.12.1995 e atti allegati, vol.8, fasc.2).

- Il bunker, risalente alla seconda guerra mondiale, nella zona del canale Alberoni/Petroli, indicato da Carlo DIGILIO come temporaneo luogo di occultamento della gelignite, è stato individuato in quello ancora esistente appunto lungo il Canale dei Petroli, nei pressi del Porto di Malamocco, un tempo in uso al Gruppo Subacquei San Marco di cui faceva parte Roberto ROTELLI (cfr. verbale di sopralluogo del R.O.S. Carabinieri in data 15.2.1996 e allegato album fotografico, vol.7, fasc.3, ff.8 e ss.).

In proposito Martino SICILIANO ha ricordato che quasi tutti i componenti del Gruppo Subacquei erano simpatizzanti di destra e che il bunker era frequentato da persone dell’ambiente di Ordine Nuovo di Venezia, fra cui Paolo MOLIN che probabilmente disponeva anche delle chiavi del medesimo (int. SICILIANO, 19.9.1996, ff.1-2).

- Gastone NOVELLA, simpatizzante di Ordine Nuovo nella zona del Lido di Venezia, ha tratteggiato la figura di Roberto ROTELLI in sintonia con le altre acquisizioni processuali, ricordando che si trattava di una persona che "per soldi si prestava a tutto: insomma, uno che aveva lo spirito del mercenario" (dep. 9.12.1995, f.3).

NOVELLA, croupier presso il Casinò di Venezia, ha inoltre riferito che il nome di Roberto ROTELLI veniva ricollegato, da voci d’ambiente, ad un attentato dimostrativo su una scala esterna del Casinò avvenuto all’inizio degli anni ‘60 (dep. citata, f.3).

- Inoltre Vincenzo VINCIGUERRA, sin dagli interrogatori resi a metà degli anni ‘80, dopo che egli aveva deciso di fare chiarezza sui rapporti intercorsi fra i suoi ex-camerati di Ordine Nuovo e gli apparati dello Stato, aveva riferito che il dr. Carlo Maria MAGGI, negli anni 1971/1972, aveva ceduto a lui e agli altri componenti della cellula di Udine tre candelotti di esplosivo proveniente dalla Jugoslavia facendo presente che si trattava di esplosivo di notevole potenza e quindi da utilizzare con particolare attenzione (int. VINCIGUERRA al G.I. di Brescia, 3.7.1985, vol.6, fasc.5, ff.24-25).

Il gruppo di Udine, non sapendo come utilizzare tale esplosivo e preferendo utilizzare per gli attentati in progettazione l’esplosivo da cava di cui disponeva, si era disfatto di tali tre candelotti.

La provenienza jugoslava e la considerevole potenza del materiale ceduto dal dr. MAGGI a VINCIGUERRA è in assonanza con il racconto di Carlo DIGILIO e non è escluso che tali candelotti provenissero dalla dotazione costituita dai candelotti acquistati da Roberto ROTELLI, parte dei quali, come ricordato da Carlo DIGILIO, erano appunto di provenienza jugoslava.

In conclusione, il racconto di Carlo DIGILIO ha trovato validi elementi di conferma sia in relazione alla figura e al ruolo di Roberto ROTELLI sia in relazione alla disponibilità da parte del gruppo mestrino dei candelotti di gelignite, circostanza questa di eccezionale importanza nel contesto degli avvenimenti del 1969.

35

L’ORDIGNO PRELEVATO A MESTRE DA MARCELLO SOFFIATI

E PORTATO A VERONA NELLA PRIMAVERA DEL 1974

Proseguendo l’esame in senso cronologico delle dichiarazioni di Carlo DIGILIO e pur spostandoci di qualche anno in avanti nella scansione temporale degli avvenimenti, il collaboratore, in data 4.5.1996, si è risolto a riferire un episodio importantissimo che probabilmente riguarda i preparativi di un’altra strage e cioè quella di Piazza della Loggia a Brescia, ma comunque si ricollega a quanto esposto nel capitolo precedente in quanto l’ordigno prelevato a Mestre e diretto in Lombardia proveniva ancora dall’arsenale di Delfo ZORZI.

Ecco il racconto di Carlo DIGILIO in merito a quanto avvenuto in Via Stella, a Verona, nel maggio del 1974:

"""Spontaneamente intendo riferire una circostanza della massima importanza e che riguarda la gravissima strage che avvenne a Brescia.

Qualche giorno dopo la cena con MAGGI, MINETTO e i due SOFFIATI di cui ho parlato nel precedente interrogatorio, e precisamente non più di 4 o 5 giorni dopo, Marcello SOFFIATI, su ordine del dr. MAGGI, fu mandato a Mestre a ritirare una valigetta da Delfo ZORZI e con questa valigetta, in treno, tornò a Verona nell'appartamento di Via Stella.

Io mi trovavo lì e vidi Marcello SOFFIATI letteralmente terrorizzato.

Mi fece vedere la valigetta, era tipo 24 ore, che conteneva una quindicina di candelotti, non so se dinamite o gelignite, ma comunque diversi da quelli che aveva procurato ROTELLI in passato e che erano entrati nella disponibilità di ZORZI.

Insieme ai candelotti vi era anche il congegno praticamente già approntato.

Era costituito da una normale pila da 4,5 volt e da una sveglia grossa di tipo molto comune con dei bilancieri che facevano rumore.

I fili erano già collegati tra la pila e la sveglia e quest'ultima, inoltre, aveva già il perno sistemato sul quadrante e le lancette con le punte piegate in alto per facilitare il contatto.

Notai che il quadrante della sveglia non era di vetro, ma di plastica.

Era una sveglia veramente dozzinale e di poco prezzo.

SOFFIATI era molto spaventato perchè anche se la sveglia era ovviamente ferma, egli temeva che in qualche modo il congegno potesse entrare un funzione poichè il perno era già ben inserito e il quadrante di plastica, se toccato si schiacciava e poteva creare anche involontariamente il contatto.

Io gli dissi che era stato un pazzo a portare quell'ordigno in treno da Mestre e di buttare via nell'Adige quella roba appena avesse potuto.

SOFFIATI però mi disse che su disposizione di MAGGI gli era stato in pratica ordinato di andare a Mestre per ritirare il congegno da ZORZI per portarlo poi a Milano, sempre in treno.

ZORZI aveva detto che per quell'operazione era disponibile a mettere a disposizione l'esplosivo e il congegno, ma non a fare altro.

SOFFIATI era preoccupato e spaventato, ma alla fine mi disse che non poteva fare altro che portare l'esplosivo dove gli era stato ordinato.

L'unica cosa che potei fare fu quella di sollevare un po' il perno dal quadrante svitandolo con grande attenzione e riducendo così il pericolo di un contatto non voluto.

Dopo pochissimi giorni vi fu la strage di Brescia.

Marcello apparve subito angosciato in modo terribile e da quel momento entrò in contrasto definitivo con ZORZI e MAGGI ed io gli consigliai di abbandonare definitivamente il gruppo.

Marcello SOFFIATI ebbe la netta sensazione che ZORZI intendesse eliminarlo ed infatti quando si trovò in qualche occasione a Mestre ebbe cura di tenere una pistola alla cintola.

Da quel momento, anche su mio consiglio, intensificò i viaggi all'estero, in particolare in Spagna, per tenersi lontano dall'ambiente.

In sostanza vi fu una progressione costituita dalla cena di Rovigo, di cui ho già parlato e che fu molto importante sul piano strategico, dalla cena a Colognola con MAGGI e MINETTO e appunto dall'arrivo di SOFFIATI a Verona con la valigetta.

Il tutto nel giro di pochi giorni.

Secondo me, in particolare a quella cena di Rovigo, fu decisa una vera e propria strategia di attentati che si inserivano nei progetti di colpo di Stato che vedevano uniti civili e militari e si inserivano nella strategia anticomunista del Convegno Pollio del 1965.

Marcello SOFFIATI parlò, come destinatari dell'ordigno, di gente delle S.A.M. a Milano, senza specificare nomi.

Faccio presente che quando vi fu la cena con MINETTO e MAGGI in cui quest'ultimo preannunziò l'attentato non disse in quale città sarebbe avvenuto, ma indicò genericamente il Nord-Italia.

Dopo quella cena io ero un po' spaesato e rimasi ospite da Marcello SOFFIATI in Via Stella e quindi ero lì quando lui partì per Mestre e ritornò a Verona sapendo di trovarmi""".

In merito al luogo ove l’ordigno era stato prelevato da Marcello SOFFIATI, in un successivo interrogatorio (15.6.1996, f.3) Carlo DIGILIO ha precisato:

"""Mi sono ricordato un particolare che mi sembra importante.

Quando Marcello SOFFIATI ritornò a Verona con la valigetta che Delfo ZORZI gli aveva dato, mi disse che il ritiro della stessa non era stato poi così semplice poichè aveva incontrato Delfo ZORZI a Mestre, ma aveva poi dovuto seguirlo in direzione di Spinea e si erano fermati a MIRANO dove ZORZI disponeva di una vecchia casa (Marcello la definì una casaccia) in cui teneva sia del materiale di pelletteria sia gli esplosivi.

Dal racconto di Marcello trassi l'impressione che fosse qualcosa di simile al casolare che avevo visto anni prima a Paese""".

Il fabbricato indicato, sia pure indirettamente, da DIGILIO è stato individuato, anche grazie alla deposizione di Pietro LEVORATO che vi aveva lavorato all’inizio degli anni ‘80 per conto di Rudi ZORZI (dep. LEVORATO a personale del R.O.S., 18.7.1996), in quello ubicato in Via Miranese 104, al confine tra il territorio del Comune di Mirano e il territorio del Comune di Spinea (cfr. nota R.O.S. e allegati rilievi fotografici, 24.7.1996, vol.6, fasc.4, ff.46 e ss.).

Anche Martino SICILIANO si era recato in quel luogo alla metà degli anni ‘70 ricordando che all’epoca si presentava come un modesto casolare di campagna in mattoni rossi (mentre attualmente, dopo la ristrutturazione, ha l’aspetto di un capannone commerciale) e che già da parecchi anni i fratelli ZORZI e Roberto LAGNA lo utilizzavano per gli aspetti illeciti dell’attività commerciale che svolgevano nel campo della pelletteria, apponendo, all’interno dello stesso, i marchi di fabbrica falsi di Gucci o Valentino sulla merce destinata all’esportazione nei Paesi orientali (int. SICILIANO, 16.6.1996, ff.1-1; 2.8.1996, f.3).

Era impiegato in tale attività non solo Pietro LEVORATO (all’epoca cognato di SICILIANO avendone sposato la sorella Franca), ma anche Stefano TRINGALI, altro uomo di fiducia di Delfo ZORZI, e Martino SICILIANO ha ricordato che, oltre al casolare sito fra Mirano e Spinea, il gruppo disponeva, nei dintorni, di uno o due altri casolari simili, utilizzati per le medesime attività illecite (int. 16.6.1996, f.2).

Quanto riferito da Marcello SOFFIATI a Carlo DIGILIO, e cioè il prelevamento dell’ordigno nei pressi di Mestre in un casolare nella disponibilità del gruppo di Delfo ZORZI, è quindi del tutto verosimile e non è da escludersi che tale fabbricato, sicuro e lontano da occhi indiscreti, sia stato utilizzato sin dalla fine degli anni ‘60 come deposito di armi ed esplosivi in parallelo al casolare di Paese e poi, quando quest’ultimo era stato abbandonato (probabilmente non oltre l’inizio del 1970), in sostituzione dello stesso.

Infatti il casolare di Paese, facilmente raggiungibile da Treviso per VENTURA e da Padova per i componenti della cellula di Franco FREDA, era invece piuttosto distante da Venezia e quindi è verosimile che il gruppo mestrino/veneziano avesse bisogno di un nascondiglio di pronto uso e più prossimo alla zona ove operava e questo poteva appunto essere il casolare di Mirano.

E’ probabile che tale casolare, in qualche fase dell’attività del gruppo, sia stato anche il deposito della grande quantità di candelotti di gelignite, acquistati da Roberto ROTELLI , che Carlo DIGILIO non aveva mai notato nel casolare di Paese e il cui trasporto in un luogo lontano, anche per ragioni di sicurezza connesse ai rischi di trasudamento di tale tipo di esplosivo, poteva non essere ritenuto opportuno.

Tornando al racconto di Carlo DIGILIO in merito all’arrivo di Marcello SOFFIATI in Via Stella, a Verona, con l’ordigno prelevato a Mestre, si deve ricordare che Pietro BATTISTON e Roberto RAHO hanno fornito di tale episodio un racconto involontario ed anticipato che difficilmente può essere messo in discussione.

Infatti nella conversazione registrata nel settembre 1995 grazie all’intercettazione ambientale disposta dal P.M. di Venezia e illustrata nel capitolo 5, BATTISTON e RAHO si erano rallegrati che Carlo DIGILIO, di cui era ormai nota all’ambiente la scelta di collaborazione, non avesse comunque ancora parlato del fatto che Marcello SOFFIATI era partito il giorno prima della strage di Brescia alla volta di tale città con una valigia piena di esplosivo, e cioè proprio dell’episodio gravissimo che DIGILIO avrebbe riferito in termini analoghi qualche mese dopo, sviluppando le proprie dichiarazioni.

Si ricordi ancora che un altro significativo riscontro è costituito dal rinvenimento nell’abitazione di Silvio FERRARI (saltato in aria a Brescia pochissimi giorni prima della strage mentre stava trasportando un ordigno a bordo della propria motoretta) di un candelotto di gelignite proprio di marca jugoslava, corrispondente quindi al tipo di esplosivo di cui le strutture veneta e lombarda di Ordine Nuovo si erano procurate una grande quantità già a partire dalla fine degli anni ‘60 (cfr. verbale di sequestro in data 10.6.1974, vol.17, fasc.5, f.4 e perizia disposta dal G.I. di Brescia, ff.23 e ss.).

Non è possibile, allo stato, sapere se i candelotti e il congegno di innesco transitati a Verona e diretti con Marcello SOFFIATI alla volta di Milano e Brescia nel maggio 1974 siano stati poi effettivamente utilizzati, in tutto o in parte, per il confezionamento dell’ordigno deposto in Piazza della Loggia, a Brescia, in un cestino di rifiuti, la mattina del 28.5.1974.

E’ comunque certo che tale episodio, descritto da Carlo DIGILIO e corroborato da importanti riscontri, costituisce un elementi significativo della stabile operatività della struttura di Ordine Nuovo dalla fine degli anni ‘60 quantomeno sino al 1974, del raccordo strategico fra il gruppo veneto e i militanti della Lombardia e della costante disponibilità e preparazione di ordigni esplosivi di altissima capacità offensiva.

36

L’ATTENTATO ALL’UFFICIO ISTRUZIONE DI MILANO

DEL 24 LUGLIO 1969

GLI ATTENTATI AI TRENI DELL’8/9 AGOSTO 1969

L’ATTENTATO DI GRUMOLO DELLE ABBADESSE DEL 28 MARZO 1971

Carlo DIGILIO è stato colto da un moto di stizza allorchè ha avuto notizia delle dichiarazioni del Procuratore Aggiunto di Milano, dr. Gerardo D’Ambrosio, in occasione della commemorazione della strage di Piazza Fontana tenuta a Palazzo Marino il 12.12.1996, dichiarazioni da cui traspariva un disinteresse di tale Ufficio per gli elementi emersi in merito al "controllo senza repressione" dell’attività di Ordine Nuovo da parte delle strutture informative americane, al coinvolgimento di queste ultime negli avvenimenti del 1969 e alla conseguente coniugazione, sul piano politico/strategico, della c.d. pista interna, e cioè l’attività di collusione e depistaggio dei nostri servizi di sicurezza, con la c.d. pista internazionale, in realtà due facce della medesima medaglia.

Poichè anche gli interventi fuori luogo sono talvolta utili, Carlo DIGILIO, il 14.12.1996, al momento dell’apertura dell’interrogatorio, ha inteso spontaneamente rivelare quanto a sua conoscenza (e mai riferito prima) in merito all’attentato all’Ufficio Istruzione di Milano, episodio che aveva visto l’interessamento e il coinvolgimento proprio dell’ufficiale americano suo superiore, intendendo così anche confermare il ruolo svolto da tale struttura negli avvenimenti più gravi.

Carlo DIGILIO ha inteso, con tale racconto, rivolgersi in un certo senso anche al dr. D’Ambrosio, oggetto del suo moto di stizza, rivelando un episodio che, in base al suo ricordo, coinvolgeva direttamente il magistrato, ma sotto questo profilo è incorso in una sorta di sovrapposizione in quanto è vero che all’epoca il dr. D’Ambrosio svolgeva l’attività di giudice istruttore, ma non conduceva ancora le indagini sul terrorismo di destra e l’attentato, quindi, aveva un valore dimostrativo ed era diretto contro l’Ufficio Giudiziario in quanto tale e non contro uno specifico magistrato.

Ecco, comunque, il racconto di Carlo DIGILIO, assai dettagliato e preciso ad eccezione del parziale errore in merito all’obiettivo, dovuto all’emotività del momento:

"""Negli ultimissimi giorni, tramite la televisione e la stampa che mi è stata letta da mio cognato, in particolare Il Corriere della Sera, Il Giornale e La Repubblica, ho saputo che, in occasione delle commemorazioni per gli attentati del 12 dicembre 1969 e relative manifestazioni, la Procura di Milano ha espresso scarsa considerazione sulla fondatezza dell'interessamento della C.I.A. in relazione ai gravi avvenimenti di cui ho parlato nel corso dei miei interrogatori e ciò nonostante io abbia evidenziato moltissimi fatti e sia stato l'unico, anche a rischio della mia vita, a parlare dell'attività di una simile struttura.

Questa cosa mi ha molto stizzito perchè ho detto la verità e ritengo di avere detto cose molto importanti, che sono state verificate e servono a far luce sulla strategia di quegli anni".

L'Ufficio dà atto che effettivamente, in particolare il giorno 13 dicembre sono apparse sulla stampa e anche in televisione delle sintesi dell'intervento svolto dal Procuratore Aggiunto di Milano, dr. D'Ambrosio, in occasione della commemorazione ufficiale relativa agli attentati del 12.12.1969 avvenuta in una sala di Palazzo Marino a Milano e che da tale intervento, come concordemente riportato da tali organi di informazione, emerge lo scarso interesse attribuito da tale Ufficio al possibile coinvolgimento di strutture americane in particolare nei fatti del dicembre 1969.

DIGILIO prosegue: "Poichè le cose stanno così e poichè mi sembra che non sia stato dato il giusto peso a quanto ho rivelato su ciò che gli americani sapevano, intendo immediatamente rivelare un altro episodio molto grave che riguarda proprio la persona del dr. Gerardo D'Ambrosio.

PROGETTO DI ATTENTATO CONTRO

IL DR. GERARDO D'AMBROSIO

In un periodo di tempo che, quantomeno in questo momento, non sono in grado di collocare con esattezza, ma che comunque cercherò di fissare in base ad altri ricordi dell'epoca, venne a Venezia il capitano David CARRET, allora già mio referente nella struttura C.I.A.

