TRE MOSTRE PERSONALI /
TRE GIOVANI INEDITI
ALEXANDRA GREDLER
Presentazione di ELEONORA FIORANI
DA GIOVEDI' 14 GIUGNO h.18 al 24 GIUGNO 2001
VALERIO ANCESCHI
Presentazione di FRANCESCO LEONETTI
DA GIOVEDI' 28 GIUGNO h. 18 al 7 LUGLIO 2001
SEBASTIANO BONELLO
Presentazione di ROBERTA RIDOLFI
DA GIOVEDI' 12 LUGLIO h. 18 al 27 LUGLIO 2001
Per Alexandra Gredler
Molti interessi e suggestioni richiama questa
giovanissima, austriaca di Salisburgo, già grafica
attiva ed eccellente a Milano, perché lei con sicurezza
rivà anzitutto ai viennesi, e intanto inventa un suo
alfabeto, struttura 'iconemi' suoi propri. Come si sa, i
viennesi hanno varie valenze, talora giocose e ironiche,
talora drammatiche; ciò che importa qui è il fatto che
lei, evidentemente, li riprende con una sua
consapevolezza; nell'attuale crisi delle avanguardie
artistiche, sia storiche sia nuove, è singolare il suo
puntare su un periodo, su un'ascendenza, come è questa.
Perché i viennesi (Klimt, Schiele, e altrettanto geniale
il drammatico e grottesco Kokoschka) non sono nella
storia fondamentale del Novecento collocati accanto ai
nostri anticipatori, e cioè i grandi "fauves"
o selvaggi da cui discende o prende scatto
l'espressionismo avanti gli anni Dieci. Invece noi li
valutiamo come audaci innovatori che ci portano verso
l'asimmetria, il disequilibrio nella composizione, quale
è proprio, quindi, di tutti gli stili novecenteschi.
C'interessano per la loro accentuazione della superficie
pittorica tramite la linearità del disegno e forse
anche, dati i tempi, per la dimensione estetica che da
sola riscatta la vita.
Dunque Gredler non evolve nell'informale né utilizza la
tecnologia come ora si fa in modo sbrigativo e lei pure
sa benissimo fare. E pone invece un nesso stringente e
tutto moderno verso un'astrazione non geometrica. Dagli
astrattismi noi stessi ci siamo allontanati perché tutto
si geometrizzava, e occorre oggi invece un'immaginazione
pervasiva e diffusa, magari effervescente. Così Gredler
pone l'accento su un artista viennese, Hundertwasser, il
cui timbro linguistico sta fra paesaggi incantati ed
utopia, mentre anche immagina modi diversi di abitare nel
sogno della natura. E ricerca, sperimentando, di ridare
consistenza e cosalità ai paesaggi della mente. Così
sulle tecniche forme dell'operazione che Gredler svolge
in queste sue prime prove mature di pittrice scrive
Jacqueline Ceresoli indagatrice dei giovani artisti:
<<sfoga la sua creatività mescolando la pittura,
l'acquerello, il pastello, e a volte inserisce nei lavori
collages fotografici con l'entusiasmo di scoprire
innovazioni segniche perenni, racchiuse in tratti
germinanti e vivaci, fortemente espressivi e decorativi
>> (in "Arca", dicembre 2000).
A me pare che un ruolo determinante nella pittura
astratta e ludica di Gredler è dato appunto dal
"gioco": senza intendere con ciò (e senza
però escludere) l'incidenza fortissima che il concetto
di gioco ha nella speculazione profonda di Freud
(viennese, a dirsi per inciso.). Dopo "Il motto di
spirito" del I905, è la famosa lettera a Zweig
sull'incontro con Dalì nel '37 a recingere il concetto
-sulla fantasia del poeta come del fanciullo, fuori dal
lavoro sempre obbligato- in quanto rapporto misurato fra
impulsi inconsci e razionalità. Ad osservare i minuscoli
oggetti o elementi costruiti come assoluti, e le
spazialità straniate, e il loro fluttuare e disporsi in
strutture territoriali, ci si convince poi, secondo me,
di un'invenzione avvicinabile al "disegno
infantile" che nel Novecento si carica di più
valenze e costellazioni referenziali e a volte di una
interessantissima paradossalità. Certi tocchi, e certi
fattori della stesura di Alexandra Gredler, vanno in tal
senso a ritrovare per noi, con peso e con impegno, la
stranezza dei pensieri primi con la loro
ipersensibilità.
Ma dobbiamo riferirci anche alla concentrazione di Klee
giovane perché l'astrattismo è componente forte della
formazione e del gusto di Gredler, con una sua propria
visionarietà fitta ed occhieggiante. I colori sono
assunti con assolutezza: gli arancioni, i blu, i verdi
sono esplorati al massimo della luminosità, nella loro
forza espressiva: non ci sono ombre, caso mai vuoti, zone
non dipinte, lasciate bianche, che assumono valori
diversi, di mancamento o di irruzione del vuoto, o di
apertura in cui si accampano le strane creature che
popolano i suoi campi visivi, perché di vere e proprie
creature si tratta, non si sa di quali mondi e territori,
che brulicano, fluttuano e anche si relazionano tra di
loro. E così talvolta essi si librano semplicemente
nello spazio come astri o navicelle e in altre si
dispongono, per aggregazione, in ritmiche sequenze, come
territori e paesaggi brulicanti di presenze e di cose.
Sono segni-oggetti amebici anche se ben delineati, in
bilico tra il naturale e l'artificiale, tra il biologico
e il tecnologico (ma c'è ancora questa differenza?).
Certo è che ciascuna creatura vale per sé, ha una sua
identità e una sua anima e qualche volta ha occhi e
rami. Talvolta prevale un moto vorticoso, con valore
prorompente e talaltra si accampa sospeso; altre volte si
presenta una parete solenne con effigi o cortei, e però
è così ben frantumata che avvicinandosi ci si accorge
di una ritualità benevola e contenente varie impronte; e
ancora accade che una serie favolosa di tabulati e
quadranti viene picchiettata dal caratteristico
"tondo" o "circolo" di Gredler fin
quasi a specchiare i fantasmi dell'immaginario.
Eleonora Fiorani
Per Valerio Anceschi
Il modo sorprendente del fare scultura di Valerio
Anceschi consiste nella "manipolazione" - come
egli stesso dice-: non gli viene già deciso (o quasi) il
progetto, il modello di avvio; è invece mentre
interviene e svolge, allungando o spostando o piegando
aste e nodi, che l'opera si configura. Vedremo meglio
cosa vuol dire: è proprio della forza inventiva, e nei
miei trent'anni di Estetica a Brera ho trovato ben di
rado una tale capacità.
Valerio ha cominciato col dipingere, alcuni anni fa,
affascinato da Pollock; nell'atelier vedo pareti
metalliche o pagine spruzzate, quelle che sono state
all'origine dell'"informale". Più maturamente
si è interessato proprio del tondino di ferro, fino alla
passione completa per il ferro; dapprima includendo i
fili suoi dentro avvolgimenti curati di gesso col piacere
di riprendere Arp; e poi, restando come affascinato dalla
macchinetta di saldatore, con le operazioni specifiche
della connessione di pezzi, ciò l'ha portato a questa
sua intrapresa coinvolgente: che, direi, protrae
inattesamente -contro tutte le ricerche diverse e amare
dominanti negli anni Novanta- l' espressionismo astratto
novecentesco in alcuni motivi nuovi e suoi propri in
senso linguistico-stilistico.
Ho conosciuto il giovane Anceschi come allievo in una
scuola di perfezionamento nella scultura, in Montefeltro,
in estate; l'ha fondata dieci anni fa e ora la presiede
Arnaldo Pomodoro (col quale ho un "sodalizio"
fra artista e scrittore, fin dal '60). I giovani scelti
sono ospiti -della Cee e della Regione Marche- lavorando
con istruttori e avendo materiali disponibili per tre
mesi; io insegno
(qualche volta) estetica, come a Brera; e l'opera
compiuta è proprietà del Comune (Pietrarubbia) ed entra
in una mostra collettiva, poi resta esposta in un borgo
sei-settecentesco. Non c'è niente di simile neppure in
Usa. Ho visto che il lavoro dell'Anceschi (proveniente da
Brera) si è mosso con ricerca allora complicata
(mentre ora è Eliseo Mattiacci il direttore artistico);
Valerio è allora arrivato piuttosto a una serie
movimentata di piccoli fogli.
Poi, quando ho organizzato nel C.S. Leoncavallo (dove ho
diretto l'attività culturale per qualche anno) una
mostra di "idee" per una ricorrenza storica, mi
sono entusiasmato della scultura di lui. La ricorrenza è
la morte di due ragazzi del Liceo artistico Hajech uccisi
nel '68 (mentre era preside Staccioli). Ora Anceschi
presenta una forma circolare alta un metro,circa, e
costituita di due semicerchi che si sfiorano, come lunghi
bracci, indicando così i valori di una comunità
presente. (Il concorso è ancora aperto, con opere
esposte a Milano).
Dicevo poco fa quale è la crisi difficile della ricerca
artistica; la tecnologia tende a svuotare la coerenza
formale interna. La scuola di cui ho parlato ha la sua
"tradizione del nuovo" nelle sfere rotte di
Pomodoro e in un 'minimalismo' -in parte concettuale-
presso Mattiacci. Ma come procedere nel filone delle
avanguardie, oggi, dopo che c'è stato un esercizio
inventivo enorme sui nuovi materiali (plastiche e altri)
e inoltre ci sono state ,appunto, le "strutture
primarie" e l'"informale", ed è invece
emersa infine la 'simulazione' come motivo teorico
principale?
Cerchiamo ora di definire(descrivere) i suoi lavori.
Ricapitolando altrimenti la via degli Spagnulo, Pardi,
Carrino, suoi maggiori, mi pare che l'invenzione
trasporti Valerio Anceschi piuttosto ai grovigli, come
caratteristici dell'oggi. Giunge a costruire una lunga
asta (4 o 5 metri) in un moto di slancio ondeggiante
verso i cieli per dispersione o fuga, quasi albero o
quasi antenna o quasi squilibrio puro. E anche, oppure:
la ricchezza estrema di concentrazione annodata ci dà
una sorta di figura astratta umana, poggiante su piedi o
supporti più lunghi, contratta in sé pur arcuandosi, in
uno sforzo di tenere il confronto col mondo.
Dunque la tenacia -apparentemente dolce, fortissima più
sotto- di Valerio consiste
anche nel sostenere, nonostante l'attuale "cultura
del consumo", il confronto col mondo, contro il
post-moderno eclettistico e la transavanguardia spesso
dubbia. Ma ciò che più sorprende e piace in lui è un
suo modo creato di movimento interno continuo (come nella
poesia, direi): l'opera sculturale non appare fissa,
occupante spazio (come teorizzava addirittura Hegel, poi
contraddetto su questo e altri punti dall'Esserci
heideggeriano); appare un risultato insieme mobile e
fermo di "varianti",
in quanto un allungamento diritto di asta è stato poi
indotto-deciso a piegarsi, rispondendo all'insieme, alla
ritmicità, all'assolutezza. Com'è bello questo
contraddire il design e la cosiddetta "cultura del
progetto", pur avendola conosciuta, questo
contraddire ciò che è come bloccato per potersi
ripetere, e sta prevalendo da anni e restituendo
purtroppo la simmetria!
