Il dogmatismo ideologico e l’etica della liberazione

Wanda Piccinonno

La velocità degli eventi , caratteristica peculiare del globalismo , comporta spesso banalizzazioni e opinabili semplificazioni . Esistono , però , alcuni episodi che meritano una pausa , perché spingono a decostruire il passato e a demistificare categorie concettuali obsolete e fuorvianti. Partendo da queste premesse , vorrei quindi esprimere le mie opinioni sulla questione cubana . Notoriamente i processi farsa e le fucilazioni del regime castrista hanno suscitato la legittima indignazione di uomini illuminati ed autorevoli , come Josè Saramago , Dario Fo, Pietro Ingrao , Eduardo Galeano . Nel contempo non sono mancati colpevoli silenzi e giustificazioni faziose e inacettabili . Difatti , alcuni "marxisti " di sagrestia , sordi alla lezione della storia , hanno di fatto avallato le raffiche di regime , usando come alibi l’inquietante situazione cubana . Si ripropone così un settarismo unidimensionale che obnubila il pensiero critico e spinge a rievocare il regime disciplinare del socialismo statualista sovietico.

Se si pensa a libertà con libertà , però , bisogna guardare in faccia il Male in tutte le sue forme , e ciò impone l’espulsione di ogni asserzione dogmatica e di ogni pre-giudizio. In realtà , né le becere manovre né le guerre preventive del gendarme Bush , possono giustificare qualsiasi ricorso alla violenza bruta , perché la pena capitale , la lesione dei diritti civili e sociali , ovunque si perpetrino , non consentono assoluzioni ma condanne senza appello . In altri termini , se Cuba è assediata , è altresì vero che non si può negare che " il compagno " Fidel si avvale sistematicamente di pratiche repressive ed oppressive . Ciononostante Fidel ribadisce solennemente che " Cuba è il paese dove i diritti dell’uomo sono rispettati e ha il governo più democratico del pianeta ".

La verità è che a Cuba è vietato dissentire , basti pensare che Hector Palacios , redattore di un progetto di legge di iniziativa popolare per cambiare la Costituzione in senso liberale, è stato condannato a 25 anni di galera . Inoltre , dal momento che Fidel alimenta e strumentalizza il culto idolatrico di Che Guevara , è bene evidenziare che se quest’ultimo fosse vivo farebbe parte della schiera dei dissidenti .

A questo punto , valicando le civetterie delle " coscienze " sentenziose dei falsi cantori della libertà e della pace , conviene demistificare le ambiguità di logori terreni , per mettere in luce la scabra verità , ossia che la libertà non può essere considerata uno scomodo corollario , che paraddossalmente funziona anche a corrente alternata . Occorre ,dunque , promuovere una onesta riflessione sulle procedure e sui paradigmi di alcuni "comunisti " malati endemici di una devastante dietrologia .

Purtroppo , sulla base di amare esperienze , posso affermare che spesso i "comunisti " sono abili manager dell’amnesia , infatti , rimuovendo il vitale conatus del comune , continuano a rivisitare l’impostura dello schema staliniano . Questi presunti paladini della liberazione, saccenti , supponenti e decisamente intolleranti , stigmatizzano puntualmente il pensiero critico , ossia quelle chiavi di lettura che non collimano col vetusto copione . Si evocano così le storiche accuse di "frazionismo" , oppure , con tono sacerdotale , si decreta l’espulsione di coloro che ostacolano la radiosa soluzione finale .

Fatte queste doverose precisazioni , va aggiunto che le giustificazioni delle repressioni cubane hanno contribuito a cementare gli aberranti teoremi del volgare piazzista di Arcore, che , in preda ad un delirio di onnipotenza , pretende di mercificare anche la storia , tant’è che addirittura mette sullo stesso piano fascismo e comunismo .