Mi contattò tramite il solito sistema di cui ho già ampiamente parlato e cioè collocando un bigliettino nella buca delle lettere di casa mia a Sant'Elena.

Ci incontrammo, come facevamo di solito, all'entrata del Palazzo Ducale in San Marco e mi disse che intendeva parlarmi di una cosa molto delicata.

Mi disse che la sua struttura aveva saputo a Roma, dall'ambiente di Ordine Nuovo, che tale organizzazione stava progettando un grave attentato con esplosivo contro la persona del Giudice milanese, dr. D'Ambrosio.

Mi spiegò che tale attentato era stato ispirato da servizi segreti italiani e in particolare la medesima struttura che aveva ispirato e spinto Delfo ZORZI e il suo gruppo alla catena di attentati da loro commessi.

Non mi specificò quale, fra le varie esistenti all'epoca, fosse tale struttura italiana e del reto io non ero sufficientemente titolato a chiedergli spiegazioni del genere e non sarebbe stato consono ai nostri rispettivi ruoli.

Mi disse che molto probabilmente, visto che io avevo già svolto il ruolo di "consulente" recandomi al casolare di Paese ed ero conosciuto come tecnico, chi stava preparando tale attentato mi avrebbe in qualche modo contattato o comunque interpellato per farmi controllare il corretto funzionamento dell'ordigno.

Faccio presente che certamente il capitano CARRET aveva saputo dei miei due accessi al casolare di Paese tramite le relazioni del prof. Lino FRANCO.

CARRET mi spiegò che un attentato di tal genere era contrario alla loro politica e alle direttive dei servizi americani e del generale WESTMORELAND che pure raccomandavano una durissima opposizione ai comunisti, ma senza però provocare vittime in modo indiscriminato e che quindi un'azione del genere non era ammessa e doveva essere contrastata anche per le ripercussioni che aveva avuto.

Mi chiese quindi di attivarmi, qualora fossi stato coinvolto, per vanificare e sabotare tale progetto.

Faccio presente ancora, per comprendere il contesto degli avvenimenti, che io avevo grande stima del capitano CARRET che era un militare di grande esperienza ed equilibrato.

Effettivamente circa un mese e mezzo dopo, il dr. MAGGI mi telefonò avvisandomi che avrei avuto una visita.

Faccio presente che per comunicazioni di tal genere il dr. MAGGI telefonava sempre, per motivi di sicurezza, non da casa ma dall'Ospedale o da un telefono pubblico.

Mi specificò che era stato lui a dare il mio indirizzo a questa persona che comunque era una mia vecchia conoscenza.

Il giorno dopo venne a casa mia Giovanni VENTURA; ricordo che si presentò vestito in modo un po' particolare, con occhiali da sole e un foulard e sembrava uno dei tanti turisti che girano per Venezia.

Era solo e aveva con una borsa di pelle nera.

Mi disse che mi doveva dare un "ingrato compito" e cioè verificare se l'ordigno che si trovava nella borsa era stato confezionato secondo le regole di sicurezza per chi lo avrebbe trasportato.

Mi fece vedere quanto aveva con sè e tirò fuori dalla borsa una delle solite scatole militari portamunizioni, del tutto identica a quelle che avevo visto al casolare di Paese.

All'interno c'era un ordigno che così descrivo: c'era un tubo Innocenti sui 20 centimetri di lunghezza saldato ad un'estremità, mentre dall'altra aveva una filettatura a cui era avvitato un tappo. All'interno del tubo, che svitai, c'era della gelignite sfusa e un sacchettino di plastica con il solito orologio Ruhla già pronto con il buco e il perno, una pila da 9 volt, almeno così la ricordo, e dall'orologio partiva il filamento al nichel-cromo e il fiammifero antivento che serviva da accensione. Oltre a questo tubo, parte nella scatola e parte nella borsa, c'erano altri 4 o 5 candelotti di gelignite in carta rossa.

Notai che l'innesco era fatto bene e naturalmente la batteria non era collegata e l'orologio non era caricato.

Ricordo che il filamento era avvolto sul fiammifero e fermato ad esso con dello scotch.

VENTURA mi disse che aveva avuto quel congegno a Mestre dal gruppo di ZORZI e del resto io avevo riconosciuto la fattura dell'innesco che avevo già visto a Paese durante il secondo accesso.

VENTURA mi disse che era stato fortunato a riuscire a tornare libero, che si sentiva comunque perseguitato e che l'ordigno doveva essere usato contro il Giudice D'Ambrosio.

Io gli feci subito notare che un ordigno del genere era di grande potenza e avrebbe potuto provocare conseguenze più gravi di quelle di Piazza Fontana.

Gli spiegai comunque che l'ordigno era in condizioni di sicurezza per il trasporto, ma che comunque, per evitare conseguenze gravissime, si poteva al più utilizzare a fine intimidatorio solo il tubo che conteneva non più di mezzo candelotto di gelignite.

Inoltre, per creare ulteriori difficoltà all'esecuzione di un attentato potenzialmente tanto grave, staccai con una pinzetta la resistenza dal resto dell'orologio senza farmi notare da VENTURA che, mentre svitavo il tappo del tubo si era prudentemente ritirato in corridoio.

Richiusi il tubo prima che VENTURA si avvicinasse e così lui non se ne accorse.

VENTURA si trattenne a casa mia non più di un quarto d'ora e diede l'impressione di avere accolto il mio consiglio e infatti disse che si sarebbe disfato dell'esplosivo in più.

Lessi qualche giorno dopo sui giornali che era avvenuto a Milano un attentato dimostrativo ed esattamente il rinvenimento di un ordigno inesploso, mi sembra proprio nei pressi dell'Ufficio del dr. D'Ambrosio, e ricollegai quindi immediatamente tale episodio di intimidazione a quanto era avvenuto durante la visita di Giovanni VENTURA.

Passò ancora qualche giorno e rividi a Venezia CARRET con il medesimo sistema e nel medesimo posto.

Gli relazionai quello che avevo fatto ed egli si congratulò con me dicendo che avevo fatto un ottimo lavoro nel senso che avevo evitato una cosa molto grave.

Mi disse che la loro struttura era stufa di tollerare o appoggiare azioni di servizi segreti italiani che avevano superato i limiti e scherzavano con il fuoco.

Mi confermò, come già aveva fatto nel primo incontro, che erano concepite azioni dimostrative in senso anticomunista, ma non massacri indiscriminati.

Questo mi confermò quella che era stata sempre la mia sensazione e cioè che CARRET avesse un'etica militare e non fosse disposto ad oltrepassarla. Per quanto concerne il contesto in cui maturò il progetto, posso dire quanto segue.

Il capitano CARRET mi aveva detto che avevano recepito l'informazione sul progetto nell'ambiente di Ordine Nuovo di Roma.

Io avevo già saputo da SOFFIATI, in tempi precedenti, che Pino RAUTI era in contatto con la struttura C.I.A. con la veste di informatore e di fiduciario e ciò mi fu confermato dallo stesso capitano CARRET nel corso del secondo incontro, quando parlammo del modo in cui essi avevano acquisito la notizia del progetto""".

(DIGILIO, int. 14.12.1996, ff.1-4).

L’attentato descritto da Carlo DIGILIO è certamente quello del 24.7.1969 allorchè, in un corridoio dell’Ufficio Istruzione, sopra una mensola di marmo (l’attentato era infatti diretto contro l’Ufficio come tale e non contro un singolo magistrato), fu rinvenuto un ordigno inesploso, probabilmente ormai abbandonato da molte ore, formato da un tubo di metallo filettato con un coperchio avvitato e all’interno della gelignite sfusa, di colore rosso, e con il sistema di innesco formato da un orologio RUHLA, un detonatore e polvere nera.

L’ordigno era a sua volta celato all’interno di una scatola di cartone della lozione per capelli "Endoten", apparentemente abbandonata per caso (cfr. nota della Digos di Milano in data 18.12.1996 e atti allegati, vol.8, fasc.7, e copia della perizia disposta all’epoca dal Giudice Istruttore, vol.15, fasc.4, ff.19 e ss.).

L’ordigno, di fattura molto particolare, era quindi esattamente come è stato descritto da Carlo DIGILIO, ad eccezione della presenza della polvere nera e del detonatore al posto del fiammifero antivento, particolare che comunque il collaboratore ha precisato nel successivo interrogatorio in data 30.12.1996, nel corso egli ha anche spiegato le ragioni per cui aveva indicato erroneamente il Giudice Istruttore, dr. D’Ambrosio, come diretto obiettivo dell’attentato:

"""Ricordo che l'esplosivo era di colore rosso scuro ed era compresso nel tubo.

Il congegno di innesco era costituito dal solito orologio, e, ripensandoci meglio, era completato non dal fiammifero antivento, ma da polvere nera e da un detonatore.

Il filamento di lampadina, che funzionava da resistenza una volta chiuso il circuito, faceva accendere la polvere che faceva a sua volta accendere il detonatore provocando poi l'esplosione dell'ordigno.

Per quanto concerne il periodo in cui l'episodio è avvenuto, esso si colloca d'estate, qualche mese dopo il mio secondo accesso al casolare di Paese.

L'Ufficio a questo punto mostra a DIGILIO le fotografie allegate al rapporto della Digos di Milano in data 18.12.1996 concernente il fallito attentato avvenuto il 24.7.1969 in danno dell'Ufficio Istruzione di Milano essendo l'ordigno stato collocato in un corridoio di tale Ufficio.

DIGILIO, dopo avere visionato le fotografie, dichiara:

Le fotografie riproducono in ogni suo aspetto esattamente l'ordigno che aveva VENTURA e cioè tubo metallico filettato, orologio RUHLA con il solito perno, sacchetto di cellophane e fili elettrici con lo scotch adesivo.

L'attentato è quindi certamente quello di cui ho parlato.

L'Ufficio fa presente a DIGILIO che all'epoca il dr. D'Ambrosio non era ancora titolare di indagini concernenti la cellula padovana.

Evidentemente nel corso del precedente interrogatorio, anche in quanto ero molto turbato per le dichiarazioni che mi erano state lette, avevo sovrapposto due elementi e cioè l'obiettivo dell'attentato, che era appunto l'Ufficio Istruzione di Milano, e l'astio che il gruppo aveva maturato, negli anni successivi, contro il dr. D'Ambrosio, titolare delle indagini sulla strage di Piazza Fontana e sul gruppo veneto.

Il dr. D'Ambrosio era infatti divenuto solo in seguito, per noi e per tutta la destra, il nome noto all'interno dell'Ufficio Istruzione di Milano, e il fallito attentato, pur avendo per obiettivo il medesimo Ufficio, non era diretto contro la sua persona che non ci era ancora nota.

Comunque mi sembra di ricordare che VENTURA, quando venne a casa mia, fece cenno a qualche motivo di rancore contro la giustizia per qualche guaio giudiziario che aveva avuto.

Aggiungo che VENTURA ribadì anche che ordigni di quel tipo si potevano confezionare ed eseguire con una spesa di 100.000 lire. Egli faceva spesso di questi discorsi perchè era molto attaccato al denaro""".

(DIGILIO, int. 30.12.1996, ff.1-2).

Anche Martino SICILIANO, durane le riunioni tenute presso la libreria "Ezzelino" di Padova, aveva avuto notizia dell’attentato all’Ufficio Istruzione di Milano:

"""....ricordo che questo episodio avvenne nel 1969 in un periodo intermedio fra l'attentato al Rettore dell'Università di Padova, prof. Opocher, e il periodo degli attentati ai treni.

Se ne parlò alle riunioni tenute alla libreria Ezzelino, a Padova, con la presenza sia dei padovani sia dei mestrini, riunioni di cui ho già ampiamente parlato e che si collocano appunto poco prima degli attentati ai treni.

L'attentato al Palazzo di Giustizia di Milano era già avvenuto quando vi furono alcune di queste riunioni e i padovani fecero capire che era stato FREDA a deporre l'ordigno in quanto per via della sua professione di procuratore legale aveva più facile accesso al Palazzo di Giustizia.

Ricordo però che da tali discorsi emergeva che fosse stato VENTURA a spingere perchè l'attentato avvenisse in quel preciso luogo forse anche a causa di una questione personale nei confronti del Tribunale di Milano.

Ricordo proprio che l'obiettivo era stato ricordato nei discorsi alle riunioni come l'Ufficio Istruzione.

Preciso che le riunioni che si tennero nell'ufficetto della libreria Ezzelino furono in totale 4 o 5 e si tennero nel giugno/luglio del 1969 alla presenza dei soli militanti di sicuro affidamento.

Non vi furono riunioni a Padova dopo gli attentati ai treni anche perchè vi era la sensazione che la Polizia stesse stringendo i controlli e avesse focalizzato il gruppo FREDA soprattutto per l'attentato al prof. Opocher e l'incendio alla Sinagoga di Padova.

Quindi da quel momento gli incontri si spostarono sulla nostra zona, cioè a Mestre.

L'Ufficio mostra a SICILIANO le fotografie allegate alla nota della Digos di Milano del 18.12.1996 relative all'attentato all'Ufficio Istruzione di Milano del 24.7.1969.

Non avevo mai visto l'ordigno in questione, che peraltro ha una caratteristica particolare rispetto agli altri per la presenza di un cilindro filettato.

Rilevo invece che il congegno era contenuto in una scatola di lozione per capelli; tale particolare è perfettamente in sintonia con le "istruzioni" che venivano fornite proprio durante le riunioni di Padova.

Veniva infatti spiegato, in particolare da parte di FREDA, che nel caso in cui gli ordigni dovessero essere deposti in luoghi chiusi e frequentati, come potrebbe essere l'Università o altro ufficio pubblico, dovevano essere utilizzati contenitori esterni che dessero l'idea di un comune oggetto dimenticato.

Mi sembra del resto che in uno degli attentati di quel periodo, forse proprio quello in danno dello studio del Rettore dell'Università di Padova, sia stato utilizzato un libro "scavato" all'interno in modo da lasciare posto all'esplosivo.

Noto che anche in questo caso è stato utilizzato un orologio di marca RUHLA che è stata per molti anni una sorta di "firma" di Ordine Nuovo per gli attentati sia perchè erano orologi che costavano poco sia soprattutto per il richiamo di valenza simbolica ad un nome tedesco""".

(SICILIANO, int. 20.12.1996, f.2).

L’attentato all’Ufficio Istruzione di Milano era stato uno degli argomenti toccati da Giovanni VENTURA durante la lunga semi-confessione al Giudice D’Ambrosio il 17.3.1973.

Giovanni VENTURA aveva dichiarato di aver accompagnato Franco FREDA a Milano la sera precedente il giorno dell’attentato e di aver incontrato di notte, alla Stazione Centrale, un misterioso romano che aveva consegnato loro l’ordigno che tuttavia VENTURA non aveva personalmente deposto al Tribunale in quanto era partito immediatamente per Milano.

Sulla base di tale monca e in parte fantasiosa confessione, tipica dell’atteggiamento di VENTURA, sia FREDA sia lo stesso VENTURA sono stati condannati per l’episodio del 24.7.1969, al termine dei dibattimenti celebrati a Catanzaro e quindi esiste già una statuizione definitiva in ordine alla responsabilità della cellula padovana per tale attentato.

Il racconto di Carlo DIGILIO, tuttavia, consente ora di collocarlo con maggiore precisione all’interno della campagna terroristica del 1969, in quanto per la prima volta è emerso come effettivamente fu preparato l’ordigno, utilizzando ancora una volta i candelotti di gelignite, e soprattutto è emersa, anche in relazione a tale episodio, l’unità operativa fra la cellula padovana e la cellula mestrino/veneziana.

Di grande importanza per la ricostruzione complessiva è poi il coinvolgimento della struttura informativa americana, che era al corrente dei progetti del gruppo ed era favorevole ad un attentato meramente dimostrativo, come pure, ovviamente, l’indicazione di DIGILIO in merito ai rapporti fra tale struttura e il Centro Studi Ordine Nuovo di Pino RAUTI a Roma, rapporti che avevano evidentemente consentito agli americani di acquisire le notizie sul nuovo attentato che era in progettazione.

Sembra in sostanza che si fossero costituiti due rapporti fiduciari e di disponibilitò a rendere noti i propri progetti nel contesto di una linea strategica che poteva essere comune: a Roma fra il livello centrale della struttura informativa americana e direttamente i dirigenti del Centro Studi Ordine Nuovo; in Veneto, a livello periferico, fra Sergio MINETTO, fiduciario della struttura americana, e il dr. MAGGI, responsabile di Ordine Nuovo per il Triveneto.

Gli attentati sui dieci convogli ferroviari dell’8/9 agosto 1969, finalizzato soprattutto a dimostrare che la struttura terroristica disponeva di molte cellule ed era in grado di colpire contemporaneamente in ogni parte d’Italia (ottenendo così il risultato di spaventare al massimo la popolazione proprio mentre era in pieno svolgimento l’esodo estivo), hanno seguito di pochi giorni l’attentato più "mirato" e istituzionale contro l’Ufficio Istruzione di Milano.

Carlo DIGILIO ha descritto praticamente in diretta l’ultima fase preparatoria della giornata dell’8/9 agosto quando, il 16.5.1997, ha raccontato il suo terzo accesso al casolare di Paese e i passi salienti di tale interrogatorio sono ampiamente riportati nel capitolo 12.

Quel giorno, all’interno del casolare, VENTURA, ZORZI, POZZAN e DIGILIO avevano sistemato il tritolo e il congegno di innesco all’interno delle scatolette di legno preparate da POZZAN e le scatolette, impacchettate con carta da regalo affinchè non destassero sospetti quando fossero state deposte negli scompartimenti, erano state divise fra ZORZI e VENTURA i quali dovevano affidarle a chi materialmente avrebbe dovuto operare (int. 16.5.1997, ff.4-6).

Uno di questi era Marcello SOFFIATI il quale, alla Stazione di Mestre, aveva deposto uno dei pacchetti su un treno della linea Venezia-Milano, come DIGILIO aveva appreso pochi giorni dopo dallo stesso SOFFIATI (int. 13.7.1996, f.3), aiutato da un giovane veneziano, uomo di fiducia del dr. MAGGI (int. 16.5.1997, f.3), identificato, con un buon margine di probabilità, grazie agli atti trasmessi dal G.I. di Venezia, dr. Carlo Mastelloni, in Mario FASSIRON (int. 26.6.1997, f.3), purtroppo recentemente deceduto prima di poter essere interrogato.

Del restoCarlo DIGILIO, giò prima di tale accesso al casolare di Paese, aveva visto nell’Ufficio di Giovanni VENTURA, a Treviso, alcune scatole di legno molti simili a quelle che sarebbero poi state usate per contenere gli ordigni esplosivi da deporre negli scompartimenti dei treni (int. 13.7.1996, f.1) ed ha riconosciuto senza alcun dubbio, nelle fotografie raffiguranti le scatolette di legno che avevano contenuti i due ordigni rimasti inesplosi in occasione degli attentati dell’8/9 agosto 1969, i contenitori che erano stati preparai da Marco POZZAN nel casolare di Paese (int. 4.10.1996, f.3, con riferimento ai fascicoli dei rilievi tecnici trasmessi dal R.O.S. Carabinieri e dalla D.C.P.P. del Ministero dell’Interno).