Un nucleo di "mare", espansivo, folgorante, sta
qui in parete, e c'è anche un contortissimo
"nodo" ultrasaldato, originale.
Francesco Leonetti
SEBASTIANO BONELLO: Il disordine della perfezione
di Roberta Ridolfi
In arte, come nella vita, le stagioni si susseguono, le
direzioni mutano senza tuttavia rinnegare l'idea da cui
sono scaturite, i segni divengono segnali, alimentando
nuove strategie di comunicazione. I lavori di Sebastiano
Bonello hanno seguito questi strani e misteriosi
percorsi, giungendo a generare una nuova poetica,
imperniata sulla positività di certa energia vitale. Un
tempo infatti, i lavori di questo artista, si
soffermavano piuttosto sulla "fisicità" della
creazione che sull' andamento emozionale dell'opera, su
quelle parti visibili cioè che potessero in qualche modo
sedare l'irrequietezza dell'arte, tesa alla perenne
rincorsa verso l'inaccettabile, verso la cupa visione
delle vicende del mondo, ed infine, a volte, soggiogata
dalla tristezza dei fatti della vita.dalle solitudini e
dalle insicurezze. Ora quel mondo incerto ha lasciato il
posto all'altro possibile versante della vita: quello
della contemplazione, della bellezza, dell'equilibrio che
trova anche nell'estetica la propria ragione d'esistere.
La ricerca di un artista non è indipendente dai risvolti
autobiografici della propria storia, nell'arte si
riflettono desideri, aspirazioni, speranze ed energie,
così è stato per Bonello che presenta una ricerca
nuova, attenta alle sfumature dell'emotività, accecata
di un cromatismo puro, essenziale, quasi incorruttibile.
Ora le opere di Bonello sono divenute tele sublimi,
nuclei circolari di colore "positivo" che ci
appaiono estrapolati dall'iride magnetica di un occhio
incantato e sognante. Sovviene il desiderio di pienezza,
attraverso queste opere, pienezza intesa come libertà,
come consapevole abolizione del corpo, come enfasi
massima e assoluta del potere dell'anima. E merita una
riflessione anche la scelta del cerchio: non è infatti
casuale perché nella forma circolare risiede l'idea di
senso compiuto, di perfetta armonia, di naturale
compensazione. Tant'è che l'artista si è addirittura
impegnato nella costruzione di uno strumento che potesse
permettere la ripetizione del cerchio e una migliore
risoluzione tecnica dei "confini" cromatici
della circolarità. Il dato principale della nascita di
questo nuovo ciclo di lavori è l'attribuzione di nuovi
significati simbolici che investono l'essenza stessa del
colore. Ciò significa che i colori, presentati in questa
mostra, assumono significati variabili che rispettano la
predisposizione emotiva di chi guarda, inventando nuove
risorse da vivere sul piano delle sensazioni. I celesti
tersi, i gialli d'energia ed altre risorse della magia
della luce costituiscono i presupposti essenziali per
trasmettere segnali, cifre, emozioni. Insomma i colori,
nelle opere di Bonello sono utilizzati come sensori della
percezione, come elementi fondamentali funzionali, anzi
necessari alla comunicazione. E' facile capire che queste
non sono opere di chiusura emotiva, non sono motti di
autocompiacimento estetico, ma grandi, immensi segnali di
apertura all'alterità. Tutto si conclude nel centro di
quelle forme per irradiare di senso l'intera opera,
aggiungendo alla composizione l'illusione di espandersi
ben oltre i confini della tela.Nell'estremo tentativo di
rincorre la perfezione, l'artista raggiunge stadi
emozionali paralleli, aggiungendo alle potenzialità
della propria poesia l'euforia di nuove scoperte che.si
sa, si risolvono in frammenti di pura energia. Ecco, è
così che si compie a volte l'inesplicabile destino di un
'opera d'arte.
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Gas-o-line
Anno I - n.
5 - Giugno 2001
Rivista dell'associazione BOMBACARTA http://www.bombacarta.net
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Lorenzo Guzzetti, Valentina Mose, Tonino Pintacuda, Patty
Piperita, Giulia Siffredi, Silva, Costantino Simonelli,
Antonio Spadaro
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SOMMARIO
EDITORIALE
Antonio Spadaro
ARTICOLI
Sotto il cielo del
Perù con Mario Vargas Llosa
incontro onirico con il grande scrittore di Tonino
Pintacuda
PROSE
Il clown che smise
di ridere di Lorenzo Guzzetti
POESIE
La poesia di
Silvia Geraci
a cura di Costantino Simonelli, Giulia Scalcino,
Valeria Pietrantonio
ANTOLOGIA - sez. PROSA
a cura di Costantino
Simonelli
Nessuna cosa buona di Luigi Cristiano
AUTOPRESENTAZIONI ESPLOSIVE
Tonino Pintacuda
si presenta a Bombacarta
ELEMENTI
DI CRITICA LETTERARIAa
cura di Rosa Elisa Giangoia
Requiescat di Domenico Di Tullio
MAILS A
TEMA
a cura di Rosa Elisa
Giangoia
La ricostruzione storica in:
Dialogo tra un Dio e due uomini di Lorenzo
Guzzetti
BC-BOOKS
di Rosa Elisa
Giangoia
L'uomo che divenne Dio, G. Messadié
BOMBACUCINA
a cura di Rosa Elisa
Giangoia
A tavola con Gesù
MANIFESTI
LETTERARI
a cura di Rosa Elisa
Giangoia
Il Manifesto Emotivo del Movimento Saturnista
ART&SPORT
a cura di Gabriele
Guzzetti
La curva di Alessandro Carbone
PERCORSO
DI VIAGGIO
a cura di Antonio
Spadaro
Ulisse e le sirene spiegate
EDITORIALE
"Il problema si deve
risolvere e, una volta risolto, scompare. Il mistero
invece deve essere sperimentato, venerato; deve entrare a
far parte della nostra vita. Un mistero che possa essere
chiarito, risolto con una spiegazione non è mai stato
tale. Il mistero esige una spiegazione: ma questa avrà
il compito di indicare ove risiede il vero enigma"
(Romano Guardini). La poesia, la creazione, l arte
vera non può che essere mistero.
Ma attenzione: mistero non dice incomprensibilità, ma
inesauribilità. Questo è il punto. Così come il
viaggio. Il viaggio vero ha stazioni di passaggio, di
sosta e di approdo, ma non di arresto definitivo. Il
viaggio, se è vero, è assoluto. Così l arte. Se
l arte è vera, è un viaggio inesauribile di
esplorazione, conoscenza, sforzo, curiosità, dubbio,
fiducia,... Se l arte ha descritto e rappresentato
il viaggio in parole, immagini e suoni, il viaggio,
d altra parte, è metafora dell arte, intesa
come percorso
inesauribile. L arte non è mai problema né è mai
in sé problematica: se lo fosse sarebbe vana.
Larte è mistero che ditta
dentro (detta al cuore e ad esso si
impone).
Antonio Spadaro
ARTICOLI
SOTTO IL CIELO DEL PERU'
CON MARIO VARGAS LLOSA
INCONTRO ONIRICO COL GRANDE SCRITTORE
Costantino mi scrive
<<Perché cavolo non entri nella redazione di
Gas-o-line?>>, come posso rispondere a uno che mi
elegge suo figlioccio spirituale? Rosa Elisa poi mi
chiede un articolo su Mario Vargas Llosa. 2000 battute,
comprese gli spazi. Mica facile, ci posso provare.
Spulcio nella bacheca mentale, Mario Vargas Llosa. La
prima immagine che arriva è la copertina del suo ultimo
romanzo, "La festa del caprone". Guardo e
riguardo il caprone che tiene una conferenza a dolci
streghe. M'appisolo col libro tra le mani e penso allo
scrittore peruviano, all'amico di Gabriel Garcia Marquez,
al candidato alle elezioni in Perù del 1990, ai suoi
articoli su "Repubblica", ai sogni d'amore di
Don Rigoberto, alle sue lezioni di scrittura alla Scuola
Golden di Torino .
Sono sotto il cielo del Perù con in testa Peruvian Skies
dei Dream Theater, ho in mano ancora il romanzo e inizio
a leggere, leggo e per due ore. Mario mi tiene
prigioniero con continui cambi di prospettiva, col suo
periodare ipnotico. Urania, Trujillo, il Palazzo di Santo
Domingo. Non ha perso la grinta che sgocciolava fuori dal
suo primo romanzo "I cani e la città ",
nemmeno un po' di
ruggine. Lo guardo e rivedo in lui il vecchio barbone di
"Farheneit 451", quello che fa conoscere al
vigile del fuoco pentito il gregge di "vagabondi
fuori e biblioteche dentro". Mario ha previsto che
nel prossimo millennio i letterati saranno costretti a
vivere nascosti, nel buio. M'immagino una setta
clandestina di cui lui potrebbe essere benissimo il capo.
Scivolo via, sono sopra il divano bianco della mia
stanza. Non riesco ad uscire, sguazzo felice tra le 500
pagine, prigioniero tra la prima e la quarta di
copertina. Le sue parole mi verniciano gli occhi di
speranza e non cerco nessun'acquaragia per tirarla via.
Felice m'addormento, lo saluto e lui s'allontana
fischiettando.
Tonino Pintacuda
PROSE
IL CLOWN CHE SMISE DI
RIDERE
Era un circo, come ce ne sono
tanti. C'era il domatore di leoni e il trapezista, i
giocolieri e il mago, le ballerine e due clown. Sì, due
clown. Erano due clown ai quali piaceva il loro ruolo,
perché facevano ridere i bambini e gli adulti, le donne
e gli uomini, i nonni e le nonne. Si divertivano insieme
perché non solo lavoravano insieme ma passavano grande
tempo della giornata a parlare,discutere,sognare. Ecco,
sognavano. Sognavano una vita comunque diversa da quel
vagabondare senza meta,senza un punto d'approdo, senza
una donna alla quale dire "Ti amo" non pensando
il giorno dopo a smontare il tendone per partire verso
altre donne. Sognavano di vivere vicini, di avere una
casa bella e spaziosa, sognavano di fare le vacanze
insieme, sognavano di comprare due moto per andare sul
lago la domenica mattina. Il pensiero a un'altra vita
c'era, ma non avevano mai il coraggio di abbandonare
tutto.
Si erano conosciuti per caso,e il caso li aveva tenuti
uniti, fianco a fianco, per vari anni. Elemento comune,
collante dell'amicizia era quella voglia di divertirsi
sempre. Ridevano, anzi, sorridevano alla vita,
sorridevano a quella voglia di vivere come dei bambini,
perché per far divertire e per divertirsi occorreva
sentirsi come bambini. Far piangere era molto più facile
che far ridere e questo lo sapevano benissimo. Qualcuno
del circo si lamentava di loro due. Troppi scherzi,
troppi sfottò partivano sempre e comunque da questi due
attori, che ridevano non solo in scena, ma anche nella
vita. Più volte il domatore di leoni, la prima ballerina
si erano lamentati addirittura dal padrone del circo,
parlando di "insulti pesanti" e di
"cacciar via quei due". Eppure, il padrone del
circo, un uomo non vecchio, era un saggio. Sapeva che
disponeva di due fuoriclasse, di due persone che prima
che lavoratori erano amici, e questo nel mondo dello
spettacolo e dei riflettori è fondamentale. Così, tra
una pezza e un rattoppo, una buona parola e una finta
strigliata che finiva in un caffè al bar, i due clown
erano sempre salvati dal loro capo. Ma le voci
continuavano, i dissapori crescevano di giorno in giorno.