Sulla scorta delle osservazioni fatte , conviene , dunque , tentare di dipanare il bandolo della matassa , per risalire alla genesi di un impianto autodistruttivo . Sarebbe , infatti, sbagliato cancellare un’inibizione solo perché scomoda , anche perché sarebbe suicida conservarla così com’è , soprattutto quando si constata che è cancerogena . Da qui la necessità di operare un distinguo tra socialismo reale e telos del comune . Pertanto, nella convinzione che libertà , eguaglianza e fraternità siano elementi indissolubili di una filosofia dell’avvenire , vorrei , con irriverenza nietzschiana ,decostruire le ebbrezze di un devastante dogmatismo ideologico . Ne consegue che le considerazioni saranno inattuali , proprio perché finalizzate a demistificare le coordinate di un materialismo ebete e riduttivo . Sicché , si può facilmente argomentare che l’indagine sarà scabrosa , eretica , insolente . D’altro canto , se si vuole costruire l’esistenza comune del mondo , i partigiani della libertà dovrebbero , come vuole Marcos , " camminare domandando " , superando l’approccio dogmatico ed attivando un esodo costituente . Ciò significa che bisogna demolire tutti i perniciosi sofismi che supportano il pensiero politico della misura e dell’ordine , e rendere , invece , operante la dismisura . Per sradicare , dunque , la bestia immonda neoliberista , sarebbe necessaria una nuova prospettiva epistemologica , che dovrebbe espellere l’antico modello di sovranità e , al tempo stesso, dovrebbe negare tutti gli apparati tecnocratici e polizieschi . D’altra parte , la costruzione di un mondo altro impone la rimozione dell’apologia scientifica della violenza , macabro retaggio degli orrori staliniani . Sicché , se non si vuole condannare la speranza , bisogna ricusare ogni giustificazione congiunturale e superare la ripetizione scolastica di formule incantatorie.

Pertanto , constatando che sussistono ancora forme obsolete di ideologismo , conviene fare un’indagine retrospettiva sul fenomeno leninista . In altre parole , per destarsi dal sonno dommatico , si impone l’esigenza di smascherare il mistificato prodotto del marxismo , che ha eretto l’deologia a religione di Stato e che ha generato il rettile totalitario .

Da qui la necessità di rivisitare , sia pure in modo sommario , un esperimento storico che si è rivelato purtroppo fallace . Ciò non significa eliminare il bambino e l’acqua sporca , ma significa , invece , mettere in luce le ombre catastrofiche che hanno poi determinato la burocrazia totalitaria .

Per quanto concerne il leninismo , giova ricordare che già Rosa Luxemburg dissentiva da Lenin , tant’è che scrisse : " La libertà solo per i partigiani del governo , solo per i membri del partito , per quanto siano numerosi , non è libertà . La libertà è sempre libertà per colui che pensa in modo diverso " . Queste lucide osservazioni non possono stupire , dal momento che la Luxemburg " era fermamente convinta che il partito non sarebbe stato in grado di dare alle masse la giusta direzione o di evitare difetti di un potere irresponsabile, se non avesse conservato una struttura quanto più possibile democratica , e se non si fosse reso continuamente e direttamente responsabile verso la base e , attraverso di essa , verso l’intera massa cosciente del movimento della classe operaia . Inoltre , la Luxemburg credeva che le rivoluzioni non possono essere fatte su comando di piccoli gruppi decisi a tutto ma isolati dalle masse e ignari dei sentimenti e delle loro opinioni. La verità è che oggi nessuno studioso serio degli scritti di Lenin può negare l’esistenza nella posizione leninista di un elemento , ossia di quel che a volte viene chiamato "blanquismo" , cioè la fede nella funzione rivoluzionaria di un’èlite di cospiratori. Onde evitare fraintendimenti , è bene precisare che non si vuole sostenere che Lenin era un blanquista , ma l’intento è , invece , di sottolineare che l’elemento blanquista emerge in parte nella sua insistenza sulla necessità di un partito a direzione centralizzata , rigidamente disciplinato , e libero di contravvenire alla procedura elettorale democratica nella scelta dei suoi comitati locali e dei suoi rappresentanti .

Continuando ad indagare sulla praxis leninista emergono palesi contraddizioni . Giova ricordare , infatti , ciò che Marx sostenne : " Una formazione sociale non tramonta prima che siano sviluppate tutte le forme produttive , che essa è capace di dare ; e i nuovi rapporti sociali non si sostituiscono ai vecchi , prima che le condizioni naturali di esistenza non si siano schiuse precisamente in seno all’antica società . I quesiti che si pongono sono : l’economia capitalistica era forse giunta al suo sviluppo di tutte le forze produttive ? Poteva Lenin avviare risolutamente l’era socialista ? In realtà , esistendo immaturità delle condizioni oggettive e immaturità delle coscienze , Lenin è costretto a ricorrere all’esercizio della forza per poter costruire la società socialista . Insistendo sulle contraddizioni dell’esperimento leninista , va aggiunto che Lenin si avvale di metodi tipicamente borghesi, come il cottimo , il taylorismo , la rigorosa disciplina e l’autorità dei direttori di fabbrica senza impacci e limiti dei Consigli operai .