Il dr. Carlo Maria MAGGI, inoltre, in una riunione di "consuntivo" tenuta a Colognola ai Colli nel settembre 1969, poche settimane dopo gli attentati, con la presenza di DIGILIO e SOFFIATI, aveva fatto presente che per gli attenatti dell’8/9 agosto erano stati utilizzati tutti i militanti disponibili delle cellule di Mestre, Trieste, Rovigo, Vicenza e Verona, così da realizzare un’altra tappa del programma e anche dare "una dimostrazione agli americani della capacità di agire in modo diffuso e coordinato" (int. 22.6.1996, f.3).

Spostandosi per un momento in avanti sul piano temporale, ma sempre in tema di attentati a linee ferroviarie commessi dall struttura veneta di Ordine Nuovo, merita di essere ricordato quanto riferito da Carlo DIGILIO in merito ad un grave episodio successivo, quello avvenuto in provincia di Vicenza, sulla linea ferroviaria all’altezza di Grumolo delle Abbadesse:

"""Ho acquisito nel gruppo alcune notizie in merito ad un attentato che avvenne in danno della linea ferroviaria nei pressi di Vicenza.

L'episodio si colloca in un periodo successivo agli attentati del 12.12.1969, ma precedente al prelevamento dell'avv. FORZIATI e alla sua presenza in Via Stella.

Me ne parlò Marcello SOFFIATI con toni critici, dicendomi che facendo attentati di questo genere si rischiava di ritonare a commettere episodi molto gravi che avrebbero danneggiato e non aiutato la nostra area politica.

Mi disse che in concomitanza con una visita del Maresciallo TITO in Italia, i triestini che avevano ovviamente forti motivi di odio nei confronti di TITO, aiutati dai mestrini, avevano fatto esplodere una carica su un binario nei pressi di una stazione di cui ricordo il nome: Grumolo delle Abbadesse.

Non conosco specificamente tale località, ma mi fu detto che era nella zona di Vicenza.

Il racconto di SOFFIATI avvenne poco tempo dopo il fatto, mentre ci trovavamo a Colognola in occasione di una festa in onore di Bruno SOFFIATI

Marcello mi fece cenno, quali responsabili dell'azione, NEAMI per il gruppo triestino e ZORZI per il gruppo mestrino""".

(DIGILIO, int. 29.10.1996, f.4).

Il grave attentato era effettivamente avvenuto il 28.3.1971, in concomitanza con una visita del Maresciallo TITO in Italia, e il treno passeggeri diretto a Venezia che era transitato poco dopo aveva rischiato di deragliare, con conseguenze facilmente immaginabili, salvandosi solo grazie alla sua velocità e al fatto che le cariche di esplosivo avevano fatto saltare un pezzo notevole di rotaia (circa 72 centimetri), ma non sufficiente a impedire che il convoglio oltrepassasse di slancio il pezzo mancante.

L’episodio era già emerso nell’istruttoria concernente l’attentato di Peteano, in quanto Vincenzo VINCIGUERRA aveva riferito al G.I. di Venezia di essersi incontrato, uno o due giorni dopo l’attentato, a Mestre nella sede di Ordine Nuovo, con MAGGI, ZORZI, PORTOLAN e forse Francesco NEAMI e durante la riunione ZORZI e PORTOLAN gli avevano confidato di aver appena compiuto l’attentato sulla linea ferroviaria quale risposta al viaggio di TITO in Italia.

La mancanza, all’epoca, di altri elementi di prova e alcune imprecisioni in cui era incorso VINCIGUERRA (egli, probabilmente per errore di memoria, aveva inizialmente riferito che l’attentato era avvenuto in provincia di Vercelli invece che in provincia di Vicenza) avevano imposto al Giudice il proscioglimento istruttorio dei quattro indiziati (cfr. sentenza-ordinanza del G.I. di Venezia nel procedimento 1/89 G.I. depositata in data 29.1.1993, vol.7, fasc.2, ff.134 e ss.).

A distanza di tanti anni, le dichiarazioni di VINCIGUERRA, all’epoca isolate, hanno trovato conferma in quelle di Carlo DIGILIO ed è significativo che la comune operatività del gruppo di Mestre/Venezia e del gruppo di Trieste, anche negli anni successivi al 1969, sia confermata anche da questo episodio.

Poichè già nell’istruttoria condotta dall’A.G. di Venezia agli indiziati era stato contestato il reato di concorso in strage, in ragione dell’elevato pericolo di deragliamento che aveva corso il convoglio, l’interrogatorio di Carlo DIGILIO del 29.10.1996 è stato trasmesso da questo Ufficio alla Procura della Repubblica di Milano per l’eventuale diretto esercizio dell’azione penale in connessione con gli altri fatti di strage ascritti al gruppo o, in alternativa, per la trasmissione degli atti alla Procura della Repubblica di Vicenza competente per territorio.

37

IL PREANNUNZIO DA PARTE DEL DR. MAGGI

DEGLI ATTENTATI DEL 12.12.1969

E GLI AVVENIMENTI IMMEDIATAMENTE PRECEDENTI TALE DATA

Carlo DIGILIO, con gli interrogatori resi a questo Ufficio soprattutto a partire dall’autunno 1996, ha cominciato ad entrare nel vivo degli avvenimenti che hanno preceduto la giornata del 12.12.1969 anche se, con ogni probabilità, il suo racconto è ben lungi dall’essere completo e dovrà ancora essere sviluppato e approfondito all’interno delle indagini collegate in corso presso la Procura della Repubblica di Milano.

Dopo la riunione di consuntivo del settembre 1969, relativa agli attentati ai treni e di cui si è già parlato nel capitolo precedente, la "progressione criminosa" della struttura veneta di Ordine Nuovo non si era certo conclusa ed anzi si stava avvicinando alla fase culminante dell’operazione terroristica.

All’inizio di ottobre del 1969 vi erano stati gli attentati di Trieste e Gorizia, ulteriore prova generale illustrata nel capitolo 15 di questa ordinanza, e, alla fine di ottobre, Carlo DIGILIO aveva nuovamente incontrato Delfo ZORZI a Mestre:

"""Il fatto che si stesse preparando qualcosa di importante mi era del resto già stato reso evidente da un altro incontro che avvenne con Delfo ZORZI a fine ottobre 1969 a Mestre.

Sono certo della data in quanto ricordo che si trattava di pochi giorni prima delle festività dei Santi e dei Morti e il ricordo di tali ricorrenze in quell'anno è per me vivo in quanto collegato al fatto che dovetti cambiare la lampada votiva sulla tomba di mio padre che era stata infranta da vandali i quali avevano anche scritto frasi oltraggiose nei confronti del Corpo della Guardia di Finanza a cui mio padre apparteneva.

Anche in tale occasione fu ZORZI a chiamarmi al telefono dandomi appuntamento in Corso del Popolo e l'incontro si limitò ad alcuni discorsi sui temi legati al funzionamento e all'innesco degli ordigni esplosivi senza che ZORZI portasse e mi mostrasse del materiale.

In particolare egli mi chiese se i candelotti di gelignite, di cui lui già disponeva, potevano essere usati interi e cioè essere inseriti in una cassetta metallica senza prima essere tagliati a metà.

In particolare ZORZI si era convinto che se fossero stati usati i candelotti interi in una cassetta metallica vi era la possibilità che non sarebbero esplosi completamente e che quindi la cosa migliore era quella di tagliarli.

Io gli risposi che era un'idea assolutamente infondata in quanto i candelotti sono fatti per essere utilizzati interi e anzi tagliarli a metà costituisce un ulteriore pericolo soprattutto se si usa una lama metallica che potrebbe anche causare una scintilla e farli esplodere durante tale operazione""".

(DIGILIO, int.17.5.1997, f.9).

I dubbi espressi da Delfo ZORZI a Carlo DIGILIO trovano riscontro nel fatto che, per ragioni che non sono del tutto chiare, i candelotti di gelignite utilizzati per gli attentati di Trieste e Gorizia erano stati tagliati a metà, come è chiaramente visibile dal fascicolo dei rilievi fotografici relativi a tali attentati (cfr. vol.14, fasc.3, f. 5-bis).

E’ possibile che tale operazione fosse semplicemente dovuta al fatto che altrimenti i candelotti sarebbero entrati a fatica nelle cassette militari che dovevano contenere l’ordigno.

Carlo DIGILIO aveva comunque fornito a ZORZI, anche in tale occasione, i suoi consigli in merito alle modalità di maneggio dell’esplosivo che certamente stava per essere nuovamente utilizzato.

Carlo DIGILIO ha iniziato ad affrontare l’argomento concernente gli avvenimenti successivi al settembre/ottobre 1969 in modo molto limitato affermando, nell’interrogatorio in data 30.8.1996, che all’inizio di dicembre 1969 il dr. MAGGI gli aveva comunicato che nel giro di una settimana vi sarebbero stati "gravi attentati", che era necessario cautelarsi procurandosi un alibi per ciascuna giornata e che dovevano essere avvertiti Giorgio BOFFELLI ed anche i simpatizzanti più giovani affinchè, grazie soprattutto all’esperienza dello stesso BOFFELLI, fossero evitati i rischi connessi ad eventuali reazioni degli avversari politici di estrema sinistra (f.3).

Era anche necessario, secondo le indicazioni del dr. MAGGI, far sparire armi ed altro materiale compromettente dalle abitazioni dei militanti, in previsione di perquisizioni, e infatti Carlo DIGILIO si era subito liberato di munizioni che deteneva in casa illegalmente (int. 9.10.1996, f.12).

Anche lo stesso dr. MAGGI si sarebbe preparato un alibi per i giorni cruciali, allontanandosi da Venezia per recarsi in montagna e interrompendo apparentemente i contatti con i militanti (int. 10.9.1996, f.3).

L’ordigno fatto visionare da Delfo ZORZI, il 6 o 7 dicembre, a Carlo DIGILIO in una zona isolata di Mestre, lungo un canale, in sintonia con il preannunzio del dr. MAGGI, sarà l’oggetto dell’esposizione del prossimo capitolo.

Riprendendo invece, per comodità di lettura, il filo dei rapporti con il dr. MAGGI in quel dicembre 1969, Carlo DIGILIO ha dichiarato di averlo rivisto pochissimi giorni prima del Natale 1969, affrontando con lui, subito, il problema degli avvenimenti del 12.12.1969.

Questa era stata la risposta del dr. MAGGI:

"""Io rividi MAGGI pochissimi giorni prima del Natale 1969, appunto appena rientrò da Sappada, e gli chiesi una giustificazione ed una spiegazione di quanto era successo a Milano e Roma.

Egli mi rispose che non dovevo fare critiche nè di tipo morale, nè di tipo strategico, in quanto i fatti del 12 dicembre erano solo la conclusione di quella che era stata la nostra strategia maturata nel corso di anni e che c'era una mente organizzativa al di sopra della nostra, che aveva voluto questa strategia.

Io gli risposi che in questo modo la destra avrebbe perso credito ed in più noi tutti avremmo rischiato di persona. Lui mi rispose che non dovevamo preoccuparci, perchè chi aveva organizzato questa strategia aveva anche pensato a come portare le indagini su altri e così effettivamente stava succedendo""".

(DIGILIO, int.10.9.1996).

Era giunto a Venezia, quel medesimo giorno, anche Marcello SOFFIATI con il quale DIGILIO aveva potuto parlare separatamente prima dell’incontro con il dr. MAGGI:

"""Nei giorni di Natale venne poi a Venezia il SOFFIATI, anche per fare i saluti ai camerati, ed io riuscii a parlargli in modo appartato. Marcello mi disse che per fortuna MAGGI non lo aveva "mosso" per i fatti del 12 dicembre e ne era contento, visto come erano andate le cose. Aggiunse che, invece, MAGGI si era occupato personalmente di "muovere" alcuni elementi di Trieste che erano andati a Roma per integrare la parte dell'operazione che era avvenuta a Roma, parte che era stata gestita soprattutto da DELLE CHIAIE che egli indicò in forma un po’ dispregiativa comeCaccola """.

(DIGILIO, int.10.9.1996).

In un successivo interrogatorio, Carlo DIGILIO ha descritto con maggior precisione la cena allo Scalinetto in cui era stata fatta una sorta di consuntivo dell’operazione:

"""Ci incontrammo allo Scalinetto a cena io, SOFFIATI e il dr. MAGGI e quest'ultimo offrì la cena.

Io riuscii a parlare con Marcello in modo appartato prima che arrivasse MAGGI e che la cena iniziasse.

Qui Marcello mi disse, come ho già accennato, che ringraziava il cielo che MAGGI non lo avesse utilizzato per i fatti del 12 dicembre e che invece lo stesso MAGGI aveva "mosso" elementi di Trieste che erano stati inviati a Roma.

Quella sera si lasciò un po' andare e aggiunse che per gli attentati del 12 dicembre erano partiti alla volta di Milano Delfo ZORZI e i mestrini di sua fiducia viaggiando con la FIAT 1100 di MAGGI.

Ebbi così conferma di quello che mi aveva detto lo stesso MAGGI pochi giorni prima e che cioè la responsabilità di quanto era avvenuto era del gruppo di Ordine Nuovo.

Durante la cena che seguì non si ritornò apertamente sul discorso, anche se MAGGI chiese conferma anche a Marcello SOFFIATI che nei giorni precedenti non vi fossero stati controlli di Polizia o perquisizioni a Verona.

La risposta di SOFFIATI fu negativa e del resto anche a Venezia, nelle settimane precedenti, tutto era stato tranquillo almeno per quanto concerne le persone vicine al nostro gruppo.

MAGGI si limitò ad aggiungere, anche dinanzi a SOFFIATI, quanto già aveva detto a me alcuni giorni prima e cioè che la decisione degli attentati era stata presa a livello molto alto da persone che dirigevano la strategia anche da Roma.

MAGGI concluse il discorso dicendo di stare tranquilli perchè tutto era sotto controllo""".

(DIGILIO, int.5.10.1996, f.12).

Il dr. MAGGI aveva aggiunto che Giovanni VENTURA era stato il coordinatore dell’operazione del 12.12.1969 per il Nord-Italia, e cioè per la parte organizzativa veneta dell’operazione, mentre gli uomini erano stati selezionati personalmente da Delfo ZORZI quale responsabile militare (int. 21.2.1997).

L’utilizzo della FIAT del dr. MAGGI, giudicato anche da Marcello SOFFIATI una grossa imprudenza che lo stesso MAGGI avrebbe dovuto impedire (int. 21.2.1997, f.2), non era comunque una sorpresa per Carlo DIGILIO.

Verso la fine di ottobre 1969 vi era stato infatti, a Mestre in Corso del Popolo, un altro incontro fra ZORZI e MAGGI e DIGILIO che erano giunti appositamente da Venezia.

Delfo ZORZI aveva fatto presente al dr. MAGGI, con riferimento agli attentati di Trieste e Gorizia appena avvenuti, che lui e i suoi uomini avevano rischiato la vita fornendo un contributo non paragonabile a quello del dr. MAGGI, il quale si era limitato a dare la vettura e i fondi per l’operazione (int. 21.2.1997, f.3).

L’autovettura del dr. MAGGI, secondo Delfo ZORZI, sarebbe comunque presto servita ancora e il dr. MAGGI non si era tirato indietro, consegnando a ZORZI, al termine dell’incontro, del denaro e un mazzo di chiavi (int. 22.2.1997, f.2).

Sempre durante la cena a Colognola, Carlo DIGILIO aveva fatto cenno agli anarchici arrestati per gli attentati del 12.12.1969 e il dr. MAGGI "in modo ironico ma con sicurezza" aveva spiegato che "l’incriminazione degli anarchici era una mossa strategica che era stata studiata dai Servizi Segreti al momento in cui era stata concepita l’intera operazione" (int.17.5.1997, f.10).

Poco tempo dopo, del resto, Sergio MINETTO, a Colognola durante un altro incontro a casa di Bruno SOFFIATI, si era espresso in termini analoghi facendo capire che era perfettamente al corrente della responsabilità della struttura di Ordine Nuovo e non degli anarchici, ma che comunque "nella lotta contro il comunismo, che era un’esigenza primaria, vi erano azioni le cui conseguenze erano un male necessario" (int. 17.5.1997, f.10).

Carlo DIGILIO, quindi, sia prima sia dopo gli attentati del 12.12.1969, aveva ricevuto notizie sufficientemente dettagliate in merito a come si era concluso il programma strategico iniziato con gli attentati della primavera precedente: il ruolo di coordinamento svolto da VENTURA e dal dr. MAGGI; la responsabilità militare di Delfo ZORZI per la strage di Milano; l’apporto fornito dagli avanguardisti di Stefano DELLE CHIAIE per gli attentati "minori" di Roma; il coinvolgimento operativo della cellula triestina; il preordinamento da parte dei Servizi di sicurezza italiani (con ogni probabilità il Servizio civile e cioè l’Ufficio Affari Riservati del Ministero dell’Interno) della pista anarchica.

Si tratta, come è facile rilevare, di elementi in perfetta sintonia con le restanti acquisizioni processuali relative sia all’attività della struttura occulta di Ordine Nuovo nel suo complesso sia, secondo le dichiarazioni di Tullio FABRIS, Martino SICILIANO e Edgardo BONAZZI, a come era stata preparata ed eseguita l’operazione del 12.12.1969.

Resta solo da vedere quanto riferito da Carlo DIGILIO in merito all’ordigno fattogli visionare, nella sua consueta veste di tecnico e supervisore, da Delfo ZORZI pochissimi giorni prima degli attentati.

38

L’ORDIGNO VISIONATO DA CARLO DIGILIO

A MESTRE IL 7.12.1969

Prima di esporre quanto riferito da Carlo DIGILIO in merito al punto centrale e cioè l’ordigno fattogli visionare a Mestre da Delfo ZORZI il 6 o il 7 dicembre 1969, merita di essere riportato anche quanto DIGILIO aveva appreso da VENTURA circa una riunione a Padova finalizzata alla messa a punto della strategia terroristica.

Carlo DIGILIO ha infatti parlato di tale riunione solo nel decisivo interrogatorio del 16.5.1997, poco prima di rivelare quanto era avvenuto in occasione del terzo accesso al casolare di Paese, e quanto Delfo ZORZI gli aveva mostrato a Mestre pochissimi giorni prima della strage:

"""Spontaneamente intendo dire che ho sentito parlare di una importante riunione a Padova che dovrebbe identificarsi in quella di cui si è lungamente parlato durante le indagini sugli attentati del 1969.

Questa riunione si tenne a Padova nella primavera del 1969.

Io non vi partecipai, ma me ne parlò in seguito VENTURA, nell'autunno dello stesso anno in una delle occasioni in cui mi recai a Treviso nella sua libreria per vendere le monete di mio padre e anche per comprare dei libri.