I due clown erano come fratelli, ma avevano due caratteri
totalmente differenti. Uno era spesso e volentieri
arrogante e un bel po' supponente nel rispondere agli
altri, con quel suo tono da chi dice sempre quelle mezze
verità che fanno male e colpiscono a freddo. L'altro
invece, incassava i colpi, non riusciva a rispondere e
intanto accumulava delusioni su delusioni. Qualche volta
ne parlava con il suo amico e l'altro lo incitava a
rispondere a tono, a togliersi i famosi "sassolini
dalle scarpe". Non riusciva. E questo cominciò a
renderlo strano.
Nervoso, introverso, non riusciva più a ridere.
Tante erano state le notti passate al tavolino con
l'amico per preparare nuovi sketch e finiti con un
bicchiere rotto, con un pacchetto di Marlboro vuoto, con
le lacrime agli occhi.
Era stanco, non si sentiva più amato, non si sentiva
più bene. Il circo lo aveva stufato, voleva cambiare
vita. L'altro clown non capiva. Non lo aiutava. Cercava
di riderci sopra e non capiva che per la prima volta la
risata doveva essere trattenuta.
Non voleva più restare, non era più il protagonista ma
una semplice comparsa.
E per un artista essere la comparsa è dura, è difficile
da accettare.
Così, una notte decise che il giorno dopo sarebbe stato
il suo ultimo spettacolo. Erano in un paesino sperduto in
montagna, anche lì erano arrivati. La sera dopo fece lo
spettacolo più bello, più divertente, più esilarante.
Gli applausi erano solo per lui e quella sera il suo
amico si sentì un po' dimenticato in mezzo a quella
folla che aveva tributato una standing ovation solo a uno
dei due clown.
Alla fine dello spettacolo, a notte ormai inoltrata,
mentre tutti cenavano, si accorsero che il ritardo di
quel pazzo clown era diventato un po' strano. Di solito
era il primo a sedersi a tavola, tranne quando si
concedeva qualche minuto in più per un bagno caldo
invece che una doccia veloce. Erano tutti seduti quando
si presentò vestito "civile" con in mano il
suo naso rosso, il martello di gomma e la giacca mille
tasche. Tremava, ma trattenendo le lacrime disse:"Io
ho finito il mio show,me ne vado, addio a tutti".
Gettò i suoi "arnesi" sul tavolo, fece un
breve cenno con la mano e girando le spalle se ne andò.
L'amico guardò fisso negli occhi il padrone del circo
che abbassò gli occhi ma non si mosse. Egli allora lo
rincorse, chiese spiegazioni, ma ricevette solo un
semplice e commosso:"Sono stanco, addio".
Non si rividero mai più.
Da quel giorno il clown che rimase nel circo smise di
ridere.
Lorenzo Guzzetti
POESIE
Questo mese le poesie di
Silvia Geraci.
Le ho scelte perché mi piace molto quella rievocazione
di atmosfera e di luogo (stanza, teatro) quasi
rassicurante e pacata trafitta come una stilettata dalla
lama dei suoi pensieri.
Silvia è una palermitana di 19 anni da sempre vivente a
Messina dove frequenta il corso di Laurea in Filosofia.
Dice di sé:
"Ho dormito tra mamma&papà,TV,libri,chiesa e
scuola fino al liceo,cambiando 3 volte casa,molto
viziata,molto solitaria,con la mania di scrivere."
La poesia è il suo ultimo amore ed è recentissimo. In
passato scriveva soprattutto monologhi e racconti.
Sentite che cosa dice sullo scrivere:
"Fare poesie...ho
polemizzato a lungo con Roberto (bombacartiano e collega)
sul fatto che non c'è un limite preciso tra i vari modi
di arte come espressione di sé, poesia,pensavo, non è
una categoria,un'etichetta precisa che consente di
includere o scartare in modo netto.Quello che conta è la
capacità di ricreare in sé e evocare negli altri
un'emozione,una sensazione,una suggestione.
Essenzialmente,per me è importante sapere di potere
comunicare. Però,e devo dire grazie anche al contatto
con Bombacarta,ora penso che vi sia almeno nel mio modo
di scrivere qualcosa di identificabile che distingue
poesia e prosa.Sicuramente la concentrazione delle
immagini,la capacità di "lampeggiare",sia nel
senso di luce improvvisa su una tempesta,che in quello di
un'intermittenza franta,ma con una continuità
interna.Poi la ricerca del contrasto tra le atmosfere e
le immagini,far stridere gli stati d'animo,con una
sguardo il più possibile
"allucinato",onirico.Contribuisce a crearlo la
ricerca della musicalità,ma ad echi appena accennati,
senza una rima palese."
Che ne dite? Mi pare che
abbia già le idee piuttosto chiare.
Ma vediamo come le mette in pratica.
FUGA
Non so stare
sulla soglia
in bilico
mi aggrappo alla maniglia
non reggo
il risucchio della stanza
linee prospettiche
fin troppo care
e già saperle contigue
d'intimità esausta.
E sbatte
anche questa porta
su sfocate
sbavate
ombre cinesi spaventate.
************
2 MAGGIO 2001
Folate calde
come ritocchi
rivolti di vento
a respiri
a silenzi.Occhi
su scogli lambiti
lasciati,ripresi.
E in una stanza
di pareti spoglie,
danze solitarie
mimate
accennate.
Una luce araba
tra persiane socchiuse.
**************************
QUATTRO APRILE
Torno sempre
sui palchi deserti
annuso le scenografie
guancia sul velluto
del sipario
ascolto
come se voci evocate
sapessero
non perdersi
e farmi compagnia
e sciogliere i grumi
in collane.
Immagini molto cariche di
pathos espresse in modo scarno ed efficace.
Sollecitata a commentarle dice:
"Fuga"..:
La porta sbatte...non ho il coraggio nei rapporti umani
di stare nel punto di equilibrio,scappo per non sostenere
il peso del desiderio di essere meno sola;le ombre cinesi
si allontanano sempre più dal muro,si ingrandiscono,i
contorni si perdono:vorrei sembrare più grande e
forte,affettivamente autonoma ma ottengo un'immagine
incerta. Che poi,se avessi avuto quel che desideravo,me
ne sarei stancata...esaudito ed esausto,binomio
frustrante
Su "2 maggio
2001":
No,su questa non voglio
dire niente...è un'insieme di suggestioni avute durante
una bellissima e particolare vacanza a Palermo,tra il
Foro Italico, i vicoli fuori dal tempo di Via Maqueda e
la paura di parlarsi e di guardarsi.
Su "4 aprile" :
Costellarsi di piccoli spettacoli la vita, e quando
finiscono,non saperli farli finire dentro di sé. E
amarli di più proprio per il fatto che sono perduti,e
cercare nelle sensazioni tattili,visive,olfattive
un'atmosfera che restaincomprensibile nella sua
lontananza ma che evocata forse saprebbe apparire chiara
e consequenziale,svelata.
Però.... diciannove anni
già belli pregni di personalità. Io non aggiungerei
altro.
Mi sembra che basti. Grazie Silvia. E' stato un piacere.
Costantino Simonelli
ANTOLOGIA
sez. PROSA
Con questo numero
s'inaugura la sezione dedicata alla prosa nell'ambito
della rubrica Antologia. L'intento è di scegliere brevi
racconti "esemplari" di un modello di scrittura
e di narrazione e di rilevarne le caratteristiche
peculiari.
Immagino che successivamente arriveranno in lista
proposte di scrittori affermati
e celebrati. Per questa volta però, per rompere il
ghiaccio, io comincio con un oscuro scrittore di web,
come ce ne sono tanti anche tra noi.
Questo brevissimo scritto- immagine è di Luigi Cristiano
(Remote, per il web, dal suo sito omonimo) che lo ha
postato in BC qualche tempo fa, come sua partecipazione
saltuaria ma già da alcuni apprezzata.
Di lui, anche sollecitato, dice poco. Dice anche che
scrive poco e solo quando
sente la necessità . Non saprebbe scrivere per
commissione. E' da due anni che è presente nella Rete
con due siti che sono due fasi evolutive di uno stesso
progetto di creatività e che vale la pena di segnalarvi:
http://www.pegacity.it/libreria/remote e
http://www.voices.it/.
Ma intanto leggiamoci il
racconto.
NESSUNA COSA BUONA
Al suo ritorno,
semplicemente, spalancò la porta.
E si prese quello che era suo da sempre.
Non c'era nulla che potesse veramente fermarla.
Non io, né gli anni che erano passati.
La prima volta si soffermò all'entrata graffiando le
pareti con
uno sguardo, poi, fermò la luce con gli occhi e la
scagliò
tutt'intorno, rovesciando sedie e stoviglie.
Non toccò nessuno di quelli che abitavano la casa,
non quel giorno almeno, ma confuse i libri, le foto, i
ricordi,
lasciandoli all'apparenza intatti e irriconoscibili.
Ad ogni suo arrivo si muoveva più sicura, passo dopo
passo,
a calpestare il grigio freddo dei corridoi, ed il legno
stanco
e rigato delle camere, cambiandone il disegno e la
disposizione.
E a poco a poco la casa non riuscì ad avere spazi che
per lei.
L'aria, al suo spostarsi, sollevò la polvere di anni, in
nuvole
sottili e vorticose, che trovarono riposo in altri
luoghi;
e molti oggetti rividero la luce, e di molti altri, ne
persi
il contorno.
Senza un grido cambiò i rumori, e li sommerse con un
sordo
brusio fatto di aspettative e incertezze.
Poi rovistò nei cassetti, e senza saperlo lasciò cadere
le cose
di tutti i giorni a coprire quelle preziose, tenute via
con
cura, conservate e custodite per le occasioni di festa.
Spostò mobili, quadri, finestre, senza neppure toccarli,
ma solo cambiando il mio modo di vederli.
Di viverli.
Niente fu più al suo posto.
Se non io, dentro di lei.
Chi visse tutto questo da fuori, non vide altro che il
mio
cambiare e pensò : " ... nessuna cosa buona "
.
E io?
Io persi solo i miei quarant'anni.
Potendo così viverne, per due volte, venti.
Le mie scarne impressioni: d'una invasione -
pervasione abilmente tracciata che fonde e confonde un
ritorno al possesso di un luogo e di un "sé".
Senza, volutamente, darti la risposta al : "Ma chi
è l'invasore?"
Luigi spiega:
"Non mi è semplice
cercare di "giustificare" questo pezzo.
E' stato letto da molte persone e quasi tutte hanno dato
interpretazioni diverse.
C'è stato chi ci ha visto dentro una vendetta, chi una
malattia dell'anima, chi più semplicemente, una donna.
E come sempre in questi casi la risposta più semplice è
quella più vicina alla realtà.
Da parte mia ho semplicemente immaginato cosa sarebbe
potuto accadere, se fosse tornata una persona.
Dopo anni, dopo aver pensato di averla persa,
dimenticata, sostituita.
E ho guardato il mondo attraverso questi occhi.
E' la cronaca di una invasione, come anche tu hai detto.
Un' invasione subita e voluta."
E' probabile che Luigi
sappia perfettamente chi sia quella persona che ritorna e
che magari gli ha diviso la vita vissuta in due metà.