In quel momento erano già avvenuti i primi attentati e in particolare da non molto quello all'Ufficio Istruzione di Milano e quelli sui treni.

Parlammo degli eventi che erano nati dal lavoro fatto a Paese e VENTURA mi disse che tutto sommato gli attentati ai treni erano andati bene e che il lavoro organizzativo procedeva bene e che era stata sperimentata l'operatività di un alto numero di persone, compresi gli elementi triestini, superando i problemi connessi allo spostamento nelle varie stazioni ferroviarie nelle quali si era agito.

Mi disse che la campagna non era finita e che altri gruppi di attentati sarebbero stati avviati nell'intento di far fare una scelta al mondo militare e a ruota di questo anche a certi politici di Roma.

VENTURA quindi ribadì che gli attentati non erano l'impresa di quattro pazzi, ma facevano parte di un piano ben preciso.

Aggiunse che questo progetto era partito con una riunione a Padova nella primavera, che aveva visto presenti i padovani, i veneziani, alcuni di Treviso, fra cui lui stesso, e il capo di Ordine Nuovo, Pino RAUTI.

Disse che la riunione si era svolta in una casa privata.

Non sono in grado di dire se tale riunione sia la stessa di cui hanno poi parlato ampiamente anche i giornali, ma comunque VENTURA me la indicò come momento di definizione della strategia""".

(DIGILIO, int. 16.5.1997, ff.3-4).

I soggetti presenti e i contenuti della riunione sono quindi in assoluta corrispondenza con le altre riunioni preparatorie cui aveva preso parte anche Martino SICILIANO (int. SICILIANO, 6.10.1996, f.2).

Infine Carlo DIGILIO si è risolto a rivelare quanto gli era stato chiesto di visionare a Mestre, in una zona isolata, cinque o sei giorni prima degli attentati:

"""A questo punto intendo riferire quanto io vidi nella disponibilità di ZORZI nel dicembre 1969 qualche giorno dopo l'allarme che diede il dr. MAGGI in merito a quanto stava per accadere e qualche giorno prima degli attentati del 12 dicembre 1969.

Sono quasi certo che quanto sto per raccontare avvenne uno o due giorni prima dell'Immacolata, che cade l'8 dicembre.

Premetto che quando MAGGI, ai primi di dicembre, mi disse di stare in allerta e di avvisare altri camerati come BOFFELLI, mi disse anche che, per quanto mi riguardava personalmente, avrei ricevuto una chiamata da ZORZI che avrebbe avuto bisogno della mia presenza.

Infatti Delfo ZORZI mi chiamò per telefono dicendomi che aveva bisogno di una "consulenza", espressione che io capii benissimo cosa voleva dire.

Arrivai a Piazza Barche, dove mi aveva dato l'appuntamento, nel tardo pomeriggio e ZORZI mi accompagnò in quella zona un po' isolata vicino al canale dove c'eravamo incontrati altre volte e dove in particolare avevamo esaminato il materiale proveniente da Vittorio Veneto di cui ho parlato nel verbale in data 30.8.1996.

Mi portò in un punto molto riparato dove era parcheggiata la FIAT 1100 di MAGGI.

Qui aprì il portabagagli posteriore in cui c'erano tre cassette militari con scritte in inglese, due più piccole e una un po' più grande.

Aprì tutte e tre le cassette e all'interno di ciascuna c'era dell'esplosivo alla rinfusa e in particolare quello a scaglie rosacee che avevo visto a Paese e dei pezzi di esplosivo estratto dalle mine anticarro recuperate dai laghetti.

In ogni cassetta, affondato nell'esplosivo c'era una scatoletta metallica con un coperchio, come quelle che si usavano per il cacao, che conteneva il congegno innescante che era stato preparato, come lui mi disse, da un elettricista.

Effettivamente quello che intravvidi era una scatoletta di cartone a forma di parallelepipedo che nella parte superiore aveva una cupoletta completamente avvolta con del nastro isolante lasciato un po' molle e questa specie di cappellotto impediva di vedere come fosse fatto esattamente il congegno

ZORZI mi disse di essere perfettamente sicuro di questo congegno, ma la cosa che lo preoccupava era la sicurezza generale dell'esplosivo che doveva trasportare e cioè se poteva esplodere a seguito di scossoni, anche molto probabili in quanto la macchina di MAGGI era vecchia.

Mi disse che di lì a qualche giorno doveva trasportare queste cassette fino a Milano e che comunque aveva previsto una fermata a Padova appunto per cambiare macchina e prenderne una più molleggiata, oltre che per mettere a posto il congegno.

Io lo rassicurai circa la sicurezza generale dell'esplosivo che non mostrava segni di essudazione che ne alterassero la stabilità.

Piuttosto avrebbe dovuto fare molta attenzione all'innesco che mi sembrava la parte più delicata.

Faccio presente che ciascuna delle due scatole piccole c'era almeno un chilo di esplosivo e un po' di più nella terza più grande.

Ci spostammo a piedi dal luogo e prima di lasciarci Delfo fece cenno ad una persona che stava sotto un porticato di Piazza Barche di raggiungerlo e vidi che si trattava di suo fratello e cioè quel giovane con i capelli lunghi e di bell'aspetto che avevo già visto una delle volte in cui nello stesso punto avevamo esaminato le armi di LINO FRANCO e che era venuto con una autovettura DIANE.

Faccio presente che io del resto sapevo che ZORZI non sapeva guidare e quindi per spostarsi in macchina doveva ricorrere di volta in volta appunto a suo fratello o a MARIGA che faceva parte del suo gruppo.

Io ovviamente mi resi conto che la richiesta di ZORZI era collegata ai fatti che MAGGI aveva preannunziato pochi giorni prima.

Quando in seguito, nei giorni di Natale, rividi MAGGI a Venezia gli dissi che avevo visionato gli ordigni.

Quando SOFFIATI, prima della cena di cui ho parlato in data 5.10.1996, mi fece cenno al rischio che MAGGI aveva corso, io in effetti sapevo già quanto era avvenuto""".

(DIGILIO, int. 16.5.1997, ff.6-7).

Nell’interrogatorio reso il giorno successivo, Carlo DIGILIO ha completato il suo racconto spiegando che le cassette militari erano solo un contenitore temporaneo, destinato ad essere subito sostituito da cassette portavalori, di marca JUWEL, già nella disponibilità del gruppo:

"""Riprendendo questo episodio, faccio innanzitutto presente che nel bagagliaio della FIAT 1100, oltre alle tre cassette metalliche c'era solo una borsa sportiva di quelle che normalmente si usano per la palestra, borsa che ZORZI non aprì e in merito alla quale non fece alcun cenno.

Le tre cassette metalliche avevano delle scritte in inglese e mi sono ricordato che io feci notare a ZORZI che la loro evidente caratteristica di cassette militari ad un eventuale controllo avrebbe destato molto sospetto e creato seri pericoli per chi la trasportava di essere sottoposto ad una verifica.

Fra l'altro notai che le tre cassette non erano nemmeno coperte da un telo ed erano subito visibili appena aperto il bagagliaio.

Feci notare tale circostanza a ZORZI e questi mi rispose che comunque non c'era da preoccuparsi perchè il problema era già stato affrontato in quanto il gruppo stava per acquistare delle cassette metalliche che non davano nell'occhio in quanto erano quelle utilizzate normalmente per la custodia di valori.

Mi fece anche il nome JEWEL o JUWEL che era la marca allora più nota per questo tipo di cassette.

Ritornando alla descrizione di quello che vidi, confermo che in ogni cassetta c'era uno di quei barattoli di cui ho parlato ieri, praticamente immerso nell'esplosivo che era sfuso.

Non mi azzardai a toccare questi barattoli, intravvedendo solo la sommità della scatola a forma di parallelepipedo che ho già descritto, per evidenti motivi di sicurezza.

Chiesi comunque a ZORZI che tipo di innesco fosse e questi mi rispose che era un meccanismo di assoluta sicurezza preparato per il gruppo da un elettricista.

E' possibile che i pezzi di tritolo che vidi nelle cassette militari fossero il materiale recuperato dalle scatolette non utilizzate per gli attentati ai treni dell'agosto.

Infatti noi avevamo approntato almeno due dozzine di scatolette e cioè un numero molto superiore al numero degli attentati che poi effettivamente avvenne e il numero e la grossezza dei pezzi di tritolo che si trovavano nelle cassette militari corrispondeva grosso modo a quello che poteva essere recuperato dalle scatolette non utilizzate""".

(DIGILIO, int. 17.5.1996, ff.8-9).

Gli ultimi elementi forniti così da Carlo DIGILIO appaiono decisivi.

Le cassette portavalori di marca Juwel, occultate all’interno di borse di similpelle, hanno infatti contenuto i cinque ordigni deposti a Milano e a Roma il 12.12.1969, aumentando la potenza della deflagrazione e del resto, già nel corso della prima istruttoria nei confronti di FREDA e VENTURA, Tullio FABRIS aveva riferito che Franco FREDA gli aveva chiesto , nel settembre 1969, consigli per l’acquisto di cassette metalliche in cui dovevano essere messi, secondo le parole di FREDA, i "commutatori" e cioè i timers acquistati proprio insieme a FABRIS.

Gli oggetti a forma di parallelepipedo con una cupoletta, protetti da un barattolo e immersi nell’esplosivo (e cioè il congegno innescante preparato, secondo le parole di ZORZI, da un elettricista) corrispondono e non potevano essere altro che i timers acquistati proprio grazie all’elettricista Tullio FABRIS che questi, nello studio legale di Padova, aveva insegnato a FREDA e VENTURA a far funzionare affinchè tali nozioni fossero riportate ad un altro elemento operativo del gruppo, certamente da identificarsi in Delfo ZORZI.

Si osservi inoltre, a titolo di completamento del quadro di tale decisivo incontro fra ZORZI e DIGILIO, che Martino SICILIANO ha riferito che la zona isolata lungo un canale, non distante da Piazza Barche, era appunto uno dei punti di incontro del gruppo, anche perchè nei pressi si trovava una palazzina ove aveva, all’epoca, la nuova sede la palestra di arti marziali e che effettivamente Rudi ZORZI, come ricordato da Carlo DIGILIO, disponeva in quel periodo di una autovettura Diane essendo anche munito, a differenza di Delfo, della patente di guida (int. SICILIANO, 24.6.1997, f.3).

Molto probabilmente quanto riferito da Carlo DIGILIO in merito agli attentati del 12.12.1969 e agli avvenimenti che li avevano preceduti non è ancora tutto quanto a sua conoscenza, ma è certo che, con gli interrogatori del 15 e 16 maggio 1997 resi a questo Ufficio, egli ha fornito gli elementi di raccordo fondamentali per comprendere il meccanismo operativo finale cui aveva portato la progressione criminosa del gruppo, iniziata nella primavera del 1969, anche sotto il profilo della preparazione politica e strategica studiata sin dagli anni ancora precedenti.

Rimangono solo, prima di concludere questa parte dell’ordinanza dedicata alla strage di Piazza Fontana, da esporre gli elementi di collegamento emersi per la prima volta, nel corso di questa istruttoria, fra gli avvenimenti del 12.12.1969 e l’attentato commesso da Gianfranco BERTOLI dinanzi alla Questura di Milano il 17.5.1973, elementi di collegamento connessi alla figura e al ruolo svolto dall’on. Mariano RUMOR.

39

LA FIGURA DI GIANFRANCO BERTOLI

E I SUOI RAPPORTI CON ORDINE NUOVO

I CONTATTI CON ELEMENTI ISRAELIANI

Solo negli interrogatori resi a questo Ufficio in data 12 e 14 ottobre 1996 Carlo DIGILIO si è risolto a raccontare quanto a sua conoscenza, diretta e con chiari profili di corresponsabilità, in merito alla persona di Gianfranco BERTOLI e all’attentato dinanzi alla Questura di Milano del 17.5.1973.

In merito a tale strage è in corso tuttora un procedimento in Istruzione formale, in quanto il G.I. di Milano, dr. Antonio Lombardi, nel rinviare a giudizio, nel 1974, l’autore materiale del lancio della bomba a mano "ananas" in Via Fatebenefratelli, aveva operato uno stralcio riguardante i corresponsabili e gli organizzatori della strage, convinto, non a torto, che l’intera vicenda non fosse il frutto dell’azione di un isolato anarchico individualista e che vi fosse un ampio retroterra ancora da rischiarare.

Effettivamente, con la ripresa delle indagini, in questi ultimi anni tale ipotesi si era rafforzata.

Talune incongruenze del racconto di BERTOLI, l’attività di informatore da questi svolta in favore del SIFAR, seppur in tempi antichi, gli accertati contatti con altri elementi di destra padovani e veneziani (quali Eugenio RIZZATO, Sandro RAMPAZZO e Sandro SEDONA) e alcune voci che avevano cominciato a levarsi nell’ambiente di destra (in particolare le testimonianze molto attendibili di Vincenzo VINCIGUERRA e Roberto CAVALLARO) portavano con sempre maggiore convinzione a ritenere che Gianfranco BERTOLI, pur avendo meditato a covato per lungo tempo il suo gesto clamoroso, fosse stato aiutato nell’organizzazione ed esecuzione dello stesso da ambienti del tutto diversi da quelli anarchici.

Mancava però la testimonianza decisiva che potesse aprire uno squarcio sui movimenti e i contatti di BERTOLI prima della strage e che potesse raccontare in forma diretta, e non per voci o confidenze d’ambiente, gli avvenimenti precedenti l’arrivo di BERTOLI a Milano.

Tale squarcio è giunto dal racconto di Carlo DIGILIO, che qui si riporta per le sue connessioni con l’attività delle strutture di sicurezza americane, mentre l’intero quadro delle corresponsabilità nell’azione di Gianfranco BERTOLI sarà ovviamente illustrato nel provvedimento istruttorio conclusivo del dr. Antonio Lombardi.

"""...intendo spontaneamente riferire quanto a mia conoscenza in merito alla persona di Gianfranco BERTOLI, autore della strage dinanzi alla Questura di Milano.

Premetto che prima dell'azione di BERTOLI vi fu una riunione a Colognola ai Colli, presenti MAGGI, SOFFIATI, MINETTO e io nella trattoria che in quel periodo non era ancora in gestione alla famiglia Soffiati.

MAGGI spiegò che il progetto di un attentato contro il Ministro RUMOR non poteva al momento essere attuato perchè il primo che era stato interpellato per l'esecuzione, e cioè Vincenzo VINCIGUERRA, si era rifiutato di prestarsi poichè non riteneva corretto il progetto.

Il Ministro RUMOR era odiato nell'ambiente di destra perchè aveva ostacolato i progetti di mutamento istituzionale in Italia e si era mostrato ostile alla destra.

MAGGI disse che era assolutamente necessario trovare un'altra persona che eseguisse l'attentato.

Ribadì che bisognava "spazzare via RUMOR" e queste sono esattamente le parole che ricordo egli disse.

MAGGI aggiunse che comunque avrebbe continuato ad occuparsi del progetto e che riteneva fattibile utilizzare Gianfranco BERTOLI che era una persona disposta a tutto.

Se si fosse riuscito a reclutare BERTOLI vi sarebbe stata per l'azione una "copertura" anarchica dinanzi all'opinione pubblica che avrebbe funzionato come aveva funzionato in passato e cioè per Piazza Fontana.

Anche in questo caso, infatti, l'opinione pubblica, secondo MAGGI, avrebbe continuato a dire "ecco, i soliti anarchici!".

Io sino a quel momento non aveva mai visto BERTOLI, ma ne avevo solo sentito parlare nell'ambiente come di un anarchico individualista che conosceva MAGGI e ancora meglio conosceva BOFFELLI.

Sapevo che BERTOLI aveva i suoi punti di riferimento nel mestrino e cioè frequentava tale zona.

Mi era stato detto che era una persona che viveva di espedienti e al limite della sopravvivenza.

Qualche tempo dopo venni a sapere da SOFFIATI che questo BERTOLI era stato prelevato nel mestrino da elementi del nostro gruppo e portato a Verona in Via Stella per essere istruito sul da farsi.

Questa notizia si colloca in un periodo successivo al prelevamento di FORZIATI ed esattamente l'anno dopo.

Quando arrivai in Via Stella vi trovai, oltre a Marcello SOFFIATI, anche Francesco NEAMI di Trieste e questo BERTOLI, che ricordo malmesso ed emaciato con la barbetta.

Ricordo che aveva l'abitudine di tirarsi questa barbetta con la mano.

NEAMI gli stava spiegando, con una specie di vero e proprio lavaggio del cervello, cosa avrebbe dovuto dire alla Polizia in caso di arresto e gli faceva ripetere le risposte che avrebbe dovuto dare e cioè che era un anarchico individualista e che si era procurato da solo, in Israele, la bomba per l'attentato.

Capii subito da SOFFIATI e NEAMI che BERTOLI era un debole e mi dissero infatti che gli piaceva bere e lo avevano convinto anche con la promessa di un po' di soldi.

Mi dissero che era già lì da parecchi giorni e che lo facevano bere e mangiare a sazietà.

Anch'io rimasi qualche giorno a dormire in Via Stella, su di un vecchio divano, e in quei giorni, non in Via Stella, ma a Colognola, vidi anche MINETTO il quale era perfettamente al corrente di cosa si stava preparando e aveva personalmente procurato i soldi per BERTOLI tramite gli americani.

Non si trattava comunque di una grande somma, ma di pochi milioni e infatti si capiva subito, con un'occhiata, che BERTOLI poteva essere comprato con pochi soldi.

NEAMI dormiva con BERTOLI, nella stanza da letto, per controllare suoi eventuali colpi di testa, mentre io dormivo su un divano nel salotto e il divano era posto vicino all'ingresso del bagno.

Ricordo che BERTOLI fumava, beveva era scostante non legò con me faceva discorsi strani, diceva che comunque fosse andata egli sarebbe diventato un grand'uomo.

MAGGI andava e veniva e ricordo che gli provò anche la pressione e gli fece qualche iniezione per dei disturbi che aveva.

BERTOLI diceva di soffrire di reumatismi per la vita disordinata che aveva fatto.

Ricordo che NEAMI si comportava duramente con lui quando Bertoli non dava le risposte giuste o esagerava con le sue sparate verbali.

Io mi allontanai da Via Stella prima che BERTOLI entrasse in azione, ricordo che era primavera ed esattamente il mese di maggio.

Aggiungo che la presenza di NEAMI non era un caso, ma era stata voluta da MAGGI poichè NEAMI in precedenza aveva già fatto la guardia all'avv. FORZIATI e quindi sapeva come muoversi, dove fare gli acquisti e la sua presenza non dava eccessivo sospetto nel quartiere.

Tale precauzione era stata presa anche perchè si temeva qualche soffiata da parte del padrone del bar sottostante.

Nell'appartamento io avevo visto due o tre bombe a mano a frattura prestabilita, tipo ananas, che SOFFIATI mi disse essere state procurate da MINETTO presso la base di Verona dove c'erano residuati di vario genere.

L'operazione era stata fatta sostituendo per precauzione a queste bombe a mano alcune di quelle molto simili che aveva detenuto Lino FRANCO e di cui ho già parlato nell'interrogatorio in data 30.8.1996.

Dopo la morte di FRANCO queste bombe erano state recuperate e incamerate da MINETTO.

Ricordo che io dissi a NEAMI che bisognava stare attenti e di sorvegliare bene BERTOLI e comunque non trattarlo molto male poichè mi sembrava un po' matto e poteva darsi che di notte disinnescasse la bomba a mano e ci facesse saltare in aria tutti.

Io e NEAMI stavamo infatti svegli a turno e ci tenevamo in piedi con grandi scorte di caffè.

La prosecuzione del piano consisteva nell'accompagnare BERTOLI una volta che fosse perfettamente convinto a Milano nei pressi della Questura e farlo agire.

Io non partecipai a questa fase dell'operazione e non so chi del gruppo abbia accompagnato BERTOLI, ricordo però che una volta insieme a MAGGI venne BOFFELLI che era amico di BERTOLI e servì per tirarlo su di morale e BOFFELLI per rafforzarne i propositi gli disse che doveva mostrare il suo coraggio e che tutti avrebbero parlato di lui.

Io appresi dell'attentato dalla radio o dal giornale e capii subito che era andato male perchè non era morto RUMOR ma alcuni passanti.

Subito dopo andammo a cena allo SCALINETTO io, MAGGI e BOFFELLI.

MAGGI ci offrì questa cena per tirarci su, ma MAGGI aveva il muso lungo e l'atmosfera era lugubre.

Si parlò pochissimo, ma MAGGI cercò di capire da BOFFELLI come mai BERTOLI avesse sbagliato e BOFFELLI gli rispose che bastava pensare a come si lancia un sasso e che sempre in questi casi anche per accidente si può sbagliare la traiettoria.

Aggiungo che MAGGI e ZORZI avevano proposto a VINCIGUERRA di agire non a Milano ma in Veneto dove RUMOR risiedeva ma VINCIGUERRA si era rifiutato perchè sarebbe stata una carneficina""".

(DIGILIO, int. 12.10.1996).

Il racconto in merito alla permanenza di Gianfranco BERTOLI in Via Stella è proseguito il 14.10.1996 con alcuni approfondimenti:

"""Fra la mia presenza in Via Stella quando c'era BERTOLI e quando appresi della strage alla Questura di Milano passarono circa due mesi.

Ricordo infatti bene che quando appresi dell'attentato la mia presenza nell'appartamento era una cosa ormai non recentissima.

Non so ove Gianfranco BERTOLI abbia trascorso tutto quel periodo, ritengo però che dopo la sosta nell'appartamento si sia mosso perchè ricordo che spesso diceva che non tollerava che "gli dosassero l'aria" e non tollerava di essere controllato così strettamente in quella maniera dal gruppo.

Ritengo che così come sia stato spiegato a BERTOLI cosa dovesse rispondere e cosa dovesse sostenere frase per frase, gli sia stato anche indicato cosa sostenere in merito ai suoi spostamenti in quel periodo.

Della sua vita passata ricordo che parlava spesso di un suo soggiorno in Israele e che quando vide le bombe nell'appartamento disse che non aveva niente da imparare perchè quelle bombe le aveva già viste tali e quali in Israele.

Era un personaggio pieno di sè, si credeva un grand'uomo, diceva sempre che doveva essere maggiormente rispettato, soprattutto da Francesco NEAMI che lo prendeva anche a ceffoni quando non rispondeva a tono.

Accennò comunque anche ai suoi precedenti di carattere comune e che era stato in galera.

Confermo che BERTOLI era un personaggio pieno di tic; si lisciava continuamente la barbetta e secondo me aveva dei disturbi di carattere ormai stabili, conseguenti al costante abuso di alcool.

E del resto anche in Via Stella, quando lui era lì, era molto facile inciampare in bottiglie ormai vuote di alcolici disseminate per la casa.

NEAMI diceva che farlo bere era l'unico modo per tenerlo buono.

BERTOLI era chiaramente, anche dalla parlata, di origine veneta, non so dire esattamente di quale provincia, ma l'accento denotava un'origine che direi dell'entroterra mestrino. Era comunque di origini modeste""".

(DIGILIO, int. 14.10.1996).

Dal racconto di Carlo DIGILIO (in cui questa volta non compare Delfo ZORZI in quanto, si ricordi, in quel periodo si trovava in Giappone) emerge in sostanza che BERTOLI, persona disturbata e frustrata alla ricerca di un gesto eclatante che lo riscattasse, aveva meditato da tempo un’azione del genere (colpendo i partecipanti alla cerimonia egli intendeva soprattutto "vendicare" PINELLI), ma che l’aiuto materiale e la spinta decisiva, anche sul piano psicologico, ad effettuare l’azione erano giunti non dall’ambiente anarchico, ma da un ambiente ben diverso cui egli era comunque contiguo, nel mestrino, per ragioni di amicizia personale e comuni frequentazioni.

Anche Martino SICILIANO, del resto, pur non avendo partecipato ai preparativi dell’azione del 17.5.1973 e avendo conosciuto BERTOLI solo di vista, ha parlato diffusamente della sua figura.

BERTOLI, secondo il racconto di SICILIANO, conosceva non solo elementi di destra legati anche alla piccola malavita dell’entroterra mestrino come SEDONA e MARIGA, ma conosceva molto bene anche il dr. MAGGI e Paolo MOLIN ed era rimasto in contatto con il dr. MAGGI anche durante la sua permanenza in Israele (int. 18.10.1996, ff.4-5).

Qualche tempo dopo la strage di Via Fatebenefratelli, ZORZI, commentando l’episodio con SICILIANO, gli aveva detto che l’episodio di Milano era inquadrato nella loro strategia.

Inoltre anche Martino SICILIANO era al corrente del progetto, maturato fra il 1970 e il 1973 all’interno del gruppo di MAGGI e ZORZI, di eliminare l’on. RUMOR, progetto di cui ha diffusamente parlato nei suoi interrogatori Vincenzo VINCIGUERRA in quanto oggetto di più proposte dei mestrini, da lui rifiutate, di eseguire materialmente l’azione.

Sulla base del dettagliato racconto di Carlo DIGILIO, approfondito nel corso degli interrogatori dinanzi al G.I. dr. Lombardi e confermato dagli elementi di riscontro già acquisiti nell’istruttoria condotta dal Collega, nel giugno 1997 il dr. Carlo Maria MAGGI, l’ex-mercenario Giorgio BOFFELLI e l’ordinovista triestino Francesco NEAMI sono stati raggiunto da mandato di cattura per concorso nella strage di Via Fatebenefratelli.

Per i profili che interessano, nella presente istruttoria, in relazione all’attività svolta dalle strutture americane, è ovviamente indicativo e gravemente inquietante l’apporto fornito dal caporete, Sergio MINETTO, il quale era stato informato dal dr. MAGGI del progetto di azione contro l’on. RUMOR, aveva procurato del denaro per BERTOLI traendolo dalla cassa della sua struttura e soprattutto aveva procurato le bombe a mani tipo ananas di cui BERTOLI doveva impratichirsi al funzionamento.

Anche in relazione alla presenza di BERTOLI a Verona, come per tutti gli avvenimenti precedenti, Carlo DIGILIO non aveva poi mancato di informare il suo diretto referente, il capitano CARRET, durante uno dei consueti appuntamenti a Venezia:

"""Lo incontrai (n.u.: il capitano CARRET) infatti a Venezia, secondo un incontro già prestabilito, la settimana successiva a quella, se non sbaglio dal lunedì al sabato, che avevo trascorso con BERTOLI in Via Stella.

Spiegai al capitano CARRET la situazione e cioè che il gruppo stava preparando attraverso BERTOLI un attentato contro l'on. RUMOR.

A differenza di altre situazioni precedenti, come ad esempio l'attentato all'Ufficio Istruzione di Milano, questa volta CARRET mostrò di non essere stato ancora informato da nessuno di quanto stava avvenendo.

A seguito del mio racconto e della spiegazione che gli feci in merito a quale tipo di persona fosse il BERTOLI, il capitano CARRET si mostrò preoccupatissimo e disse che era un'azione che poteva finire male e che c'era a quel punto il rischio che anch'io, che ero un suo ottimo informatore, ne fossi travolto.

Aggiunse infatti che nel caso fosse stata effettivamente colpita una così alta personalità dello Stato, le indagini sarebbero state molto approfondite con il rischio, tramite BERTOLI, di mettere allo scoperto l'intera struttura e di venire a sapere tutto quello che era avvenuto anche in passato compresi gli attentati e il progetto di golpe degli anni 1969/1970""".

(DIGILIO, int. 13.4.1997).

Un’azione così ad alto rischio come quella che vedeva coinvolto e utilizzato un personaggio come Gianfranco BERTOLI aveva quindi suscitato notevoli perplessità in un ufficiale prudente come il capitano CARRET, perplessità che erano forse il primo sintomo del distacco che di lì a poco, e comunque entro l’anno successivo, le strutture atlantiche avrebbero maturato dall’ipotesi di concorrere, in Italia come in altri Paesi, a mutare violentemente le strutture istituzionali, con il conseguente abbandono al loro destino delle frange più radicali dell’estrema destra in Italia e in Europa.

La figura di Gianfranco BERTOLI e il suo lungo soggiorno in Israele riportano l’attenzione a due soggetti, Luigi FOA’ e Sergio ALZETTA (nomi certamente in codice), agenti israeliani probabilmente legati al MOSSAD, con i quali Carlo DIGILIO era in contatto a Venezia nell’ambito dello scambio di informazioni fra strutture di intelligence collegate, relative soprattutto alle attività dei gruppi di estrema sinistra di idee spiccatamente anti-israeliane e anti-sioniste presenti all’Università di Venezia (int. DIGILIO, 13.7.1996, f.5; 30.8.1996, f.3; 5.3.1997, f.3; 15.3.1997, f.4).

I due tuttavia non si incontravano solo con DIGILIO nell’ambito delle rispettive attività, ma gravitavano anche intorno all’ambiente di Ordine Nuovo e in particolare al dr. MAGGI, la cui moglie peraltro è di origine ebrea essendo figlia di un’ebrea battezzata.

Vincenzo VINCIGUERRA aveva segnalato di essere stato convocato, all’inizio degli anni ‘70, a casa del dr. MAGGI e di avervi trovato, insieme al padrone di casa, Carlo DIGILIO, cioè ZIO OTTO, e un giovane con i capelli rossi che aveva sottoposto VINCIGUERRA ad una sorta di sondaggio in merito alla sua disponibilità a partecipare a campi di addestramento o attività simili (int. VINCIGUERRA, 16.6.1992, ff.2-3).

Vincenzo VINCIGUERRA, da buon nazional-rivoluzionario "puro", si era notevolmente insospettito ritenendo, non a torto, di essersi trovato di fronte a un esponente di qualche servizio segreto o struttura militare che, data la brevità dell’incontro, non era riuscito a identificare.

Carlo DIGILIO ha spiegato che il giovane con i capelli rossi altri non era che l’israeliano Sergio ALZETTA, interessato a verificare la disponibilità di VINCIGUERRA a partecipare ad attività di addestramento anche in relazione al progettato attentato contro l’on. Rumor, attentato proposto da MAGGI e ZORZI in quel periodo a VINCIGUERRA e da questi sdegnosamente rifiutato (int. DIGILIO, 16.5.1997, ff.1-2).

Sergio ALZETTA del resto, tramite il dr. MAGGI, aveva già fatto partecipare alcuni simpatizzanti di Ordine Nuovo, fra cui Giorgio BOFFELLI, a campi di addestramento in zone isolate del bergamasco (int. DIGILIO a questo Ufficio, 16.5.1997, f.2; al G.I. di Venezia, dr. Mastelloni, 8.2.1997, f.3), mentre Luigi FOA’ aveva organizzato, all’inizio degli anni ‘70, sempre tramite il dr. MAGGI, il viaggio quasi gratuito di parecchi militanti veneti, fra cui Delfo ZORZI, in Libano (in una zona controllata dai cristiano-maroniti), affinchè essi partecipassero a corsi di addestramento in funzione anti-araba e anti-palestinese (int. DIGILIO, 15.3.1997, f.4 a questo Ufficio; al g.i. di Venezia dr. MASTELLONI, 8.2.1997, f.3).

Carlo DIGILIO ha del resto spiegato che nell’ambiente di Ordine Nuovo di Venezia, anche se ciò poteva apparire in contrasto con una ideologia vicina al nazismo, vi era un’area di simpatia strategica con lo Stato di Israele in quanto tale entità era vista come difensore dei valori occidentali in quella Regione, costituendo, insieme agli americani, una barriera contro i movimenti arabi influenzati dal mondo sovietico (int. 5.3.1997, f.4).

Sostenitore di tale linea politica era in particolare l’avv. Giampiero CARLET il quale, alla fine degli anni ‘60, si era impegnato all’interno del M.S.I. e di Ordine Nuovo affinchè fossero avviate iniziative di appoggio in favore dello Stato di Israele (int. DIGILIO, 15.3.1997, f.4; dep. CARLET, 5.2.1996, f.1).

Del resto Vincenzo VINCIGUERRA ha ricordato che anche GUERIN SERAC, creatore dell’AGINTER PRESS e fervente cattolico-tradizionalista, non nascondeva la sua simpatia per Israele e le forze armate israeliane (a fianco delle quali l’Esercito francese, di cui egli era stato ufficiale, aveva operato congiuntamente nel 1956 nel Canale di Suez) e che l’unica discriminante nella lotta per la difesa dei "valori occidentali" doveva essere l’anticomunismo e la volontà di opporvisi attivamente (dep. VINCIGUERRA a personale del R.O.S., 12.1.1995, f.3).

Anche Martino SICILIANO ha confermato che, pur essendo egli rimasto personalmente ostile al mondo ebraico durante la sua militanza, esisteva nell’area di Ordine Nuovo di Mestre/Venezia una corrente filo-israeliana che vedeva tale in Paese un baluardo in Medio-Oriente contro il comunismo e aveva simpatia in particolare per i SABRA, cioè gli ebrei non immigrati ma nati in Israele, visti come combattenti per la propria terra contro la marea araba (int. 30.6.1997, f.2).

Martino SICILIANO ha inoltre confermato che FOA’ e ALZETTA avevano partecipato ad alcune riunioni di Ordine Nuovo in quanto legati soprattutto al dr. MAGGI e che soprattutto ALZETTA dava l’impressione di essere un militare con funzioni di addestramento e di comando (int. citato, f.3).

I due avevano organizzato il viaggio in Israele, già ricordato da Carlo DIGILIO, cui avevano partecipato una ventina di militanti del Veneto e di Roma fra cui Bobo LAGNA e quasi certamente Delfo ZORZI (int. citato, f.3).

E’ molto probabile, quindi, che in tale humus sia maturato il lungo soggiorno in Israele di Gianfranco BERTOLI, ospite di un kibbuz, e il suo "aggancio" per l’operazione contro l’on. Mariano RUMOR dopo il rifiuto opposto da Vincenzo VINCIGUERRA.

40

IL RUOLO DELL’ON. MARIANO RUMOR

E

IL COLLEGAMENTO FRA GLI ATTENTATI DEL 12.12.1969

E LA STRAGE DI VIA FATEBENEFRATELLI

Il racconto di Carlo DIGILIO ha fatto emergere un filo di collegamento, che sinora non era stato individuato, fra gli attentati del 12.12.1969 e la strage del 17.5.1973, filo che passa attraverso la figura e il ruolo dell’on. Mariano RUMOR, Presidente del Consiglio nel dicembre 1969 e vero e diretto obiettivo della bomba "ananas" lanciata da Gianfranco BERTOLI dinanzi alla Questura di Milano.

In merito alla figura dell’on. RUMOR così si è espresso sinteticamente Carlo DIGILIO descrivendo i motivi di astio che l’ambiente di Ordine Nuovo coltivava contro la sua persona:

"""L'Ufficio chiede a DIGILIO se possa meglio specificare quali fossero le ragioni di astio da parte dell'ambiente di Ordine Nuovo nei confronti dell'on. Mariano RUMOR accennate nell'interrogatorio in data 12.10.1996, f.4, in relazione al progetto di spingere BERTOLI ad attentare contro la vita dello stesso RUMOR.

Questo è un argomento molto importante e posso meglio spiegare i motivi di quella che secondo Ordine Nuovo, tramite uno strumento come Gianfranco BERTOLI, doveva essere una vera e propria vendetta e punizione nei confronti dell'on. RUMOR.

Questi era odiato poichè i dirigenti di Ordine Nuovo ritenevano che l'on. RUMOR, Presidente del Consiglio nel dicembre 1969, avesse fatto il "vile" in quanto, venendo meno alle promesse fatte, non aveva attivato un certo meccanismo dopo gli attentati decretando lo "stato di emergenza" e mettendo in moto i militari che avrebbero saputo che sbocco dare alla crisi.

Questa delusione mi fu espressa da SOFFIATI e da MAGGI negli incontri di cui ho già riferito, che avvennero dopo gli attentati del 12 dicembre, e cioè quello con MAGGI pochi giorni dopo la strage e la cena con MAGGI e SOFFIATI che avvenne allo Scalinetto nei giorni di Natale del 1969.

In particolare MAGGI era deluso e disse che di fronte alla reazione dell'opinione pubblica vi era stata una "ritirata" di RUMOR che aveva impedito un'immediata presa di posizione dei militari.

Disse proprio "presa di posizione" e non "presa di potere" nel senso che sarebbe stato un primo intervento che avrebbe dato inizio ad un maggior controllo dei militari sulla vita del Paese senza un vero e proprio colpo di Stato.

Ciò avrebbe permesso comunque l'uscita allo scoperto dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO con funzione di appoggio e di propaganda in favore dei militari.

In seguito il capitano CARRET mi confermò che quello era stato il progetto, ben visto anche dagli americani, e che era fallito per i tentennamenti di alcuni democristiani come RUMOR.

Mi spiegò anche che nei giorni successivi alla strage le navi militari sia italiane sia americane avevano avuto l'ordine di uscire dai porti perchè, in caso di manifestazioni o scontri diffusi, ancorate nei porti potevano essere più facilmente colpite.

Anche con Sergio MINETTO, a casa di Bruno SOFFIATI, vi furono da parte di quest'ultimo commenti simili prima ancora dei colloqui che ebbi con CARRET""".

(DIGILIO, int.21.2.1997, f.1).

Ciò non significa certamente che l’on. Mariano RUMOR fosse organizzatore o mandante di stragi come qualche giornalista, dopo l’audizione di questo giudice dinanzi alla Commissione Parlamentare sulle stragi e il terrorismo, ha titolato, suscitando il comprensibile sdegno di alcuni ex-esponenti della Democrazia Cristiana.