Oppure realmente non lo sa perché è più d'una semplice
persona, ha la potenza di un simbolo. Potenza che hanno
solo i ricordi quando ritornano.
Il fascino di questo breve racconto sta proprio nella
possibilità che ha il lettore di riempirlo delle sue
proprie ipotesi, come fosse una storia di ognuno.
Costantino Simonelli
AUTOPRESENTAZIONI
ESPLOSIVE
Ancora non mi sono
presentato. Preferivo farmi conoscere attraverso le
cose che scrivo, quello è il mio biglietto da visita
più bello. Forse non l'ho fatto perché prima volevo
capire che fosse realmente BOMBACARTA. Ora ho capito
quello che è per me, è come un caffè, uno di quei
locali demodé che mi piacciono tanto e che non riesco a
trovare a Palermo e provincia. Vi
ho conosciuto mail dopo mail e vi incontro ogni giorno.
Ci sediamo ogni sera al nostro tavolo e ognuno ha
qualcosa da dire.
Mi piace questo posto, veramente, è diventato un
appuntamento fisso. Vi ho
già scritto che vivo nel covo dei latitanti e forse lo
sono anch'io. Loro si rifugiano nelle sontuose ville di
periferia, io nei miei libri ma poi è lo stesso. Siamo
contenti di vivere qui? Non sappiamo rispondere a questa
domanda. Lasciamo scorrere la vita così come viene senza
affannarci troppo,
le vecchie coppole continuano a sorseggiare i soliti
caffè con in testa il motivetto portante della colonna
sonora del padrino, noi giovani li guardiamo, li
rinneghiamo.Li rinneghiamo aspramente,MAI COME LORO, NON
CI RIDURREMO MAI COME LORO. Lo urliamo a gran voce,
facendo più rumore
possibile sapendo che è solo una flebile utopia... Loro
bevono caffè nei bar del corso, noi
sambuchetequilequattrobianchi
mimoseangeliazzurri al pub. Non riesco a cogliere la
sottile linea di
demarcazione che ci separa, sarà magari solo una
questione cronologica. IL tempo ci livellerà tutti.
Tranne i pochi fortunati che riescono a scappare via. IO
vorrei essere uno di quelli, lo volevo essere...capisco
che è un'illusione. Dovrei essere il primo a voler fare
qualcosa per cambiare sto marciume e invece che faccio?
Scrivo di mondi fantastici, irreali.
Scrivo da tanto, da quando mio padre mi ha regalato la
mia prima
macchina da scrivere (un' olivetti 82, quella che scrive
in corsivo), scrivo e leggo, leggo e scrivo qualsiasi
cosa. Ho iniziato a leggere verso i cinque anni e non ho
più smesso. Il ritmo s'è accellerato verso i tredici
anni quando mi sono svegliato obeso (Giulia Merlino se lo
dovrebbe
ricordare...).
Stavo scavandomi la tomba con coltello e forchetta... Poi
ho smesso, ho
perso venti chili e mi sembrava sul serio di volare. Ho
letto tutto quello che ha sritto Steve King, la migliore
palestra?
IT 1238 pagine, in dodici giorni. Poi i classici mi hanno
rapito e non hanno
intenzione di lasciarmi. Forse farò la fine di don
Chisciotte... Mi sono diplomato l'anno scorso al liceo
scientifico con il massimo dei massimi e mi sentivo
arrivato, c'è voluto qualche tempo e l'incontro con una
ragazza speciale per farmi capire che era solo una grossa
CA7..ATA.
Sono in cammino, una matricola di filosofia in cammino.
La facoltà l'ho scelta con troppa fretta ma l'amore per
la medicina è tornato... credo proprio che tenterò il
test d'ammissione, lo tenterò a Roma. Il resto deve
essere ancora vissuto...
P.S. Per Antonio, il nostro
timoniere.
Ho già parlato con Carlo Musmarra, un suo
"collega" e sto cercando di
portare Bombacarta a Bagheria(o a Palermo). Il luogo
c'è, la splendida villa san Cataldo di Bagheria.
Appena ho un po' di tempo vado dal preside del classico e
dello scientifico e faccio qualche
volantino. Aspetto tue notizie.
Se c'è riuscito Santi...
Tonino Pintacuda
ELEMENTI
DI CRITICA LETTERARIA
Un racconto e le opinioni
dei lettori: in lista compaiono racconti che passano del
tutto inosservati, altri che suscitano consenso,
approvazione, ammirazione. Molto raramente si esprimono
critiche: valutare negativamente risulta difficile.
Il silenzio sottintende una totale disapprovazione, che
nella sua durezza, non ammette nemmeno repliche. E'
l'imbarazzo di concettualizzare il proprio dissenso o è
un più sottile disagio psicologico nei confronti di chi
si affida al giudizio del gruppo? Si parla di
"critica costruttiva", qualcuno chiede giudizi
per poter migliorare, ma l'elaborazione di una
metodologia critica cresce poco, con fatica.
Prendiamo in considerazione un esempio, il racconto
"Requiescat", un testo impegnativo, di taglio
tragico, che dal particolare aspira a raggiungere un
piano di universale umanità. Parecchi si sono espressi
in lista: ammirazione, entusiasmo, elogi. Poche le
riserve, marginali, su particolari. L'autore ha
ribattuto, portato le sue argomentazioni, il discorso si
è arricchito nella sfaccettatura delle posizioni.
Un esempio di scambio costruttivo all'interno di
BOMBACARTA: un inizio, un metodo di lavoro da far
crescere. Sforzarsi di dire con consapevolezza di
valutazione, piuttosto che tacere.
Rosa Elisa Giangoia
REQUIESCAT
Lei contempla la città in
fiamme, fuori dalle alte finestre.
Riccioli di capelli morbidi le scendono sulle spalle
nude, vivi della luce dei fuochi ancora lontani.
Lucio la guarda, portandosi di tanto in tanto il
bicchiere alle labbra, sorbendo a piccoli sorsi l'alcool
aspro.
<<É strano, ma non mi
pento di non averti baciata. Di non avere mai
tentato. Di non aver approfittato dell'istante in cui non
ti saresti
tirata indietro.
É strano. Che ti abbia amato così. Senza avere nulla in
cambio. Non
conoscendoti davvero>>.
Lucio dice frasi brevi e
spezzate, nella lingua del pensiero che diventa
suono, senza subire correzioni. Niente è cambiato alle
sue parole, come
un dio incapace che non riesce a soffiare vita nel suo
fantoccio di
fango.
<<Eppure - continua -
non mi sembrano sprecati questi giorni, pieni di
pensieri per te>>.
Valeria si volta piano, senza
guardarlo, si avvicina alla scrivania
ingombra di libri, li sfiora con delicatezza, ne osserva
le rilegature
pesanti, non si decide a prenderne uno.
Lucio la segue con lo
sguardo, appoggiato di schiena al muro. Veste
un'uniforme da ufficiale, ma sporca e trasandata, priva
della luce
d'orgoglio dei giorni di gloria, definitivamente aperta
sul colletto
rigido.
<<Sono venuto a
salutarti. Parto e non tornerò più. Domani non ci sarà
più niente a cui tornare>>.
E, finalmente, guarda anche
lui la città. Respira forte e beve ancora il
distillato, fatto di rami d'anice ed alcool puro bolliti
nei radiatori
dei camion, venduto per un pezzo di pane o una manciata
di pallottole,
che dona in fretta l'incoscienza ma, a volte, rende
ciechi.
<<Ho amato molte donne
in questi giorni. Di un amore frenetico,
promiscuo, vicino alla follia. Di un amore ultimo e senza
speranza.
Perché, anche in loro, non vedevo che te>>.
Lei è tornata alla finestra,
Lucio ne spia il profilo perfetto del naso,
la pelle tesa sulla piccola fronte, il taglio degli occhi
e le labbra
piene, nell'ombra della stanza. Una delle minuscole rughe
d'espressione,
dove le labbra si incontrano, si è fatta più acuta.
<<Mi illudevo di essere
un cavaliere che dedica la sua battaglia, con il
tuo fazzoletto annodato sull'elsa della sciabola>>.
Valeria si sfiora piano un braccio, poi si porta il dito
sulle labbra.
Lui accenna un sorriso.
<<Ho scoperto di non
essere che un saccheggiatore, che vive del sangue
dei suoi nemici>>.
Un brivido la scuote, un'immagine di violenza e dolore la
porta lontano
da quel viso di ragazzo nell'uniforme sporca.
<<Così ho smesso di
scrivere poesie. Così ho smesso di scrivere. E leggo
solo ordini di altri massacri. Ma tu continui ad esserci
ed io a
bruciare>>.
Lucio guarda il grosso
bicchiere, lo stringe nella mano, ne passa il
bordo sulle labbra. Il bordo è polveroso, conserva il
segno di dove
beve.
<<Allora sono venuto a
fare l'amore con te. A prendere con la forza a
cui sono abituato almeno un ricordo, che mi spacchi il
cuore. Non
temere. L'unica violenza che posso farti è quella di
queste parole
inutili>>.
Lucio abbassa gli occhi. E
lei lo guarda, per la prima volta da quando
ha iniziato a parlare, ma fredda, critica, come si
trovasse di fronte ad
un quadro che non riesce a coinvolgerla. Lui, i suoi
capelli neri sono
rasati nella tonsura che la guerra ha imposto, il suo
volto ha tratti
irregolari e forti, il corpo robusto è nascosto dalla
divisa, che rende
tutti gli uomini soldati. Le mani, però, sono quelle
delicate, anche se
sporche del grasso del fucile, deboli del sapore della
sconfitta che si
avvicina.
Lucio non si accorge di
quello sguardo. Quando alza nuovamente gli occhi
è tardi, Valeria gli offre ancora una volta le spalle.
C'era un branco di giovani
lupi che si contendevano l'agnello. L'agnello
li domava con un bacio capriccioso o una carezza breve.
Lucio era il più
giovane, a lui toccava saziarsi di scarti. Ora non ci
sono più altri
lupi.
<<Oggi ho cercato di
morire per te senza riuscirci. Mi rendo conto,
anacronistico, ma sono sempre stato un sentimentale.
Oltre che un
fortunato sul campo di battaglia>>.
Lei fa un gesto nervoso e sospira forte.
<<Già, dimenticavi, sono anche un eroe. Per il
solo fatto di essere
sopravvissuto. Sono un privilegiato, in questo
inferno>>.
<<Ma essere ancora vivo
è insopportabile. Senza l'amore che non mi darai
mai. E con tutta questa inutile gloria addosso>>.
Valeria si muove lungo la
parete, osserva una cornice che non racchiude
nulla se non il muro. La raddrizza impercettibilmente. La
controlla di
nuovo, è soddisfatta.
Lucio stringe forte il bicchiere vuoto.
<<Ora devo andare. Se
tu vuoi, dovrei andar via>> ed il tono della sua
voce stanca è quello, deciso, di chi è abituato a
comandare anche quando
prega.
É troppo presto. Valeria
desidera con tutto il cuore che Lucio rimanga.
Ancora un poco, ancora una parola. Allora parla.
<<Ma l'amore che mi chiedi non me lo posso imporre.
L'amore che tu tanto
disperatamente mi offri è come zucchero per un malato di
diabete>>.
Lui la osserva sorpreso, è
la prima volta che è sincera. Non così
strano, in fondo. Si aspettava che avrebbe cercato di
trattenere
l'ultimo.