Significa piuttosto che il Presidente del Consiglio dell’epoca e una parte della D.C., ed anche e soprattutto il P.S.D.I., erano visti come il terminale che doveva concretizzare con le sue decisioni i frutti di una strategia politico/eversiva che, partendo da soggetti operativi come MAGGI, ZORZI e FREDA, attraverso mediazioni, probabilmente anche militari, che forse non saranno mai note, era in grado di indirizzare le scelte ai massimi vertici istituzionali.

Il racconto di Carlo DIGILIO non è isolato nel quadro della ricostruzione della strategia politica di Ordine Nuovo, discussa molto probabilmente a livello dei vertici romani dell’organizzazione.

Vincenzo VINCIGUERRA aveva parlato, sin dagli interrogatori resi subito dopo l’assunzione di responsabilità dell’attentato di Peteano e quindi in un’ottica di denunzia delle collusioni della destra apparentemente "rivoluzionaria" con apparati e strategie statali, della sospetta insistenza con cui il dr. MAGGI e Delfo ZORZI, più volte fra il 1971 e il 1972, gli avevano proposto di eliminare l’on. RUMOR, piano per la cui esecuzione era stata scelta la residenza dell’on. RUMOR nei pressi di Vicenza e in ordine alla quale "non vi sarebbero stati problemi con la scorta", prospettandosi così complicità inaccettabili per il "puro" VINCIGUERRA (int. al G.I. di Venezia, 14.8.1984, vol.12, fasc.7, ff.136-138).

Anche Martino SICILIANO aveva appreso da Delfo ZORZI la stessa spiegazione in merito alle ragioni dell’astio contro l’on. RUMOR:

"""In relazione agli avvenimenti che ci interessavano Delfo ZORZI, all'inizio del 1970, mi parlò della figura dell'on. Mariano RUMOR spiegandomi che da lui l'ambiente di destra si era aspettato che, nella sua qualità di Presidente del Consiglio, subito dopo i fatti del 12.12.1969 portasse avanti la scelta di far proclamare lo Stato di Emergenza.

Sempre secondo ZORZI, già prima dei fatti del dicembre vi erano stati contatti fra alti esponenti di Ordine Nuovo a Roma e ambienti istituzionali, soprattutto democristiani, per giungere ad una soluzione di quel tipo in caso di attentati gravi.

Tale soluzione sembrava sicura, ma dopo gli attentati del 12 dicembre l'on. RUMOR aveva disatteso queste nostre aspettative e non si era sentito di portare avanti questa scelta.

Per questo l'on. RUMOR, agli occhi degli alti dirigenti di Ordine Nuovo fra i quali ZORZI mi indicò MAGGI e SIGNORELLI, era visto come un traditore e quindi andava prima o poi punito""".

(SICILIANO, int. 24.6.1997, f.4).

Tale complessiva ricostruzione trova corrispondenza in un documento molto particolare e precisamente un volumetto, riguardante gli attentati del 12.12.1969 e soprattutto quanto sarebbe avvenuto, sul piano politico/istituzionale, dopo gli attentati stessi, quasi sconosciuto anche agli studiosi del settore e mai preso in considerazione ed analizzato durante le precedenti istruttorie.

Si tratta del breve saggio politico-giudiziario "Il Segreto della Repubblica", edito nel 1978 dalle sconosciute Edizioni FLAN e firmato da tale Walter RUBINI.

In realtà Walter RUBINI, come non è stato difficile accertare, è lo pseudonimo di Fulvio BELLINI e il libro è stato praticamente stampato in proprio avendo in precedenza le Edizioni FLAN stampato solo un altro volume scritto dallo stesso autore.

Fulvio BELLINI è un ormai anziano studioso e polemista residente a Milano, militante sino all’immediato dopoguerra del P.C.I. e in seguito, per un periodo, legatosi a Giorgio PISANO’ insieme al quale aveva collaborato a varie pubblicazioni di polemica politico/giudiziaria.

Le informazioni cui ha sovente potuto accedere Fulvio BELLINI non devono essere certamente di seconda mano se egli per primo, nel 1963, ha potuto prospettare (prima con una serie di articoli sul periodico "Il Secolo XX" e poi con un libro, il primo, appunto, pubblicato dalle Edizioni FLAN), con significative argomentazioni sia sul fatto sia sul movente, la morte di Enrico MATTEI, a bordo dell’aereo su cui viaggiava, come atto di sabotaggio attuato, forse, da elementi dell’O.A.S. al servizio di interessi politico-economici stranieri (cfr. atti trasmessi dal P.M. di Pavia, dr. Vincenzo Calia, vol.20, fasc.10, ff.21 e ss. e 43 e ss.).

Chiave di volta della ricostruzione operata nel volume pubblicato nel 1978 (che comunque non contiene, in merito all’esecuzione degli attentati, nulla che non fosse già noto alle indagini) è il compromesso, appunto "Il Segreto della Repubblica", che sarebbe stato raggiunto il 15.12.1969, subito dopo il solenne funerale delle vittime della strage di Piazza Fontana, fra due ampie aree politiche, una autoritaria e quasi filo-golpista e una più cauta e non disponibile a ridurre gli spazi di democrazia, compromesso che comportava che il Presidente del Consiglio, on. Mariano RUMOR, non si adoperasse per la dichiarazione dello stato di emergenza e non decidesse di sciogliere le Camere e che tuttavia in cambio, quale condizione posta dalla componente autoritaria, si desse via libera alla prosecuzione della pista anarchica voluta dal Ministero dell’Interno e si rinunziasse ad approfondire la "pista nera" che il nucleo di p.g. dei Carabinieri di Roma aveva cominciato a battere con successo.

Gli antecedenti sul piano politico e i passaggi di tale situazione di compromesso, esposti nel volume, sono stati sintetizzati dall’Ufficio nella parte introduttiva alla testimonianza cui è stato chiamato Fulvio BELLINI in data 2.4.1997 dinanzi a questo Giudice Istruttore e al Pubblico Ministero:

"""....l'Ufficio richiama l'attenzione del dr. Bellini sui seguenti passaggi della sua ricostruzione:

- scissione del P.S.I. e formazione del P.S.U. nel luglio 1969, presuntivamente appoggiata e finanziata da ambienti americani, e ruolo di tale Partito nei successivi eventi di spinta verso soluzioni autoritarie, noti come "strategia della tensione" conseguenti agli attentati;

- prevista disponibilità, all'interno della medesima strategia (di cui braccio operativo sarebbero stati Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale), del Presidente del Consiglio, on. Mariano Rumor, a decretare lo stato di emergenza e a sciogliere le Camere nella prospettiva della formazione di un governo di centro-destra con l'esclusione del P.S.I.;

- fallimento di tale strategia a seguito dei dubbi e dei tentennamenti a mettere in opera tali scelte da parte dell'on. Rumor, in particolare dopo i funerali delle vittime della strage del 12.12.1969, e conseguente venir meno dell'obiettivo politico degli attentati;

- formazione comunque di un accordo a livello dei più alti vertici politici, compreso l'on. Moro allora Ministro degli Esteri, affinchè non fosse sviluppata la pista riguardante l'Aginter Press e Avanguardia Nazionale, delineata nell'appunto del S.I.D. del 16.12.1969 e inizialmente sviluppata da alcune indagini del Nucleo di p.g. dei Carabinieri di Roma (in particolare nei confronti di Delle Chiaie) e di conseguenza avesse sviluppo a livello di indagine di p.g. solo la c.d. pista rossa o anarchica avviata in particolare dal Ministero dell'Interno""".

La testimonianza di Fulvio BELLINI si è sviluppata, nei suoi passaggi più importanti, nel modo che segue:

"""....posso innanzitutto confermare che la parte centrale e significativa del volume stesso è la ricostruzione di quanto avvenne a livello politico nel periodo immediatamente precedente e successivo agli attentati del 12 dicembre 1969 e di come le indagini presero in sostanza l'indirizzo che era più consono alle scelte politiche prevalenti in quei momenti.

Faccio ancora presente che pur avendo scritto il libro tra l'inverno 1977 e la primavera 1978, tanto che era praticamente già scritto quando fu rapito l'on. Moro, avevo già raccolto le informazioni utili sulla parte centrale dello stesso sin dall'inizio del 1970.

Quando avvennero gli attentati, a livello di intuizione politico-storica e pur senza avere inizialmente alcun dato diretto, mi ero subito formato la convinzione che VALPREDA fosse un capro espiatorio e che gli anarchici fossero vittime di un meccanismo ben più grande e articolato.

Dico questo non per scelta politica, ma perchè proprio sul piano storico e di ricerca avevo compreso che alle spalle di questi attentati doveva esserci un piano finalizzato a cambiare gli equilibri politici del momento.

La mia fonte su quello che avvenne negli ambienti politici dopo gli attentati che ho riportato nei capitolo VI e VII del libro fu, a partire dal gennaio 1970, un conoscente inglese che frequentava gli ambienti giornalistici e diceva di essere il corrispondente in Italia dell'Agenzia Reuter e che conobbi al Circolo della Stampa, abituale punto di ritrovo di giornalisti, esponenti politici e personaggi vari.

Sono tuttavia certo che, così come altri soggetti che si qualificavano come giornalisti, egli in realtà fosse un agente dell'Intelligence Service inglese.

Questo signore aveva all'epoca circa 50 anni ed aveva un aspetto tipicamente inglese e non si è mai presentato con nome e cognome, cosa che del resto io non gli ho mai chiesto e che non è mia abitudine fare.

Ho continuato a vederlo normalmente fino al 1975/1976 mentre in seguito gli incontri si sono un po' rarefatti quantomeno fino al 1987.

Ripeto che la mia esperienza sin dai tempi della guerra, sia con agenti dell'O.S.S. paracadutati in Italia sia con agenti inglesi mi faceva ben comprendere con quale tipo di persona stessi parlando.

Anche per la mia simpatia nei confronti di questi ultimi, cioè gli inglesi, dopo la guerra rifiutai la Bronze Star americana.

Io e l'inglese parlammo per la prima volta credo all'inizio del gennaio 1970, comunque poche settimane dopo i fatti.

Egli mi fornì in sostanza tutte le informazioni che io ho riportato nei due capitoli centrali del libro e cioè che vi era stato un grosso scontro istituzionale in sostanza fra l'area che aveva fatto capo a Saragat, definibile come Partito americano, e l'area che aveva fatto capo a Moro, scontro che aveva avuto il suo epilogo qualche giorno prima di Natale.

In sostanza aveva vinto questa seconda linea che aveva dalla sua parte la possibilità di mettere sul tavolo i primi risultati delle indagini delegate dal Ministro della Difesa GUI, molto vicino a Moro, al controspionaggio militare e ai Carabinieri e che stavano portando alla evidenziazione della responsabilità di gruppi di estrema destra.

Per questa ragione non era stato decretato lo stato di emergenza e non erano state sciolte le Camere, come soprattutto i settori del rinato P.S.U. volevano, anche se l'accordo si era comunque concluso lasciando da parte i risultati delle prime indagini sulla destra e lasciando così che si sviluppasse la c.d. pista rossa.

Sempre il giornalista inglese mi disse che l'on. Rumor, che inizialmente faceva parte dell'area del Partito americano, fortemente colpito dalla grande mobilitazione popolare che vi era stata per i funerali delle vittime del 12 dicembre 1969, era stato colto da dubbi e si era alleato con l'on. Moro non consentendo così che avvenisse una svolta autoritaria e soprattutto non consentendo che fossero sciolte le Camere.

L'inglese mi mostrò anche una copia dell'articolo dell'Observer del 14.12.1969 che ho citato all'inizio del capitolo VI e che indicava già a grandi linee questo tipo di strategia.

Io non conoscevo questo articolo poichè non leggevo l'Observer, ma comunque mi resi conto che già dal 14 dicembre quel giornale aveva compreso e sintetizzato la dinamica degli avvenimenti che l'inglese mi aveva ricostruito.

Con riferimento a questo articolo, l'inglese mi disse che in realtà non era un semplice commento giornalistico, ma una sorta di presa di posizione ufficiale ben comprensibile negli ambienti politico-diplomatici, che intendeva disapprovare la possibile destabilizzazione del nostro Paese a seguito di un eventuale scioglimento delle Camere.

Ciò era stato ben compreso ed era per queste ragioni che Saragat, stizzito, aveva indotto il Governo ad una protesta diplomatica.

Comunque da tale messaggio del giornale inglese, l'ala facente capo a Moro e a una forte parte della D.C. aveva capito che non era isolata.

Io, ovviamente, sino a quel momento non sapevo nulla del fatto che fosse stata iniziata, anche se subito interrotta, un'indagine da parte del controspionaggio militare che aveva intrapreso una strada ben diversa da quella che portava agli anarchici del gruppo Valpreda.

Nel corso di questo o di un secondo incontro, l'inglese mi fece vedere dei suoi appunti, di cui presi nota, che riguardavano proprio gli avvenimenti e soprattutto le indagini successivi al 12 dicembre così come li ho riportati nel libro.

Ricordo che l'inglese mi citò il fatto dell'immediato ritorno di Moro da Bruxelles e il fatto che subito GUI lo informò dei primi esiti delle indagini del servizio informazioni militare sviluppatesi poi con gli interrogatori di DELLE CHIAIE da parte dei Carabinieri.

Io misi da parte gli appunti che avevo potuto ricavare dai colloqui con l'inglese e iniziai a svilupparli, sino a scrivere il libro, solo nel momento in cui, intorno al 1973, le indagini sulla pista nera condotte prima a Treviso e poi a Milano e l'evidenziazione del ruolo di personaggi come GIANNETTINI mi diedero la certezza che si era trattato di informazioni esatte e di prima mano.

Le notizie politiche che l'inglese mi ha fornito si sono sempre rivelate esatte anticipando sovente lo sviluppo di grossi avvenimenti politici nel nostro Paese e risultando certo qualcosa di ben diverso dalla normale attività giornalistica.

Io non gli ho mai chiesto, dopo l'inizio della nostra conoscenza in cui mi disse che era della Reuter, per chi effettivamente lavorasse""".

(dep. Fulvio BELLINI, 2.4.1997).

In sostanza Fulvio BELLINI, anche nella sua testimonianza, ha confermato che sarebbero stati i dubbi e poi il cambiamento di campo dell’on. Mariano RUMOR nel dicembre 1969 a determinare il fallimento della strategia politico-istituzionale, gradita agli americani e alle aree politiche italiane ad essi vicine, che sarebbe stato l’obiettivo della campagna di attentati.

Fulvio BELLINI avrebbe ricevuto tali informazioni, sin dall’inizio del 1970, da un giornalista inglese, in realtà corrispondente dei servizi informativi di tale Paese, di cui si è ben guardato di consentire l’identificazione, anche se il rapporto con lo stesso sarebbe durato, e proficuamente, per molti anni.

Tale linea di acquisizione di notizie sembra verosimile tenendo presente, ad esempio, che nei giorni immediatamente successivi al 12 dicembre 1969 la stampa britannica più autorevole (dal TIMES all’OBSERVER) e portatrice del punto di vista del Governo non aveva avuto dubbi nell’indicare come "nera" la matrice della strage e nel ritenerla connessa ad un progetto di svolta autoritaria, mostrando di disporre di informazioni non di seconda mano (cfr. perizia del dr. Aldo Giannuli, f.142).

Sembra però difficile che le informazioni raccolte da Fulvio BELLINI si limitino a quelle raccolte nel 1970 dall’agente inglese e non siano state arricchite, in seguito, da altri dati di conferma anche in considerazione del fatto che il volume è stato scritto solo molti anni dopo, secondo l’autore fra l’inverno 1977 e la primavera 1978, e comunque pubblicato alla fine del 1978.

Non sembra un caso che nella nota aggiunta alla prefazione (pag.9), scritta certamente quando il testo era già stato scritto, Fulvio BELLINI sottolinei che la pubblicazione del c.d. memoriale Moro (quello rinvenuto in Via Montenevoso, a Milano, il 1°.10.1978) evidenzi "una impressionante analogia fra gli argomenti toccati dallo scomparso statista e quelli trattati nel "Segreto della Repubblica".

A questo punto, tenendo presente che secondo il volume, scritto nel periodo corrispondente al rapimento dello statista, l’on. Aldo MORO (all’epoca Ministro degli Esteri) sarebbe stato uno dei principali artefici del "compromesso" del dicembre 1969 che aveva comunque arginato la linea oltranzista appoggiata dai filo-americani del P.S.D.I., compromesso che era stato possibile grazie al mutamento di campo dell’on. RUMOR (pagg.85-87), è possibile azzardare un’ipotesi.

Non è infatti escluso che Fulvio BELLINI, grazie ai poliedrici contatti di cui godeva sia a destra sia a sinistra (egli, nella testimonianza, si è in sostanza qualificato come un comunista amico dei fascisti e viceversa, mostrando stima nei confronti di entrambi i "rivoluzionari" Mussolini e Lenin), abbia potuto ricevere confidenze o anticipazioni in merito ai temi e alle linee di interpretazione toccate dall’on. MORO durante la sua prigionia, e in particolare quelle relative alla strage di Piazza Fontana e alla strategia della tensione, ricevendo da ciò conferma dei primi elementi raccolti nel 1970.

L’esame del "memoriale MORO" e in particolare del secondo testo rinvenuto nel 1990 in Via Montenevoso in una intercapedine (ammesso che anche tale testo sia completo) sembra avvalorare tale prospettazione e anche la ricostruzione di collaboratori di giustizia secondo cui la strage di Via Fatebenefratelli non sarebbe stato un episodio secondario e l’obiettivo sarebbe stato direttamente l’on. Mariano RUMOR, e non genericamente le personalità presenti, da punire per il "tradimento" del dicembre 1969.

Infatti nella parte del "memoriale MORO" dedicata alle riflessioni del "prigioniero" sulla strage di Piazza Fontana (si veda un estratto, vol.20, fasc.10, ff.14 e ss.), oltre ad accennare a "responsabilità che si collocano fuori dall’Italia" e al fatto che nella strategia della tensione doveva presumersi che "Paesi associati a vario titolo alla nostra politica e quindi interessati ad un certo indirizzo si fossero in qualche modo impegnati attraverso i loro servizi di informazione" (evidente richiamo, questo, agli Stati Uniti d’America e ai Paesi del Patto Atlantico), vi è una serie di riferimenti, ben 4 in poche pagine, all’on. RUMOR.

Leggendo con attenzione il testo si può notare che tutti i riferimenti all’on. RUMOR contengono, dopo la citazione del nome dell’esponente democristiano, un insistente riferimento al fatto che "egli stesso" sarebbe stato "destinatario dell’attentato BERTOLI" (o oggetto di attacco del BERTOLI o di un attentato, e così via), riferimenti pleonastici dopo la prima citazione, tenendo presente il fatto che l’avvenimento di Via Fatebenefratelli era ampiamente noto.

Perchè, allora, citare 4 volte l’attentato di Gianfranco BERTOLI (strage, per così dire, "minore" rispetto ad altre) nei passi relativi alla strage di Piazza Fontana e al ruolo dell’on. RUMOR?

Si ha la sensazione che l’on. MORO, in parte in ragione del suo stile e in parte della situazione di prigionia in cui si trovava, abbia voluto inviare un messaggio criptico che comunque imponeva lo stesso collegamento fra i due episodi, quello del 1969 e quello del 1973, emerso nella presente istruttoria.

In uno dei passaggi, l’on. RUMOR è anche definito "uomo intelligente ma incostante e di scarsa attitudine realizzativa", definizione che sembra richiamare il comportamento incerto di RUMOR sino all’ultimo momento di quel dicembre 1969 messo in luce tanto dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia quanto dal saggio polemico di Fulvio BELLINI.

Se a ciò si aggiunge il riferimento inequivoco contenuto nel memoriale (in un altro passo, oltre a quelli citati, si legge: "...la presenza straniera, a mio avviso, c’era"), l’insieme delle risultanze della presente istruttoria ne risulta notevolmente rafforzata e, in prospettiva, la strada dell’approfondimento di tali collegamenti (e in primo luogo delle "fonti" di Fulvio BELLINI) potrebbe ancora essere utilmente percorsa.

41

LE INTERSEZIONI DELLA STRUTTURA DI ORDINE NUOVO

CON GLI APPARATI MILITARI

INTERESSATI ALLA GUERRA NON ORTODOSSA

IL RUOLO DEL GENERALE

ADRIANO GIULIO CESARE MAGI BRASCHI

Al fine di mettere a fuoco in via conclusiva le intersezioni tra la strategia degli attentati e delle stragi e le strutture finalizzate a mutamenti illegali del quadro istituzionale nell’Italia degli anni ‘60/’70, appare necessario, terminata la fase espositiva delle più dirette emergenze processuali relative ai vari episodi criminosi, esaminare le intersezioni fra la struttura occulta di Ordine Nuovo e gli apparati militari attivi in quel periodo nel campo della guerra non ortodossa e della guerra psicologica contro il pericolo sovversivo.

Infatti, a dispetto dei proclami di guerra nazional/rivoluzionaria presenti nei testi di Ordine Nuovo e nelle prese di posizione dei suoi principali esponenti, che avrebbero comportato, come ha sempre sottolineato Vincenzo VINCIGUERRA, un coerente rifiuto dei due blocchi militari (quello comunista, ovviamente, e quello nato anche dall’ "occupazione" del nostro Paese da parte delle forze anglo/americane) e un rifiuto del mondo conservatore e borghese secondo gli ideali più puri dei combattenti della R.S.I., sembra ormai certo che l’organizzazione di RAUTI, MACERATINI, MAGGI e SIGNORELLI, solo per citare gli ideologi più noti, non abbia affatto disdegnato il contatto e l’alleanza con gli apparati istituzionali e con il mondo militare ufficiale, attestato su posizioni di difesa ad oltranza della scelta di campo atlantica e contrario a qualsiasi forma di "scivolamento", anche timido, del Paese a sinistra.

Figura centrale di tale intersezione, oltre all’intera vicenda dell’arruolamento degli ordinovisti nei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO già trattata nella prima sentenza/ordinanza, è quella di un generale, sconosciuto all’opinione pubblica e ai mass-media, e cioè il generale Adriano Giulio Cesare MAGI BRASCHI, uno dei massimi esperti e propagandisti, per oltre 40 anni, delle tecniche della guerra non ortodossa.

La figura del generale MAGI BRASCHI è emersa per la prima volta da alcuni interrogatori di Ettore MALCANGI, l’esponente della destra milanese latitante per lungo tempo a Villa d’Adda con Carlo DIGILIO, decisosi, con la sua testimonianza e nei limiti delle sue conoscenze, a far chiarezza su alcuni aspetti equivoci dell’ambiente politico in cui aveva a lungo militato.

Ettore MALCANGI ha riferito che Carlo DIGILIO, durante il periodo della comune latitanza, gli aveva confidato di aver avuto rapporti con ambienti della C.I.A. e che aveva conosciuto un importante generale, in qualche modo legato alla N.A.T.O. di Verona, il cui cognome, secondo il ricordo di MALCANGI, era FRASCA o BRASCA o BRASCHI (int. MALCANGI, 2.10.1995, f.3, e annotazione del R.O.S. sulle strutture di intelligence, 8.5.1996, vol.23, fasc.9, f.115).

Con questo generale, Carlo DIGILIO aveva partecipato ad una riunione che si era svolta intorno al 1973, probabilmente al Centro CARLOMAGNO di Verona, cui erano presenti esponenti di tutte le componenti dell’area di destra e di estrema destra: il dr. MAGGI per Ordine Nuovo, Giuliano BOVOLATO per le S.A.M. di Milano, Carlo FUMAGALLI per il M.A.R. e il colonnello SPIAZZI per i NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO.

Tale riunione serviva per mettere a punto una strategia comune di mutamento istituzionale (int. citato, f.4, e int. 17.10.1995, ff.2-3).

La figura di tale generale è comparsa poco dopo nelle deposizioni di Roberto CAVALLARO, uomo di fiducia del colonnello SPIAZZI negli anni ‘70 e principale testimone nell’inchiesta sulla ROSA DEI VENTI, rese a personale del R.O.S. in data 23.1.1996 e 26.2.1996.

Roberto CAVALLARO aveva sentito parlare del generale BRASCHI dal colonnello SPIAZZI e da altri militari aderenti alla ROSA DEI VENTI.

Si trattava di un alto ufficiale dell’Esercito Italiano legato, fra l’altro, ad esponenti dell’O.A.S. come Jacques SOUSTELLE e soprannominato "FORTEBRACCIO", con un richiamo significativo al famoso capitano di ventura, o "FORTE BRASCHI", con un richiamo alla località, appunto Forte Braschi a Roma, ove hanno sempre avuto sede i servizi di sicurezza militari (dep. CAVALLARO, 23.1.1996, ff.1-2).

Del generale BRASCHI parlavano anche l’ing. PIAGGIO e l’avv. DE MARCHI, e cioè i finanziatori liguri del movimento golpista coinvolti nell’indagine sulla ROSA DEI VENTI (dep. citata, f.2).

Ma soprattutto Roberto CAVALLARO aveva avuto anche un contatto personale con MAGI BRASCHI ed è stato quindi in grado di riconoscere il generale in fotografia (dep. 16.2.1996, f.2).

Roberto CAVALLARO ha infatti rivelato una circostanza che non aveva mai rivelato prima e cioè che alla ristrettissima riunione tenuta in una villa del vicentino nella disponibilità del finanziere Michele SINDONA (riunione di cui CAVALLARO aveva parlato in un memoriale consegnato nel 1976 al G.I. di Padova, dr. Tamburrino) era presente, oltre a SINDONA, all’on. Giulio ANDREOTTI, a tre alti ufficiali della Marina e dell’Aeronautica (persone già citate nel memoriale) e allo stesso CAVALLARO, anche il generale BRASCHI all’epoca colonnello.

Anche tale riunione serviva per mettere a punto un piano di mutamento istituzionale e CAVALLARO ricordava che il colonnello BRASCHI non condivideva affatto l’apporto finanziario dato al piano da Michele SINDONA in quanto, ad avviso dell’ufficiale, il finanziere intendeva utilizzare tale causa politica per i suoi interessi personali, commerciali e finanziari (dep. 16.2.1996, f.2).

Il colonnello BRASCHI intendeva invece salvaguardare la centralità politica di quanto si stava preparando (dep. citata, f.2).

Martino SICILIANO è stato dal canto suo in grado di ricollegare direttamente il generale MAGI BRASCHI al gruppo veneto di Ordine Nuovo.

Egli, infatti, aveva sentito parlare da MAGGI, MOLIN e ZORZI di un alto ufficiale soprannominato appunto FORTE BRASCHI, che costoro contattavano a Roma e da cui andavano regolarmente in un periodo collocabile fra il 1966 e il 1968 (int. 11.5.1996, ff.1-2).

Molto probabilmente il primo elemento di contatto con il generale MAGI BRASCHI era stato Paolo MOLIN il quale poco prima, e cioè nel maggio 1965, aveva partecipato , a Roma, al Convegno dell’ISTITUTO POLLIO sulla guerra controrivoluzionaria (int. SICILIANO, citato, f.2), convegno cui il generale MAGI BRASCHI era stato presente con una relazione, ed infatti MOLIN aveva successivamente diffuso a Venezia diverse copie del volume "La Guerra Rivoluzionaria" che raccoglieva gli atti e gli interventi di tale convegno (int. citato, f.2).

Il generale MAGI BRASCHI è stato identificato nell’omonimo ufficiale dell’Esercito (deceduto recentemente, il 22.5.1995) a lungo distaccato presso il SIFAR, impiegato nel SIOS ESERCITO, oggetto di molte benemerenze fra cui la Croce di Ferro tedesca, che aveva legato la sua brillante carriera alla specializzazione nello studio della guerra psicologica e non ortodossa, tanto da diventare, all’inizio degli anni ‘60, responsabile del "NUCLEO GUERRA NON ORTODOSSA" del SIFAR (cfr. annotazione del R.O.S. in data 8.5.1996, vol.23, fasc.9, ff.116-117).

Il generale Adriano MAGI BRASCHI aveva tenuto una relazione al Convegno dell’Istituto Pollio, peraltro sotto le mentite spoglie di un avvocato e professore universitario al fine di non far emergere in modo troppo diretto l’intervento e l’interesse dei più alti gradi militari per la strategia delineata nel Convegno stesso.

Sempre in relazione al ricco curriculum militare del generale MAGI BRASCHI, da un altro documento, fornito dal S.I.S.Mi. e contenuto nel fascicolo personale dell’ufficiale, risulta che il 23.7.1963 la Direzione del SIFAR aveva rappresentato allo Stato Maggiore dell’Esercito l’impossibilità di privarsi in breve tempo dell’ufficiale, al fine di fargli completare il periodo di comando nell’Esercito, in ragione del contributo che stava dando al Servizio con la sua "provata specializzazione e capacità nel campo della guerra non ortodossa" e soprattutto in relazione alla ".....Cooperazione Interalleata in questo particolare ramo...." che stava acquisendo sempre maggiore importanza ed ingresso (cfr. annotazione del R.O.S. 26.6.1997, vol.23, fasc.9-bis, f.21).

Tale accenno richiama il probabile inserimento ad alto livello in ambito N.A.T.O. del generale MAGI BRASCHI, ricordato da Ettore MALCANGI.

Carlo DIGILIO ha avuto molte titubanze prima di parlare della figura del generale MAGI BRASCHI e dei suoi contatti con il dr. MAGGI, esitazioni che testimoniano indirettamente la caratura dell’ufficiale.

Solo a partire dalla primavera del 1996 DIGILIO si è risolto a fornire via via i decisivi elementi di comprensione di cui, tuttavia, non si può non sottolineare la probabile incompletezza e la necessità che nelle fasi ulteriori del procedimento tali aspetti siano ancora approfonditi.

In sintesi Carlo DIGILIO ha riferito che:

- Il generale MAGI BRASCHI era considerato nell’ambiente di Ordine Nuovo un ufficiale di grande prestigio, era in contatto con il dr. MAGGI e con gli ordinovisti veronesi che lo ritenevano l’elemento essenziale di collegamento con l’ambiente militare nella prospettiva del colpo di Stato (int. 24.2.1996, ff.3-4).

Secondo il dr. MAGGI, il generale MAGI BRASCHI era l’ufficiale che, al momento necessario, doveva coordinare l’appoggio dei civili ai militari, un vero e proprio deus ex machina che avrebbe avuto l’ultima parola al momento dell’intervento dei militari (int.12.6.1996, ff.1-2).

- Era soprannominato FORTEBRACCIO (int.12.6.1996, f.1) e Carlo DIGILIO lo aveva conosciuto personalmente in occasione di un incontro a Verona, in un locale pubblico, finalizzato a rinsaldare il raccordo fra civili e militari (int.5.5.1996, f.6).

A tale incontro erano presenti il dr. MAGGI, Marcello SOFFIATI e Giulio MALPEZZI, ordinovista di Bolzano.

Dopo l’incontro, il generale MAGI BRASCHI si era avviato a piedi verso il Comando FTASE di Verona, struttura cui probabilmente faceva riferimento (int.5.5.1996, f.6).

Il generale aveva partecipato ad altre riunioni a Verona, presso il Centro CARLOMAGNO, e a Rovigo, presente Marcello SOFFIATI il quale, in tali occasioni, rappresentava anche Sergio MINETTO quando questi non poteva essere presente (int.15.5.1996, f.2).

- Il dr. MAGGI e Paolo MOLIN avevano partecipato al Convegno dell’Istituto Pollio in cui il generale MAGI BRASCHI era stato relatore e da tale convegno era originata la strategia che aveva portato alla formazione dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO in cui erano inseriti molti ordinovisti (int.12.6.1996, f.2; 19.12.1997, f.3).

- Carlo DIGILIO ha infine riconosciuto il generale MAGI BRASCHI in una fotografia acquisita dall’Ufficio durante la perquisizione effettuata nell’abitazione di quest’ultimo (int.12.6.1996, f.2).

In data 23.5.1996, infatti, è stata operata una perquisizione su disposizione di questo Ufficio nella villa di Bracciano ove tuttora vive la vedova del generale, Signora Emilia Caleca (cfr. vol.23, fasc.2, ff.3 e ss.).

Nella biblioteca del generale era ancora presente un’amplissima documentazione in tema di contro-insorgenza e guerra non ortodossa di provenienza sia italiana sia statunitense o di altri Paesi occidentali nonchè carteggi e corrispondenza con la W.A.C.L. (la Lega Anticomunista Mondiale) della cui sezione italiana il generale MAGI BRASCHI era divenuto dirigente all’inizio degli anni ‘80 succedendo a Edgardo BELTRAMETTI (cfr. nota del R.O.S. in data 22.5.1996, vol.23, fasc.2, f.34).

Tale documentazione è stata sottoposta al perito dr. Aldo Giannuli per una integrazione della perizia principale specificamente finalizzata ad analizzare il ruolo svolto dall’Ufficiale all’interno delle strutture italiane di guerra non ortodossa.

La relazione integrativa è stata depositata in data 12.9.1997 (cfr. vol.22, fasc.1) e dalla ricca analisi effettuata dal perito risulta confermato che il generale MAGI BRASCHI era il miglior specialista dell’Esercito Italiano in tema di contro-insorgenza e l’Ufficiale, cui era affidata in materia, tramite la partecipazione a corsi e convegni, una sorta di delega alla rappresentanza esterna e quasi alla "propaganda" dell’argomento, ruolo questo che ben entra in sintonia con quanto riferito da Carlo DIGILIO e dagli altri testimoni (cfr. relazione del dr. Giannuli, pagg.52-53).

Dall’analisi della documentazione presente nell’archivio del generale MAGI BRASCHI risulta anche che questi era stato personalmente l’autore, nel 1963/1964, dei due manualetti del SIFAR sulla guerra non ortodossa intitolati "La Parata" e "La Risposta" (cfr. relazione citata, pagg.33-34) e soprattutto che la sua partecipazione al Convegno dell’Istituto POLLIO del maggio 1965 non era stata un’iniziativa "privata" dell’Ufficiale, ma egli vi aveva presenziato per esplicito incarico del Capo di Stato Maggiore dell’Esercito, generale ALOJA, cosicchè può affermarsi che le nostre più alte strutture militari avevano partecipato direttamente all’organizzazione del Convegno cui erano presenti coloro che negli anni successivi sarebbero divenuti i principali protagonisti, sul piano operativo, della strategia della tensione (cfr. relazione citata, pagg.39-40).

In un appunto rinvenuto nella villa del generale MAGI BRASCHI, datato 6.5.1965 e cioè il giorno successivo alla conclusione del Convegno, l’Ufficiale relaziona al Capo di Stato Maggiore, con toni esultanti, sullo svolgimento dei lavori sottolineando che "come disposto da V.E., nei giorni 3/4/5 maggio sono intervenuto al Convegno" i cui lavori hanno posto l’accento "sulla necessità di un’azione che fronteggi efficacemente nel nostro Paese gli sviluppi della guerra rivoluzionaria, sull’opportunità di una stretta collaborazione fra civili e militari" (cfr. relazione citata. pag.39).

Meritano, allora, di essere richiamati i passi salienti della relazione tenuta dal generale MAGI BRASCHI nella giornata conclusiva del Convegno, in cui egli esprime senza mezzi termini quali siano le esigenze imposte dalle nuove forme di lotta contro il pericolo della "guerra rivoluzionaria" comunista che stava serpeggiando silenziosamente nel Paese e penetrando nei nuclei vitali della società:

"""....Determinante è l’azione militare, lo si sa, l’han detto tutti.

E’ l’azione militare.

Ma non è soltanto dei militari. E’ stato detto da BELTRAMETTI.

La guerra non è più soltanto militare.

E’ "anche" militare, in ultima analisi; ma è economica, è sociale, è religiosa, è ideologica.

Se la prima guerra mondiale vide gli Stati Maggiori combinati, cioè dalla prima guerra mondiale si ricavò la necessità di avere Comandi composti dalle tre Armi, vale a dire gli Stati Maggiori che ragionassero in funzione tridimensionale; se dalla seconda guerra mondiale sono usciti gli Stati Maggiori integrati, cioè gli Stati Maggiori che comprendono personale di più nazioni: questa guerra vuole gli Stati Maggiori allargati, gli Stati Maggiori che comprendano civili e militari contemporaneamente""".

Le parole del generale MAGI BRASCHI sulla necessità di affrontare e sconfiggere il nemico costituendo "Stati Maggiori allargati" sembrano preannunziare direttamente la formazione dei NUCLEI DI DIFESA DELLO STATO.

Ma soprattutto, per quanto concerne i profili di responsabilità dei soggetti coinvolti in questa istruttoria e nelle indagini collegate e l’interpretazione dei loro comportamenti, gli stretti rapporti fra il dr. Carlo Maria MAGGI e un personaggio del livello del generale MAGI BRASCHI consentono di affermare che la struttura occulta di Ordine Nuovo non era l’espressione di quattro fanatici eversori, ma che, almeno tendenzialmente, tale struttura avesse dei sicuri punti di riferimento militari e istituzionali in grado, al momento giusto, di sfruttare gli effetti di paura e disorientamento che gli attentati dovevano suscitare.

P A R T E Q U I N T A

LA STRUTTURA DI SICUREZZA E INFORMATIVA DI VERONA

E I SUOI RAPPORTI CON ORDINE NUOVO

42

LA STRUTTURA INFORMATIVA AMERICANA

NEL RACCONTO DI CARLO DIGILIO

LE PRIME DICHIARAZIONI

La maggiore novità di questa istruttoria è certamente il fatto che per la prima volta in un ambito strettamente processuale e con elementi di prova via via più solidi è emerso, all’interno degli avvenimenti noti come strategia della tensione, il quadro quasi intero di una rete informativa statunitense, un’ipotesi che in passato era confinata solo a qualche frammento processuale che non era stato possibile sviluppare per mancanza di testimoni diretti o era stata espressione di ricostruzioni politiche, soprattutto della c.d. controinformazione, che si basavano su deduzioni e analisi politico/internazionali più che su dati di fatto.