<<Il tuo eroismo non è
che marcio che ingrassa i vermi. La tua strada è
costellata di cadaveri. Non voglio essere presente nel
tuo pensiero
quando uccidi. Io, voglio vivere>>.
Lucio sorride e fa saltare il
turacciolo della bottiglia. Si versa il
liquido lattiginoso, che intorbidisce al contatto con il
fondo del
bicchiere, ne beve ancora, forzandosi un poco ad
inghiottire.
<<Mi chiami amore, ma
non sai amare. Non hai mai amato in vita tua.
Rinchiuso nel tuo universo di ideali puri, eremita nella
torre d'avorio
dei sentimenti che si scrivono con la maiuscola. Mi hai
sempre
desiderata da lontano, incapace di competere con gli
altri che baciavo.
Non adatto, chiuso nei tuoi pensieri o troppo loquace per
la sbronza>>.
Lui la guarda, senza
rispondere. Valeria parla calma e seria, il tono
che si meritano gli indifferenti, i distanti.
Potrebbe finire il bicchiere
ed andarsene. Resterà, invece, certi dolori
uno se li va a cercare.
<<Per favore, a
trattenermi basta il profilo delle tue spalle. Ed
abbiamo parlato già abbastanza tutt'e due. Non dire più
una parola che
non sia d'amore. Non dire, quindi>>.
E lei tace, mentre Lucio, in
silenzio, la guarda e aspetta.
Quando accade, avviene in fretta. La porta cede di
schianto, gli uomini
irrompono nella stanza armi in pugno. Lucio non batte
ciglio e si fa
stringere i polsi e bendare senza resistenza da quei
fantasmi efficienti
e silenziosi.
<<Lo immaginavo da
quando mi è giunto il tuo invito. E la conferma l'ho
avuta da come mi trattenevi. Il tuo lasciapassare, la tua
merce di
scambio!>>. Lucio ride mentre gli tirano la testa
all'indietro, mentre
gli mettono il cappio che servirà a tirarlo come un
cane, attraverso la
città che sta per cadere.
<<Almeno la mia morte avrà uno scopo. Mentre tu,
che potrai dire della
tua vita?>>.
Lo spingono fuori.
<<Aspettate!>> Valeria si avvicina, gli
afferra la nuca con delicatezza,
le sue labbra cercano quelle di lui, che se ne accorge
quando è a un
centimetro, dal profumo. Lucio fa in tempo a girare la
testa ed a
evitarle.
<<Preferisco conservare il sapore del bacio che non
mi hai dato>>.
È tempo di andare, lo
portano via tirando. Il grosso bicchiere, per
terra, giace su un fianco.
Domenico Di Tullio
Sab 28 Apr 2001 9:29pm
Accidenti, caro ddt, è
uno zoom preciso sull'incontro e lo scontro, l'uomo e
la donna, la guerra e la pace... non lascia scampo!
Complimenti, l'ho trovato pulito...teatrale.
Intenso il sapore del bacio desiderato e mai avuto. Ti
rimane sulla punta
della lingua.
Unica "critica": ai personaggi non darei un
nome, li ho sentiti
rappresentanti del nostro mondo, del maschile e del
femminile...due
naufraghi della tempesta universale...con un'identità
così potente da non
aver bisogno di documenti di riconoscimento.
...Molto materiale da elaborare teatralmente!!!
Bello!!
Ciao Silva
Dom 29 Apr 2001 6:57pm
Straordinario.
Nient'altro. Grazie...
Tonino Pintacuda
Lun 30 Apr 2001 9:55am
28-04-2001
>Intenso il sapore del bacio desiderato e mai
avuto. Ti rimane sulla punta
>della lingua.
e' vero e' vero
>Unica
"critica": ai personaggi non darei un nome, li
ho sentiti
>rappresentanti del nostro mondo, del maschile e del
femminile...due
>naufraghi della tempesta universale...con
un'identità così potente da non
>aver bisogno di documenti di riconoscimento.
effettivamente il fatto
del nome è importante. senza un nome resta
secondo me una sensazione di... anonimato... nel senso
che sembra
"fatto apposta" e il racconto rischia di darsi
arie che non si vuol
dare. però condivido la "critica".
forse si potrebbero
cercare due nomi non riconducibili ad un'epoca o
ad una nazione precise.
il racconto evoca
atmosfere senza tempo, me lo sono immaginato come
quelle rappresentazioni di Shakespeare che vanno tanto
adesso (mi
immaginavo una scena come nel Riccardo III di Ian
McKellan - e' un
complimento! vado pazzo per quelle atmosfere!)
DiFool
--
Lun 30 Apr 2001 10:04am
il sapore dei baci non
dati resta sulle labbra, non "sulla punta della
lingua"
;-)
patty
Mer 2 Mag 2001 7:35am
Tardi per i complimenti?
No, non è mai tardi....
Questo tuo racconto è davvero intenso; è come se
definisse i contorni dei
due protagonisti con delle pennellate dense di colore,
che non diluisci
nemmeno nel tratteggiare gli interni e gli esterni...
uau!
Fra l'altro, d'accordissimo con Silva e DiFool: sa
tantissimo di teatro.
Solo una cosa ho trovato un po' stucchevole: il fatto che
Lucio dica di aver
smesso di scrivere poesie... boh, mi sa un po' di luogo
comune.
A presto
Valentina
Domenico, che dirti.
Questo racconto ha uno stile diverso e diversi
contenuti da quegli altri che ho letto di te.
Intanto mi sorprende perché fai assurgere a protagonista
uno
struggente eroe romantico, forse anche un po' tolstojano
per la verità..
Eviterei però, nel contesto, di fargli pronunciare, (o
di pronunciarle
tu per lui) parole come "anacronistico"
"sbronza" e di impelagarti in
una metafora come quella del diabete.
Il racconto peraltro scorre,anche se, a mio avviso,
indulge troppo in
qualche figura retorica troppo scontata.
Molto più nitido ed efficace ho trovato invece
"Liberazione".
Fammi sapere cosa ne
pensi.
Costantino.
Mer 2 Mag 2001 10:44am
Innanzi tout, grazie
dell'attenzione!
Evvvvvero, Silvia e DiFool
e Valentina, il pezzo l'ho percepito teatrale
mentre lo scrivevo, forse il suo limite maggiore. DiFool
ha beccato in
pieno -comesemprealacrementesaturnista!- la volontà di
ambientazione
metastorica, che è esatta come ravvisata.
Ho disegnato a spatola
questi personaggi, quasi delle maschere
(Costantino ricorda l'eroe tolstoiano...), non badando
troppo alla
retorica. Così ho passato una decina di stesure a
purificarli da frasi
roboanti! ma volevo scrivere di sentimenti densi e
tragici, di quei
momenti estremi, delle sconfitte, anche dell'amore
sconfitto.
La luce della città in
fiamme. Tutto è iniziato da questo particolare,
unito al ricordo di una stanza con due finestre alte che
danno
sull'Acquario romano, dietro la stazione, a Roma.
La luce del fuoco ha un
colore, un odore, un suono.
besos,
ddt
Ps. tengo
"anacronistico", perchè caratterizza il
personaggio,evvero
di "sbronza" posso fare a meno. Ma Valeria
avrebbe sicuramente fatto
questa metafora semplicistica ed impietosa del diabete.
I nomi, sono una parte
delicata e difficile. Penso siano validi entrambi
i ragionamenti, sia il pro che il contro. Se li metto,
mantengo i due
nomi romani. Ahh, tragedia shakespeariana!
Evvero, Lucio che scrive
poesie... ci penserò! Ma come dare il senso del
giovane idealista che diviene macellaio in altro modo?
Forse TROPPO
retorico!?
Aribesos,
ddt
Mer 2 Mag 2001 5:33pm
>Evvvvvero, Silvia e
DiFool e Valentina, il pezzo l'ho percepito teatrale
>mentre lo scrivevo, forse il suo limite maggiore.
limite? au contraire!
secco e tagliente come un breve atto unico puo'
esserlo, e dal teatro assume la facilita' nel
rappresentare metafore,
senza nulla cedere in cambio. una contaminazione
riuscita.
>DiFool ha beccato in
>pieno -comesemprealacrementesaturnista!- la volontà
di ambientazione
>metastorica, che è esatta come ravvisata.
>...
>I nomi, sono una parte delicata e difficile. Penso
siano validi entrambi
>i ragionamenti, sia il pro che il contro. Se li
metto, mantengo i due
>nomi romani. Ahh, tragedia shakespeariana!
subito dopo aver spedito
il messaggio mi sono reso conto che
effettivamente i nomi rispondevano proprio alle
caratteristiche che
auspicavo. non ci ho fatto caso per la scarsa abitudine a
considerare
le nostre origini latine, inebetito da troppo chiasso
anglosassone (e
per una fatica personale a considerare il nome
"valeria" come non
appartenente ad una persona precisa, ma questa è
un'altra storia
;;-) ).
(forse li avrei scelti
grecheggianti, ma è un fatto di gusto
personale e non credo che nessuno troverà una soluzione
migliore
della tua).
apprezzo molto, quindi, la
scelta dei nomi romani. teniamo, teniamo.
ddt
2-05-2001
>La luce del fuoco ha un colore, un odore, un
suono.
e tutti vorremmo
percepirli dall'alto di un colle che dà sulla
città appena vinta...
(io, perlomeno)
--
DiFool
MAILS A
TEMA
LA RICOSTRUZIONE STORICA
Il testo DIALOGO TRA UN
DIO E DUE UOMINI che Lorenzo Guzzetti ha inviato in
lista, ha riportato l'attenzione sulle possibilità che
il narrare dà alla ricostruzione storica nelle varie
sfaccettature che si possono mettere in evidenza,
giocando sul ruolo e sulla psicologia dei personaggi. E'
un narrare un po' particolare, in quanto si sostanzia di
un abile intreccio tra fantasia e cultura depurata dalla
pesantezza delle nozioni.
La figura di Gesù e le vicende centrali della sua morte
e risurrezione hanno affascinato ed impegnato molti
scrittori moderni: ricordiamo solo Renan, Mauriac,
Papini, Fabbri, Dobraczynski, Pasolini e Vassalli.
Nelle considerazioni che sono seguite alla lettura del
DIALOGO del nostro amico Lorenzo, l'interesse si è
polarizzato sul romanzo L'UOMO CHE DIVENNE DIO di Gerald
Messadié, di cui Luna Danzante ci ha dato una lettura
personale ed entusiasta e al cui riguardo vorrei
aggiungere una più oggettiva scheda di analisi critica.
Rosa Elisa Giangoia
DIALOGO TRA UN DIO E DUE
UOMINI
GIUDA: E così ancora per
quest'anno darete la colpa a me. Come se tutti i problemi
fossero nati da me. Venerdì pomeriggio spiegherete che
quel Giuda era
un gran cane, che ha venduto un suo amico per trenta
fottutissimi denari.
PRETE: Sei stato tu a ucciderlo. Per colpa tua, Dio ha
sofferto, ha sacrificato
suo figlio. E tu ora vorresti venire a discolparti,
duemila anni dopo?
GIUDA: Se non l'avessi fatto io l'avrebbe fatto qualcun
altro dei dodici.
Eravamo stanchi, impauriti. Troppe regole, troppe parole
che non riuscivamo a
capire. E poi tutti gli altri dove se ne sono andati?
Fuggiti, scappati.
GESU': Ho sempre cercato di difendervi.