Gli elementi raccolti, comprese le dichiarazioni dei testimoni di supporto e i riscontri documentali trovati presso i Comandi dei Carabinieri o della Guardia di Finanza o forniti dal S.I.S.Mi., sono stati esposti in modo analitico e ragionato in due ampie annotazioni approntate dal Reparto Eversione del R.O.S. Carabinieri e dedicate appunto al coinvolgimento di strutture di intelligence straniere nella "strategia della tensione" (cfr. annotazioni in data 8.5.1996 e 26.6.1997, vol.23, fasc.9 e 9-bis).

A tali annotazioni (inviate anche alla Commissione Parlamentare sulle stragi per il loro eventuale utilizzo nella redazione della relazione finale) può quindi farsi riferimento per l’illustrazione di tutti gli elementi di riscontro che, per la loro ampiezza, appesantirebbero eccessivamente il presente provvedimento.

In questa sede saranno illustrati solo i personaggi e gli elementi essenziali, tenendo presente che il venire alla luce di tale struttura informativa non costituisce una semplice ricerca storica, ma, per le circostanze narrate da Carlo DIGILIO, un risultato processuale importante e di diretto utilizzo in quanto i componenti di tale rete hanno svolto un’attività non solo di osservazione, ma anche di consulenza tecnica, e quindi propulsiva, in quasi tutti gli attentati dal 1969 in poi, dagli attentati ai treni all’attentato all’Ufficio Istruzione di Milano, sino agli eventi più gravi e cioè la strage di Piazza Fontana, la strage dinanzi alla Questura di Milano e verosimilmente la strage di Piazza della Loggia a Brescia.

La struttura di cui faceva parte Carlo DIGILIO, certamente operante sin dal primo dopoguerra, faceva capo alla Base FTASE di Verona (sita in Via Roma, nel centro della città) con diramazioni in tutto il Triveneto.

Tale struttura era probabilmente un servizio di sicurezza prettamente militare (con sede, appunto, nelle Basi e non nelle Ambasciate), probabile prosecuzione e sviluppo del C.I.C. (Counter Intelligence Corp) dell’Esercito Americano, operante in Italia già durante la risalita lungo la Penisola delle forze anglo-americane e incaricato in tale frangente soprattutto di individuare e neutralizzare gli agenti nemici attivi nelle zone già liberate dagli Alleati.

L’organizzazione delineata da Carlo DIGILIO, tralasciando i personaggi di minore interesse, si compone come segue:

- lo stesso Carlo DIGILIO, con il ruolo di agente informatore che aveva ereditato dal padre, Michelangelo DIGILIO, ufficiale della Guardia di Finanza;

- Marcello SOFFIATI, agente operativo che aveva ereditato i contatti con gli americani dal padre, Bruno SOFFIATI, "recuperato" nel dopoguerra dopo aver fatto parte, a Verona, di una rete informativa vicina alla GESTAPO tedesca;

- Sergio MINETTO, superiore di Carlo DIGILIO nel settore informativo;

- Giovanni BANDOLI, superiore di Marcello SOFFIATI nel settore operativo;

- il prof. Lino FRANCO, fiduciario a Vittorio Veneto dove disponeva anche di una sua rete, il gruppo SIGFRIED, formato da ex-repubblichini;

- il prof. Pietro GUNNELLA di Verona, elemento di collegamento con il colonnello Amos SPIAZZI e quindi con l’area dei Nuclei di Difesa dello Stato;

- il capitano Teddy RICHARDS e il capitano David CARRET, ufficiale americani superiori, in tempi diversi, di MINETTO e di BANDOLI;

- Robert Edward JONES e John Louis HALL, operanti a Trieste e in passato in contatto con Giovanni BANDOLI;

- Benito ROSSI, fiduciario informativo di Sergio MINETTO per il Trentino-Alto Adige;

- Joseph LUONGO e Leo Joseph PAGNOTTA, già in forza al C.I.C., operanti sin dal primo dopoguerra come reclutatori dell’intera rete informativa e, fra l’altro, di ex ufficiali nazisti come il maggiore Karl HASS, condannato per la strage delle Fosse Ardeatine.

Altri soggetti risultano essere comparsi solo occasionalmente sulla scena di Verona, come il colonnello Frederik TEPASKY, di stanza nella ex Germania Federale e presente, di tanto in tanto, nella zona veronese con funzione di supervisore della struttura (int. DIGILIO, 31.1.1996, f.3, e anche dep. CAVALLARO al R.O.S., 16.2.1996, f.1).

Anche in merito ai componenti e al funzionamento della struttura americana, le dichiarazioni di Carlo DIGILIO presentano quel carattere di frammentarietà e progressività tipica della scelta del collaboratore che non ha ritenuto, sino ad un certo punto dell’istruttoria, che sussistessero le condizioni per rivelare circostanze così gravi e uniche nel panorama dell’eversione.

L’unica possibilità di illustrare le sue dichiarazioni consiste quindi nel riportarne i passi salienti in successione cronologica, lasciando ai capitoli successivi i riscontri relativi ai singoli personaggi e alla singole circostanze.

Inizialmente, Carlo DIGILIO ha rivelato il ruolo di agente della struttura limitatamente a Marcello SOFFIATI, spiegando che questi dipendeva dal Comando FTASE ed era incaricato di tenere i rapporti con gli ustascia croati, anche recandosi presso la loro base di Valencia, in Spagna, e di acquisire notizie sugli esuli cileni in Italia e in genere sulle formazioni di estrema sinistra (int.30.10.1993 e 29.1.1994, f.1).

Solo successivamente Carlo DIGILIO ha ammesso di avere lavorato anche lui per la struttura atlantica (il Comando FTASE di Verona è il Comando delle Forze della N.A.T.O. per tutto il Sud-Europa) e di essere stato inviato, tramite il prof. Lino FRANCO di Vittorio Veneto, un ex-repubblichino e fiduciario della struttura, a controllare per la prima volta l’arsenale di armi ed esplosivi che VENTURA e ZORZI detenevano presso il casolare di Paese, riferendo poi al suo superiore gli esiti della missione (int. 19.2.1994, ff.2-4, e 5.3.1994, ff.1-2).

Carlo DIGILIO ha così spiegato le ragioni per cui, ereditato il compito dal padre Michelangelo, deceduto nel 1966, aveva iniziato a divenire a sua volta un informatore, ruolo ricoperto quantomeno sino al 1978:

"""Mio padre del resto, nella sua qualità di tenente della Guardia di Finanza, nel periodo della Liberazione, rientrando dalla Grecia, aveva collaborato con formazioni di partigiani "bianchi" ed era un componente del direttivo composto da sei persone del Comitato di Liberazione Nazionale di Venezia.

Essendo militare il suo nominativo era rimasto sempre riservato e anche dopo la guerra si è cercato di fare in modo che rimanesse tale.

Mio padre aveva partecipato alla liberazione di Venezia e al disarmo e alla cattura della guarnigione tedesca a Venezia.

Inoltre, oltre a tale attività di partigiano, durante e dopo la guerra era stato informatore dell’O.S.S., che erano i servizi di sicurezza militari americani, con il nome in codice di "ERODOTO".

Mio padre aveva i suoi referenti a Verona presso la base della F.T.A.S.E.

Alla sua morte, per le ragioni che ho già accennato, mi fu chiesto se anch’io intendevo collaborare come aveva fatto lui.

Ovviamente non era un’attività a tempo pieno, ma ciò comportava singole attività di informazione.

Le persone a cui ho fatto riferimento per tale lavoro sono state diverse e presentate in tempi successivi.

La cosa ovviamente rivestiva carattere di assoluta riservatezza.

Si trattava comunque di americani i quali usavano anche, per facilitare i collegamenti, dei loro connazionali di origine italiana.

Non avevo un nome in codice particolare.

Facevo riferimento, se necessario, al nome in codice di mio padre.

Fu quindi in tale veste che io fui chiamato a Verona per assumere l’incarico di recarmi a Vittorio Veneto dal prof. FRANCO che cercava una persona non conosciuta nell’ambiente della destra e che fosse esperto in armi.

Sono questi, quindi, i motivi per cui io sono entrato in contatto e ho frequentato persone come VENTURA o persone di Ordine Nuovo di Venezia..... Al prof. FRANCO relazionai tutto, compreso il progetto di attentato di cui VENTURA mi aveva parlato.

In merito, il prof. FRANCO annotò tutto e ricevette da me il percussore.

In tutto ci vedemmo tre o quattro volte sempre in relazione alla vicenda del casolare e all’attività di VENTURA""".

(DIGILIO, int. 5.3.1994, f.3).

In un successivo interrogatorio DIGILIO ha spiegato meglio i suoi compiti e parlato del tentativo di recupero della notevole quantità di esplosivo rubato a Boscochiesanuova che si era temuto potesse essere utilizzato per attentati contro basi americane:

"""Come ho già detto io svolsi attività di informazione facendo riferimento al comando F.T.A.S.E. di Verona a partire dal 1967 e sino al 1978.

La struttura informativa che operava all'interno di questo Comando era una struttura informativa della C.I.A. interessata ovviamente ad avere il maggior numero di dati sulla situazione italiana e ad effettuare una sorta di controllo sull'area del triveneto che era una di quelle di maggiore interesse.

Prima di iniziare questa attività avevo conosciuto occasionalmente MARCELLO SOFFIATI al Lido di Venezia in un contesto del tutto normale e lo rividi casualmente a Verona proprio nei medesimi uffici cui io stesso facevo riferimento.

Si trattava di una palazzina all'interno del Comando di Verona, però a se stante ed indipendente.

In sostanza Soffiati faceva il mio medesimo lavoro, pur riferendosi a BANDOLI e cioè a persona diversa a quella cui facevo riferimento io.

Soffiati aveva avuto uno o più nomi in codice, ma in questo momento proprio non li ricordo e li comunicherò all'Ufficio se riuscirò a farmeli venire in mente.

La struttura comportava l'impegno sia di militari americani in servizio presso la Base sia di altri americani che si trattenevano in Italia per qualche tempo, incaricati di specifici servizio di informazione, sia di cittadini italiani che costituivano in sostanza una rete di informazione sul territorio.

Non erano tutte persone di destra, c'erano anche persone che potevano essere di orientamento democristiano o liberale purchè tutte sicuramente anticomuniste.

Ho difficoltà ad indicare altri italiani perchè, pur non essendone certo, posso ritenere che qualcuno di essi sia ancora in servizio presso tale struttura e quando io mi dimisi formalmente, nel 1978, ebbi la consegna di mantenere il silenzio sulla rete di informazione di cui ero a conoscenza.

Posso comunque dire che la rete era formata da diverse sezioni, ognuna delle quali riferentesi ad un determinato ambiente in cui raccogliere informazioni come ad esempio il mondo industriale, l'estrema destra, l'estrema sinistra e così via.

Fra le persone incaricate di specifiche missioni di informazione ricordo un latino-americano che era venuto in Italia per qualche tempo per acquisire notizie sugli esuli cileni rifugiatisi dopo il golpe contro il governo Allende e che erano in contatto con l'estrema sinistra locale.

Io non ho avuto rapporti diretti con questa persona che era invece uno dei referenti di Soffiati nell'ambito della raccolta di informazioni sugli esuli sud-americani di cui avevo già accennato.

Io, nel corso degli anni, ho avuto quattro referenti americani che si sono succeduti e due di questi erano di origine italiana.

Nel corso della mia attività ho eseguito una dozzina di incarichi di informazione in diversi settori, non necessariamente sul mondo di estrema destra.

D'altronde non erano necessariamente raccolte di informazioni a sfondi direttamente politico perchè nel corso della mia attività sono astato incaricato anche di eseguire la ricerca di materiale radioattivo trafugato.

Ho già fatto cenno all'attività di informazione e di ricerca sui 10 quintali di esplosivo trafugati dal capannone di una ditta che effettuava lavori di sbancamento a Boscochiesanuova.

In merito posso precisare che l'interesse a questo trafugamento era soprattutto legato al fatto che il furto fosse avvenuto non distante dalla Base di Verona in quanto Boscochiesanuova si trova a una dozzina di chilometri da Verona e quindi l'acquisizione di informazioni su tale furto, che risultò poi essere avvenuto a scopo sostanzialmente di lucro, era di interesse in relazione alla sicurezza della Base.

Avevo una ricompensa in contanti a scadenze non fisse che mi consentiva di vivere unitamente all'attività di contabile che svolgevo in varie ditte""".

(DIGILIO, int. 6.4.1994, f.2)

Carlo DIGILIO si era poi recato una seconda volta al casolare di Paese insieme al prof. Lino FRANCO e in tale occasione erano stati provati per la prima volta gli inneschi formati da un orologio, una resistenza e un fiammifero (int.10.10.1994, ff.2-4).

Erano certamente in preparazione i primi attentati della campagna iniziata nella primavera del 1969 e il prof. Lino FRANCO aveva spiegato a ZORZI e VENTURA che, per agire in condizioni di massima sicurezza, era necessario usare fiammiferi antivento e non fiammiferi comuni (int. citato, f.3).

Nell’interrogatorio in data 12.11.1994, Carlo DIGILIO ha finalmente rivelato chi fosse il suo superiore, e cioè Sergio MINETTO, che lo aveva inviato dal prof. Lino FRANCO e con il quale era rimasto in contatto sino al 1985, momento della sua fuga a Santo Domingo.

"""A questo punto, al fine di completare il quadro di quella che fu la mia attività presso Ventura e di controlli che mi furono affidati, posso meglio specificare come e da chi ebbi l'incarico di recarmi dal prof. Franco a Vittorio Veneto.

Io fui chiamato a Verona da un ufficiale della CIA, che ovviamente anche Soffiati conosceva bene, il quale affidò a me l'incarico di andare dal prof. Franco e non da Soffiati in quanto quest'ultimo era troppo conosciuto come estremista di destra e ciò avrebbe creato problemi con VENTURA, infatti Franco intendeva mandare da ventura non un personaggio noto, ma una persona che potesse sembrare un collezionista o un esperto di armi.

Io potevo giocare questa parte mentre Soffiati no o perlomeno c'erano dei rischi.

L'agente della CIA di Verona che mi mandò da Franco dovrebbe avere attualmente circa 70 anni, è un italiano di origine veronese ed era stato un alto ufficiale della X MAS del Principe Borghese e suo uomo di fiducia.

In quegli anni si muoveva nel Veneto presentandosi come commerciante e riparatore di frigoriferi e teneva i contatti grazie a questa attività di copertura con esponenti del Fronte Nazionale nelle varie città.

Uno dei punti di incontro, a Venezia, era il ristorante La Rivetta, vicinissimo a Piazza San Marco.

Il suo Ufficio si occupava quindi di attività operative che erano sia controlli su addestramenti fatti da italiani sia controlli come quello che io feci sul gruppo di Ventura sia i contatti con gli esponenti del Fronte Nazionale nel quadro della preparazione del golpe.

Una delle esercitazione a cui questo agente sovraintese avvenne a Fortezza ed anche Soffiati, del resto, si era occupato degli addestramenti in Alto Adige in funzione difensiva nel periodo in cui era in corso l'offensiva del terrorismo altoatesino.

Quindi questi corsi erano in pratica di addestramento alla controguerriglia per elementi italiani.

Non mi risulta che questo agente fosse sia mai stato inquisito per i fatti del golpe Borghese o in altri processi simili.

Quando mi trovai in difficoltà, temendo nel 1982 un secondo arresto dopo il mio primo arresto e la successiva scarcerazione, io che mi trovavo a Verona a casa di Soffiati in Via Stella, lo chiamai e lo feci venire in quell'appartamento.

Del resto tale appartamento era in sostanza di copertura perchè serviva per i contatti con i vari informatori evitando che costoro dovessero recarsi presso il Comando se non per cose importantissime.

Io chiesi aiuto all'agente e questi mi diede alcuni consigli, anche se io poi mi allontanai autonomamente accompagnato dal colonnello SPIAZZI e poi da MALCANGI come ho già ampiamente narrato in relazione alle varie fasi della mia fuga.

Alla fine del 1984, prima di andare a Santo Domingo, nella medesima occasione in cui mi recai a Verona per sapere dal colonnello Spiazzi come andava la vendita della mia pistola, utilizzai questo viaggio anche per incontrare l'agente in un bar tenendo a distanza Malcangi che mi aveva accompagnato e che avevo fatto sostare in un altro bar.

Chiesi aiuto all'agente spiegandogli che ero in forte difficoltà e che ero ormai deciso a lasciare l'Italia.

Egli mi consentì di utilizzare a Santo Domingo il suo nome come presentazione in caso di necessità.

Lo vidi così per l'ultima volta in quell'occasione.

Effettivamente io utilizzai questa possibilità proprio pochi mesi prima del mio arresto a Santo Domingo. Mi presentai al Consolato americano, entrai in contatto con un ufficiale facendo il nome dell'agente e questi fece un controllo per verificare che il nome corrispondesse ad un loro uomo in Italia. Tornai qualche giorno dopo, mi disse che andava tutto bene, che l'agente era ancora in Italia, e mi chiese di cosa avessi bisogno. Io gli dissi che ero in forte difficoltà e che avevo bisogno di un lavoro nel medesimo settore informativo che era stato in passato il mio.

Mi disse che sarebbe stato possibile utilizzarmi nel campo dell'organizzazione e riordino dei fuorusciti cubani a Santo Domingo da inviare dove essi avevano la loro sede principale a Miami, in un campo di raccolta. Precisamente questo campo si trova vicino a Miami, nella località HEALIAH. Io dovevo in sostanza occuparmi di un primo vaglio dei soggetti e del loro avviamento negli Stati Uniti.

Non ebbi tempo di iniziare questo lavoro poichè nel giro di poche settimane fui arrestato a Santo Domingo a seguito delle indagini della Polizia italiana""".

(DIGILIO, int. 12.11.1994, f.3).

Si noti che il nome di Sergio MINETTO non è ancora esplicitato nel verbale, ma è stato fatto per la prima volta da Carlo DIGILIO al personale della Digos di Venezia che lo stava riaccompagnando nel luogo di detenzione dopo l’interrogatorio (cfr. relazione della Digos di Venezia in data 15.11.1994, vol.4, fasc.2, f.84).

Qui si fermano le prime dichiarazioni di Carlo DIGILIO, rese sino al 12.11.1994, in merito alla struttura informativa americana, che tratteggiano un quadro di grande novità, ma certamente ancora incompleto.

La possibilità di acquisire nuovi particolari si interromperà sino all’autunno del 1995, anche in ragione del grave incidente che colpirà la salute di Carlo DIGILIO.

Solo a partire da tale momento riprenderanno, pur fra molte comprensibili difficoltà (è dell’ottobre 1995 l’avvio dell’operazione CECCHETTI), gli interrogatori e il quadro storico e processuale andrà completandosi.

 

 

 

 

 

 

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