GIUDA: Probabilmente. Ma tu ormai eri un pericolo. La
gente ti amava, ma appena
entrammo in Gerusalemme, fui l'unico a capire che eri
visto come un pericolo
dai capi. Il tuo amicone Pietro lo capì dopo, e per
questo fu furbo e ti tradì.
Su quella croce ci sarebbe finito dopo qualche ora.
PRETE: Ecco, tu avevi paura di morire.
GIUDA: Perché, tu forse non ce l'hai? Non avresti paura
doppiamente se dovessi
morire per un crimine che non hai commesso? Gesù era un
pericolo. Inoltre avevo
sempre cercato di convincerlo che dovevamo allearci con
qualche potente. Non
perché i potenti chissà cosa siano, ma perché in
qualsiasi momento, in
qualsiasi difficoltà, loro sanno come tirarti fuori.
Invece no; ciechi, zoppi,
storpi e poi quella Maria di Magdala, prostituta da anni,
lo seguiva ovunque.
Era un'ossessione.
GESU': Un giorno vi dissi che non dovevate temere,
perché il vero regno non è
quello di questa terra.
PRETE: Già...il regno di Dio è la vera gloria!
GIUDA: Sì ma chi lo sapeva? Tu ora forse ci credi. E'
bello ora spiegarlo nelle
Chiese dipinte, piene di soldi, cantando e sperperando
incenso. Allora il
pericolo era ovunque. Gli Ebrei non volevano Gesù. Non
era il loro Dio. Anch'io
da buon Ebreo del tempo fui messo in crisi da questo
carpentiere che si diceva
Dio. Quando ce lo rilevò io mi aspettavo, che ne so,
spade, bastoni per
cacciare quei Romani rozzi e arroganti. Insomma, noi
eravamo il popolo scelto.
Un Dio che si accerchiava di poveri non era certo un Dio
potente.
GESU': Ma io vi avevo detto che beati sarebbero stati gli
ultimi. Quelli che tu
stesso aiutavi ogni giorno con me, quelli che oggi
muoiono negli ospedali, che
restano soli perché dimenticati.
PRETE: E' vero! Queste sono le parole del Vangelo.
GIUDA: Come sei ingenuo, prete. Che guerra faresti tu con
un esercito di zoppi,
mutilati, ammalati? Nella storia quando avete dovuto fare
la guerra siete
andati con eserciti veri e propri. Addirittura avete
fatto muovere re veri.
PRETE: Non permetterti di rivolgerti così a me.
GIUDA: Perché ancora non capisci. Io sono stato uno
strumento nelle mani di
impostori. Gesù, credimi. Io volevo solo che ti
facessero una lavata di capo,
non dovevi morire secondo i miei calcoli. Saremmo tornati
tutti ai nostri
pesci, Levi forse avrebbe ricominciato a fare l'esattore.
Anche quei soldi...li
avrei dati ai poveri. Ricordi cosa dissi alla sorella di
Lazzaro?
PRETE: E' inutile. Sei un vile traditore.
GESU': No! Lui è un amico. Un mio amico. E quest'anno
non ti chiedo, caro
prete, di invertire i ruoli, ma ti chiedo un favore:
quando inscenerai ancora
la mia morte in mezzo a calici d'oro e casule preparate
per l'occasione pensa
un po' a lui, a Giuda. E dopo essere stato un'ora con me,
prova a stare
mezz'ora anche con Giuda, e ti assicuro, vedrai tutto
diverso.
LORENZO GUZZETTI
Per chiunque coltiva idee
come queste: Perché non fate un gesto coraggioso (sono
solo 653 pagine!! il coraggio sta solo nell'iniziarlo!!)
e provate a leggere: "L'uomo che divenne Dio"
di Gerald Messadié.
Io sono una realista, non accetto a scatola chiusa. A
volte ho i piedi fin troppo per terra, ma Gesù l'ho
scoperto solo attraverso questo libro. "Dopo",
leggere tutto il resto, è stata una meraviglia, perché
mi si sono
aperti luoghi infiniti.
Luna Danzante
Cara Luna,
perché non ci parli un po' di più di questo libro
"L'uomo che divenne Dio", se lo ritieni così
eccezionale?
Giulia Siffredi
Non è mica tanto facile
sai !!! 653 pagine in una settimana (insonne), e
alla fine ti rendi conto che Gesù, visto così, è
l'ultimo tassello del tuo
puzzle, quello più luminoso, quello che rende giustizia
a tutti, quello che
rende tutto possibile........ E' stato pazzesco, una
folgorazione. Mai avrei
detto una cosa del genere, mai.......
I miei genitori mi hanno sempre lasciata libera, a 11
anni sapevo tutto
sugli Indios delle foreste amazzoniche, a 14 la
spiritualità delle tribù
pellerossa (non i riti, bada bene, la spiritualità) mi
era entrata nel
sangue per non lasciarmi più. A 16 ho esplorato tutta
l'India,
l'induismo, il buddismo, a 18 mi sono data al mio grande
amore, la psicologia.
Ma vedi, mancava la colla. Mancava qualcuno che mi
confermasse quello
che io pensavo di aver capito. Mancava la conferma che
con l'Amore si poteva
risolvere tutto. Mancava perché nei pellerossa è
insito, quindi non ne
parlano. E' scontato. Mancava perché in India si parla
di rinuncia, e
noi siamo europei, e io sono sanguigna !!! Mancava nella
psicologia, perché
la mia non è studiata sui libri ma vissuta. E questo
Amore io l'ho trovato
in questo libro, assolutamente laico, assolutamente
storico, assolutamente
reale, là dove l'unico miracolo è L'Amore di Un Uomo
Che Ha Capito. Non
ci sono cose sensazionali in questo libro tranne questa.
Gesù qui è uno di
noi, frainteso, non capito, lasciato solo, che non si
stanca di parlare di
questo Amore, questa Luce, ed ai miei occhi tutto ha
preso un senso, non "devi
credere perché devi avere fede, anche se non
capisci", ma "capisci le
Sue parole, i Suoi insegnamenti, non credere ai miracoli
ma alle Sue
parole". Un film è stato tratto da questo libro,
credo. "I giardini dell'eden",
incomprensibile a chiunque non abbia letto il libro. Ieri
sera lo stavo
guardando ancora, ed a un certo punto Gesù, parlando con
Dio, dice:
"dammi la forza perché capiscano
"l'intelligenza" della tua legge".
L'intelligenza capisci ?? Non il dogma. L'intelligenza.
E in un altro punto del film Gesù, in un cerchio di
fuoco, lotta con un
uomo, con quello che puoi definire il concetto del
"diavolo", ma alla fine
non c'è un vincitore o un vinto, ma un Uomo Superiore,
che con grande Amore,
abbraccia teneramente questa figura, come si fa con un
bambino che,
dopo una grande paura, ti si rannicchia tra le braccia
..... Tutto questo nel
libro lo senti molto forte....... Ah, Giulia, potrei
parlarne per ore !!!
Leggetelo, io auguro a tutti voi che vi dia come ha dato
a me !!!! Non
è un libro eretico, come qualcuno lo ha giudicato, solo
perché i miracoli
non ci sono, per me è stata una rivelazione !!!
Grazie per l'opportunità di poterne parlare !!!
Luna Danzante
BC-BOOKS
G. Messadié, L'UOMO CHE
DIVENNE DIO, Neri Pozza Editore, Vicenza 1997, pp. 653,
£. 32.000
"L'uomo che divenne
Dio" è il primo di quattro romanzi storici su Gesù
e sulla nascita del Cristianesimo del viaggiatore,
saggista, storico e romanziere francese, ma egiziano
d'origine, Gerald Messadié, che tenta, da credente e
razionalista, una ricostruzione della vita di Gesù sulla
base dei dati scientifici offerti da tutte le possibili
fonti antiche, con particolare attenzione ai manoscritti
del Mar Morto, di cui solo da pochi anni si può (seppur
non compiutamente) disporre. L'autore si chiede dove
Gesù abbia trascorso gli anni della sua giovinezza,
perché il suo insegnamento abbia così forti consonanze
con quello degli Esseni, quale sia la vera ragione per
cui venga catturato dal Sinedrio e condannato a morte,
perché, infine, due membri dell'autorevole consesso
religioso, Giuseppe d'Arimatea e Nicodemo, reclamino e
ottengano il suo corpo. Sulla base di una serrata ed
acuta analisi delle fonti storiche, l'autore ipotizza che
Gesù abbia ben conosciuto vari filoni di elaborazione
dottrinale e di esperienza spirituale, tra cui gli Esseni
di Qumram, dai quali si sarebbe allontanato insieme a
Giovanni per l' eccessiva rigidezza mentale, ma suppone
anche che la sua fine (cattura, morte e risurrezione) sia
rientrata in un piano di congiura di cui si sono fatti
protagonisti alcuni membri del Sinedrio che hanno
pilotato la situazione per precisi disegni politici e
religiosi.
Il disegno narrativo di questo romanzo ipotizza quindi la
storia di un uomo che è stato fatto Messia dalla
convinzione popolare, per la sua cultura, le sue abilità
ed il suo carisma; il quale, poi, dopo la crocifissione e
la scomparsa, è diventato Dio per i seguaci della sua
riforma religiosa, profondamente innovatrice nell'ambito
della rigida tradizione ebraica.
Dal punto di vista narrativo, è un romanzo davvero
avvincente, per la grande varietà dei personaggi, per la
fedeltà e la ricchezza delle ricostruzioni storiche e
soprattutto per la straordinaria caratterizzazione
dell'uomo Gesù, vivo e vero, capace di provare emozioni
e sentimenti, ma nello stesso tempo pienamente
consapevole di quel suo destino per cui l'eccezionale era
entrato nella storia attraverso un disegno di normalità,
che lo portava al sacrificio di sé per il bene degli
altri uomini.
Rosa Elisa Giangoia
BOMBACUCINA
A TAVOLA CON GESU'
Nella vicenda terrena di
Gesù lo stare a tavola insieme ai discepoli è un
momento di vita determinante, che progressivamente si
arricchisce di elementi ricchi di significato fino ad
assurgere al più alto pano liturgico. Riproporre questo
itinerario di esperienze a livello narrativo è certo
molto impegnativo. Gerald Messadié, nel romanzo
"L'uomo che divenne Dio", su cui ci soffermiamo
in altra sezione di Gasoline, ha scelto di descrivere i
momenti in cui Gesù consuma il pranzo con i suoi
discepoli secondo un disegno che, in crescendo, si carica
sempre più di gesti di valore simbolico fino ad
arrivare, in questo caso con aderenza alla semplicità
del testo evangelico, al piano liturgico, diventato
centrale nella ritualità cristiana.
...decisero di accamparsi.
Gesù non aveva parlato molto durante la giornata, se non
per fare qualche domanda di ordine pratico a questo o a
quel discepolo. Quando Giuda Iscariota e Andrea ebbero
acceso un fuoco e tutti furono seduti per terra, tirando
fuori i viveri, pane, formaggio, olive, cipolle, pollame
arrostito, uova sode, datteri e vino, Gesù fece scorrere
il suo sguardo in cerchio, cercando gli occhi di ognuno;
essi trattennero il fiato. (pp. 397-398)
Era dall'alba che camminavano verso Tiberiade. Avevano i
piedi indolenziti e, nonostante il tempo fosse stato fino
ad allora particolarmente freddo, il sole picchiava. Si
sedettero dunque sotto un prugnolo, già in fiore. Simon
Pietro aprì un fagotto preparato da sua moglie e ne
dispose il contenuto all'ombra. Pane, uova sode,
formaggio acido e olive. Si volse impercettibilmente
verso Andrea, con espressione allarmata e impaziente.
Andrea disfece il suo fagotto e ne trasse pollame e una
grossa borraccia di vino che porse al fratello.
[...]
"Signore, Padre nostro, benedici questo cibo",
disse Gesù.
Spezzò il pane con una torsione energica dei polsi, in
un gesto divenuto ormai familiare a coloro con i quali
aveva condiviso tanti pasti, con i pollici giunti sopra
il pane, ma non affondati, come facevano gli altri. Simon
Pietro, Andrea e Giovanni presero la loro parte e ognuno
tenne la sua rimanendo pensoso, quasi con imbarazzo.
Quando si furono serviti del pollame, delle uova, del
formaggio e delle olive, esitarono, in attesa che Gesù
mordesse il suo pane prima di fare altrettanto.
Masticarono il pane con precauzione, come nel timore di
trovarsi sotto i denti della ghiaia. (p. 538)
"Egli mi tradirà! Mi ha già tradito!"
Giovanni lanciò un grido strozzato.
"Egli non riuscirà mai a lavarsi e nessuno né in
terra né in cielo lo laverà!" gridò Gesù.
Espressioni scomposte.
"Chi è, maestro?" gridò Giuda di Giacomo.
"Chi è?" chiese Simon Pietro.
"Chi è?" sibilò Giovanni, tendendo il collo
verso Gesù.
Gesù immerse un pezzo di pane che aveva appena spezzato
in un vaso pieno di sesamo pestato con sale e lo porse
all'Iscariota, che lo prese di malavoglia.
"E' colui al quale porgo questo pezzo di pane",
disse Gesù.
L'Iscariota gettò il pane e corse alla porta. Gli altri
si alzarono, strabuzzando gli occhi; Giovanni corse alla
porta dopo l'Iscariota. L'uomo si era dileguato nella
notte. (p.560)
I piatti erano vuoti, ma i vassoi mezzo pieni. Gesù
prese il pane, che essi avevano toccato appena, lo
spezzò e lo distribuì tra loro, dicendo:
"Prendete, questo è il mio corpo".
Riempì il bicchiere di vino e lo fece girare intorno,
dicendo:
"Bevete, questo è il mio sangue, il sangue
dell'Alleanza che è stato versato per tutti. Io vi dico
che non berrò più di questo frutto della vite fino al
giorno in cui sarò nel regno di Dio".
Molti di loro scoppiarono in lacrime. (p.578)
MANIFESTI
LETTERARI
I MANIFESTI DEGLI ALTRI
Presentiamo il Manifesto
Emotivo del Movimento Saturnista di cui è firmatario il
nostro amico ddt. Si possono avere più ampie
informazioni sul Movimento e prendere visione di esempi
di produzione artistica, visitando il sito http://www.saturnismo.com
Rosa Elisa Giangoia
MANIFESTO EMOTIVO DEL
MOVIMENTO SATURNISTA
secondo l'interpretazione di C. M. Gaston
14/5/1998
Il Saturnismo è il luogo dell'incontro dei suoi
esponenti. I Saturnisti sono coloro che si definiscono
tali. Essi vivono lo stesso spirito, sperimentandolo
ognuno alla propria maniera ed esprimendolo secondo il
proprio estro e la propria creatività.
Scopo del Saturnismo è restituire dignità al tempo,
rendere il sapore all'insipido susseguirsi degli istanti
dell'"ogni giorno". La bellezza delle Cose,
sfuggita agli occhi esausti della vita inautentica del
calendario e dell'orologio, riappare immediata e
sostanziale nel suo Io-Qui-Ora.
Strumento del Saturnismo è l'estetica. Essa, come un
proiettile, squarcia la pelle dell'ovvio, esponendo il
soggetto al generativo turbamento dell'ambiguità e
dell'indecifrabilità dell'esistenza.
Nemico del Saturnismo è l'atteggiamento piatto ed
omologato del ripetersi delle cose: ogni evento è unico
ed irripetibile e scolpisce nel fiume del tempo la
propria indelebile traccia. Nemico del Saturnista è chi
anteponga la quantità alla qualità, il dato grezzo alla
sua significatività, la durata alla rilevanza.
L'Arte non è per i Saturnisti. Incapaci di definire
l'Arte, i Saturnisti non la frequentano. Non è loro
interesse disquisire sul significato delle cose che
producono, ritenendo un fallimento ogni opera che non si
spieghi da sé e che richieda l'intervento di un critico.
L'opera saturnista non ha la funzione di veicolare un
messaggio universale.
Ambizione
del Saturnista è compiere, riconoscere o suscitare
l'Atto poetico. È un Poeta chi - in un momento di
ispirazione - assecondi il proprio bisogno di incidere
nel tempo l'eternità di un momento. È quindi Poeta
anche e soprattutto chi, di fronte ad un'Opera,
percepisca nel proprio intimo ed alla propria maniera
l'intensità dell'istante. Ambizione del Saturnismo è
scoprire il kairòs.
Canoni del Saturnismo sono l'immediatezza, la
spontaneità, l'ironia. Auspicio del Saturnismo è
suscitare divertita sorpresa, innocuo spavento, stupore;
il Saturnismo vuole evocare, non far riflettere. Ognuno
è in grado di riflettere da sé, se lo vuole. Canone del
Saturnismo è la libertà dai canoni.
Direttiva saturnista è un principio generale che
definisce, descrive o rappresenta in qualsiasi modo lo
spirito saturnista. Unica caratteristica della direttiva
è quella di essere pronunciata. È quindi del tutto
indifferente se, da chi, come e quando essa venga
applicata. Ambizione di ogni direttiva è quella di
essere emendata.
Opera saturnista è qualsiasi risposta a queste esigenze.
È un'opera saturnista lo scatto di una foto. Non la
foto. Anzi, la macchina fotografica
non è assolutamente indispensabile
ATR&SPORT
Buongiorno a tutti e ben
ritrovati. Dopo un piccolo periodo di digiuno,
riprendiamo a parlare di arte e di sport. Provate a
sintonizzare il vostro televisore su di una qualsiasi
manifestazione sportiva. Qual è una delle parole che vi
sentite propinare più assiduamente in telecronaca?
"Campione". Già, oggi tutti sono un po'
campioni, anche se di rado si comprende in che cosa si è
ottenuto l'ambito grado di eccellenza. Il campione:
ammirato, corteggiato, ambito; il campione osannato, il
campione deriso, il campione solo. Che spalle larghe deve
avere il campione, quante aspettative deve soddisfare...
Il racconto che segue ci
offre una visione un po' diversa di questo tipo umano. Ci
narra una storia a cui il divo non è l'unico a
partecipare. O meglio, di divi ce ne sono ben due: il
campione in campo figlio di un fu campione in tribuna.
Il testo è essenziale e
scorrevole. Non pretende di insegnare nulla. Tutta la
vicenda è vista da lontano, come se fosse stata piazzata
una telecamera ed aperto un microfono.
L'autore è Alessandro
Carbone, ventisette anni, romano. Alex si innamora della
letteratura fin dalle scuole medie, e da subito
preferisce gli autori del '900. La passione per Gibran,
Rimbaud, Lorca, Neruda, Borges si fonde con l'amore per
il rock melodico italiano: PFM, De Andrè, De Gregori,
Venditti. All'università la vena scrittoria esplode
prepotente: discepolo del sociologo decano d'Italia
Franco Ferrarotti, scrive alcuni saggi e ottiene di
presiedere un seminario sul "Positivismo
italiano". Poi è la volta del teatro e quindi del
cinema. Per il concorso VIDEOROME scrive e dirige un
cortometraggio, "Toccata e fuga", nonsense a
tema. Alex ora è tornato al primo amore e frequenta il
corso di scrittura creativa presso la Biblioteca
Traspontina di Roma, tenuto da un altro noto membro di
Bombacarta, Stas' Gawronsky.
Ed ecco quindi il
racconto, "LA CURVA". Gustatevelo
tranquillamente. Ci vediamo al termine, per una breve
intervista ad Alex Carbone nella quale verranno
approfonditi i temi presentati.
LA CURVA
(Voce telecronista nella folla) Recitazione: Entusiastica
[Il volume è alto]
<.Telespettatori in
ascolto è semplicemente commovente, a bordo campo si sta
scaldando il figlio della leggenda vivente, di colui che
ha cambiato il volto al calcio, un giocatore che ha
regalato a tutti gli appassionati di questo sport momenti
indimenticabili, momenti impressi nella memoria di ognuno
di noi, e diviene impossibile sottrarsi all'onda delle
emozioni e dei ricordi...>[Il volume sfuma]
(Voce con riverbero)
Recitazione: Urlata ed esasperante [Il volume sale piano]
<.Cosa fai eh?! Cooosa
fai? Gia sei stanco di correre eh? Guardati fai pena.
Ahaha!
Non riesci nemmeno a mettere
un piede davanti all'altro.Non diventerai mai nessuno
così lo sai? Io alla tua età correvo solo dopo aver
lavorato al cantiere sai?.Ne ho mangiata di calce prima
di toccare un pallone. E tu? Dovresti essere mio figlio?
Mi fai pena..moccioso ecco cosa mi fai. E se te lo dico
io....> [ La voce va via sfumando]
(Voce telecronista nella
folla) Recitazione: Entusiastica [Il volume va in
crescendo]
<.E' arrivato finalmente
il momento del cambio, è arrivato il momento del figlio
del grande campione, ci si aspetta molto d lui, ha gli
occhi di tutto il mondo addosso, farà rivivere le gesta
atletiche più invidiate al mondo, c'è trepidazioni
sugli spalti..ed ecco ecco che entra .la curva invoca il
suo nome e non smette di applaudire. Signori
telespettatori stiamo assistendo a qualcosa di
profondamente emozionante...> [Il volume sfuma via]
(Voce con riverbero)
Recitazione: Urlata ed esasperante [Il volume sale piano]
<...Andiamo con quel
pallone. Affrontalo. non ti mangia mica
deficiente...No..Noooo..Da capo fallo da capo e sta
attento..non puoi.non puoi perdere la palla in questo
modo..Eh? Vuoi che la gente rida di te? E' questo che
vuoi .eh? Hai la stoffa del buffone ecco cosa hai! Una
maglia di carnevale ti daranno ..ecco cosa ti
daranno..l'unica maglia che vestirai se non ti impegni e
non fai le cose come vanno fatte..> [Il volume sfuma
via]
(Voce telecronista nella
folla) Recitazione: Entusiastica [Il volume va in
crescendo]
< .scambia con il
compagno, che verticalizza di prima al centro e la palla
arriva finalmente sui piedi del figlio del campione, che
avanza sulla sinistra affronta un avversario ma lo scarta
in corsa con un meravigliosa finta, gli si fa incontro un
altro difensore ma scatta sulla destra e triangola col
compagno di reparto, scarta ancora un altro
avversario,strepitoso, entra in area, ma il portiere esce
rovinosamente mancando totalmente la palla, e l'arbitro
decreta senza ombra di dubbio il calcio di rigore...>
(Voce con riverbero)
Recitazione: Urlata ed esasperante [Il volume sale piano]
<..Guardalo negli occhi il
portiere..deve capire che vai li per umiliarlo..perché
basta un frazione di secondo e lui capisce che hai paura
e sa dove tirerai. E allora quello che si umilierà sarai
te..e non troverai nessun angolo di mondo per
nasconderti.. e si che vorrai nasconderti.perché il tuo
tifo in quel preciso istante ti odierà. con tutta
l'anima..>
(Voce telecronista nella
folla) Recitazione: Entusiastica [Il volume va in
crescendo]
<..Ed è proprio lui a
raccogliere la palla e a posizionarla sul dischetto del
calcio di rigore
che emozioni signori, che
emozione, al suo debutto con un calcio di rigore che
potrebbe assegnar la vittoria alla sua squadra e possiamo
immaginare a chi andrà la dedica se la palla dovesse
entrar in rete, signori attimi commoventi.>
(Voce con riverbero)
Recitazione: Urlata ed esasperante [Il volume sale piano]
< Avanti.prendi la
rincorsa e calcia come se dovessi uccidere il
portiere..Cosa aspetti? Eh? Non puoi avere paura.coniglio
ecco cosa sei..un coniglio pauroso..sai che ti dico? Che
non segnerai mai un rigore ..ecco cosa ti dico.non
segnerai mai questo rigore, non segnerai mai..MAI! MAI!
MAIIIIIIIIIIIIIIII!..>
(Voce telecronista nella
folla.) Recitazione: Entusiastica
[Il volume va in crescendo
confondendosi con l'urlo della voce in riverbero]
< Si fissano negli occhi
uno davanti l'altro,nessuno saprà mai cosa sta passando
nella mente di quei giocatori ma se tutto lo stadio fosse
in silenzio forse potremmo sentire il battito dei loro
cuori ..Ma....Ecco che prende la
rincorsa.......eeeee..e.e.e.e.e.e.ed è..>
[ L' urlo della della curva
sfuma in silenzio totale]
INTERVISTA AD ALESSANDRO CARBONE
1) Da dove ti è arrivata l'ispirazione che ti ha
spinto a scrivere "LA CURVA"? Sei stato
influenzato da un episodio particolare?
Il racconto doveva essere un
soggetto per un 'Corto' in concorso a VideoRome, ma non
se ne è fatto nulla (sembra che Pizzul non volesse fare
il telecronista....scherzo). Come hai intuito non è solo
una storia di sport, ma l'ho pensata come una storia sui
Confronti, quelli che facciamo ogni mattina davanti allo
specchio, quelli che ci spingono a pensare quanti
centimetri di pelle vivono dentro di noi, quella dei
nostri genitori o quella dei nostri figli. E poi quelli
con i nostri 'fantasmi', le nostre paure, i nostri
avversari. Siamo soli a tirare un calcio di rigore? O con
noi c'è un intero stadio? Una storia o infinite storie?
Che piaccia o no il calcio è filosofia. Una metafora
rotonda a scacchi bianchi e neri.
2) Mi ha molto colpito il
personaggio dell'anziano campione. Sembra, per certi
versi, il "vecchio malvissuto" descritto dal
Manzoni. A me sembra sia lui il protagonista del
racconto. Cosa ti affascina di una figura del genere, di
campione invecchiato? Oppure, cosa odii?
Hai mai visto 'When they are
kings'? E' il racconto di uno dei più grandi incontri di
box di tutti i tempi: ottobre 1974, Muhammad Alì vs
George Foreman, solo leggenda. E ora lo vedi ridotto come
bambino appena nato. E'questa la vita. Da poco ho rivisto
"Toro Scatenato" con De Niro, il film che parla
di Jack la Motta campione dei medi anni 40. Finisce nei
night a raccontare barzellette. Una delle ultime
inquadrature lo riprende davanti allo specchio che si
prende a schiaffi e poi boxa rapidamente, montante,
montante, gancio, jab. Poi si aggiusta il farfallino e va
ad affrontare il pubblico. Come se stesse per combattere
per il titolo. Non so se ti ho risposto, ma questi due
film, mi fanno impazzire.
3) Campione o
fuoriclasse... molti hanno distinto le due definizioni.
Secondo te, esse descrivono la medesima persona o c'è
qualcosa che le differenzia?
Non so, forse vent'anni fa
potevano essere la stessa cosa. Oggi campioni non si
nasce, si viene programmati. Società,
procuratori,giornalisti, c'è fame di magia, quella di
Maradona per capirci, che ormai agonizza tra le sabbie
della coca..... I fuoriclasse oggi stanno nei campetti
delle parrocchie, pochi in verità, pochi perché c'hanno
tolto il gusto di sognare il calcio; già appena sai
tirare due calci devi pretendere la serie A, ingaggi da
fantadollari e le mutandine di qualche velina...triste.
Mi ricordo di un mio amico, uno silenzioso, arrivava al
cortile per fatti suoi, ad una certa ora, ma tra noi
passava subito un pensiero nella testa, " Oh è
arrivato MOMO ora ci si diverte". Si perché, Momo
era uno di quelli che quando gli passavi la palla, quella
si sottraeva alle normali leggi della fisica: tacco,
tibia, collo, testa, esterno. Il suo numero migliore era
camminare sulla palla, si non dico stupidate, giuro, Momo
camminava sulla palla. Insomma per noi dodicenni era un
pò come vedere Gesù che cammina sull'acqua...mi
capisci? Momo era/è un fuoriclasse, non accettò mai le
infinite preghiere dei presidenti delle società di zona.
Momo giocava per noi, magari poi se la rideva per quelle
nostre facce da lumaconi sbigottiti. Chi se ne frega,
Momo era/è un Fuoriclasse. Che fosse figlio di circensi
e facesse "Traslochi notturni" è un altra
storia.
4) Ma, dai dimmelo, alla
fine del tuo racconto la palla è entrata o no?
Su un campo entrò, su
quell'altro uscì. A te la scelta............
Gabriele Guzzetti
PERCORSO
DI VIAGGIO
ULISSE E LE
SIRENE SPIEGATE
a cura di Antonio Spadaro
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AVVENTURA e NOSTALGIA
Il
viaggiatore di Angelo Branduardi
Questa è la tua ora, parti, viaggiatore
che ancora molto per te deve accadere.
Per anni sui mari ti sei avventurato,
seguendo cauto le vie delle tue carte.
Quale desiderio rende inquieto il tuo cuore,
quale marea ti sta rubando il sonno.
Tu che nella tempesta sicuro hai navigato,
è questa l'ora, parti, viaggiatore.
Apri le vele ad accogliere il vento
che ancora molto per te deve accadere.
Cerca la rotta seguendo la corrente
verso un'oscura, remota stella.
Quale desiderio rende inquieto il tuo cuore,
quale marea ti sta rubando il sonno.
Senza esitare abbandona il tuo porto,
e questa l'ora, parti, viaggiatore.
Durante tutto il viaggio... di Nazim Hikmet
Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è
separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi
stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno.
Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata
da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del
fresco nell'afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle
città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.
Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata
da me
e del viaggio non mi resta nulla,
se non quella nostalgia.
FUGA e RITORNO
Sui fiumi di
Babilonia (Sal. 136) dal Libro dei Salmi
[1] Sui fiumi di Babilonia,
là sedevamo piangendo
al ricordo di Sion.
[2] Ai salici di quella terra
appendemmo le nostre cetre.
[3] Là ci chiedevano parole di canto
coloro che ci avevano deportato,
canzoni di gioia, i nostri
oppressori:
«Cantateci i canti di Sion!».
[4] Come cantare i canti del Signore
in terra straniera?
[5] Se ti dimentico, Gerusalemme,
si paralizzi la mia destra;
[6] mi si attacchi la lingua al palato,
se lascio cadere il tuo ricordo,
se non metto Gerusalemme
al di sopra di ogni mia gioia.
[7] Ricordati, Signore, dei figli di
Edom,
che nel giorno di Gerusalemme,
dicevano: «Distruggete,
distruggete
anche le sue fondamenta».
[8] Figlia di Babilonia devastatrice,
beato chi ti renderà quanto ci
hai fatto.
[9] Beato chi afferrerà i tuoi piccoli
e li sbatterà contro la pietra.
ESILIO ed EVASIONE
L'allodola
in gabbia di Gerard Manley Hopkins
Quale allodola sfida-vento chiusa in trista gabbia,
lo spirito alato dell'uomo nella casa-ossa, stretta casa,
sta
quell'uccello senza il ricordo delle fiere rupi,
questo in sforzo, ogni giorno soffrendo il tempo di vita.
Benché alti su zolla o posatoio o umile basso palco
i due a volte cantino dolcissime, dolcissime nenie,
ma languono a volte come morti nelle loro celle
e torcono le sbarre in scoppi di terrore o d'ira.
Non che il dolce uccello, il canoro uccello non chieda
quiete -
anzi, ascoltalo, ascoltalo, mentre cinguetta e cala nel
nido,
ma nel proprio nido, libero nido, non carcere.
Lo spirito dell'uomo sarà legato alla carne, quando al
suo meglio
ma sgombro: la lanugine del prato non è gravata
dal passo dell'arcobaleno né lui dalle sue ossa risorte.
PELLEGRINAGGIO
e CONQUISTA
Ulisse
di Umberto Saba
Nella mia giovanezza ho navigato
lungo le coste dalmate. Isolotti
a fior d'onda emergevano, ove raro
un uccello sostava intento a prede,
coperti d'alghe, scivolosi, al sole
belli come smeraldi. Quando l'alta
marea e la notte li annullava, vele
sottovento sbandavano più al largo,
per fuggirne l'insidia. Oggi il mio regno
è quella terra di nessuno. Il porto
accende ad altri i suoi lumi; me al largo
sospinge ancora il non domato spirito,
e della vita il doloroso amore.
PER MARE e PER
ARIA
Gabbiani di
Vincenzo Cardarelli
Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
com'essi l'acqua ad acciuffare il cibo.
E come forse anch'essi amo la quiete,
la gran quiete marina,
ma il mio destino è vivere
balenando in burrasca.
I cigni selvatici a Coole di William
Butler Yeats
Gli alberi sono nella loro autunnale bellezza,
I sentieri del bosco sono asciutti,
Nel crepuscolo d'ottobre l'acqua
Riflette un cielo immobile;
Sull'acqua colma fra le pietre, stanno
Cinquantanove cigni.
Già diciannove autunni mi
raggiunsero
Da quando li contai la prima volta;
Li vidi, prima che finissi il conto,
Tutti di colpo sollevarsi
E sperdersi rotando in grandi cerchi interrotti
Sulle ali rumorose.
Ho ammirato quelle creature
splendenti
E ora è triste il mio cuore.
Tutto è cambiato da quando io, ascoltando
La prima volta, su questa riva, al crepuscolo,
Lo scampanare delle loro ali sopra il mio capo,
Camminavo con passo più leggero.
Senza ancora saziarsi, amata e
amante,
Remano nelle fredde
Correnti amiche, o scalano l'aria;
I loro cuori non sono invecchiati;
Passione o conquista, dovunque vadano errando,
Tuttora li accompagna.
Ma ora galleggiano sull'acqua
immobile,
Misteriosi, bellissimi.
Fra quali giunchi nidificheranno,
Sulle sponde di quale lago o stagno
Delizieranno occhi umani quando un giorno,
Svegliandomi, mi accorgerò che son volati via?
NAUFRAGIO e
ATTESA (della meta)
Mattina
di Giuseppe Ungaretti
M'illumino
d'immenso
**** THE END ****
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