Ovviamente le critiche sarebbero riduttive , se si prescindesse da un contesto storico estremamente insidioso e complesso . Difatti , penetrando nelle intricate vicende rivoluzionarie, emerge la tragicità della posizione leninista , ma , al tempo stesso , la carenza di una coscienza autenticamente solidale , che è poi la condizione basilare del socialismo .

A questo punto è lecito porre alcuni interrogativi : la violenza può sempre essere levatrice della storia ? L’irruenza aggressiva può essere la genitrice di più alte forme di vita ? Indubbiamente sarebbe puerile condannare la violenza sic et simpliciter , dal momento che esiste una giustificazione causale connessa a punti critici della storia che rendono inevitabile l’esplosione , la Resistenza docet . D’altro canto , i rivoluzionari autentici non prendono la violenza a cuor leggero . Non senza ragione Marx dava la preferenza alla rivoluzione non-violenta , qualora le particolari condizioni politiche , economiche e culturali la rendessero possibile . Ciò detto , conviene rimarcare poi che al fondo di ogni legittimità formale esiste una illegittimità sostanziale , ossia un atto di violenza . Machiavelli e Hobbes su questo punto convergono , infatti entrambi sostengono che ogni potere costituito gronda sangue. E’ evidente , dunque , che se le generalizzazioni sull’argomento risultano estremamente opinabili , è altresì vero che le levatrici violente della storia non hanno sortito effetti positivi . L’esperimento sovietico , infatti , si è rivelato un esempio lampante di brutalità poliziesca . Pur riconoscendo l’iniziale successo della rivoluzione , è bene sottolineare che l’errore storico del bolscevismo è stato quello di poter instaurare il socialismo con la presa del potere statale in un paese ancora semifeudale , sicché anche questo elemento ha generato l’impianto totalitario . Se parlo di un elemento non è casuale , perché variegate e complesse sono le concause che hanno deteminato l’infernale macchina di potere burocratico e totalitario . Ricostruendo l’iter del bolscevismo , emergono eclatanti contraddizioni , basti pensare che Lenin , dopo la repressione della rivoluzione del 1905, propugna l’idea di una "dittatura rivoluzionaria democratica " . La formula , in realtà, è piuttosto bizzarra , ciononostante manifesta un’istanza democratica , sicché è lecito porre i seguenti quesiti : come potè simile orientamento sfociare nella gestione burocratica della produzione e nella dittatura del partito comunista ? E come mai , quando insorse la rivolta dei marinai e della popolazione di Kronstadt per rivendicare i diritti e la libertà dei Soviet, Lenin si trovò dalla parte spietata della repressione ? La verità è che la proclamata esigenza di democrazia si convertì in esercizio di potere dittatoriale , e non solo in conseguenza dello stato di guerra esterna , imposto dai Russi-bianchi e dalle ostilità degli stati capitalistici, ma anche dal conflitto interno fra le istanze del programma bolscevico e quelle spontanee delle masse . Se insisto sulla ricostruzione storica non è casuale , dal momento che l’obiettivo è quello di ricercare il virus della mistificazione , per rivendicare, al di là di tutte le ortodossie , l’eterna valenza del comune .

D’altra parte , l’etica della liberazione impone la rimozione di tutte le forme di paternalismo ideologico e della barbarie totalitaria , per affermare , invece , un linguaggio plurale e multipolare , un’appartenenza molteplice , nomade e gioconda . Per sradicare , dunque , i paradigmi di un materialismo fittizio e grossolano , come i prigionieri della caverna platonica , bisogna infrangere le ombre fallaci di un settarismo unidimensionale e guardare in faccia la verità effettuale . Senza abiurare , dunque , occorre rompere le dighe del silenzio , per gridare forte e chiaro che il diritto alla dissidenza è sacrosanto e inappannabile . D’altro canto , la regola-fallo è emblema di un potere castratore delle libertà , dei desideri , dei bisogni , delle emozioni , sicché ovunque si imponga lo spettro livellatore dell’uniformità , bisogna opporre un rifiuto radicale . Ne consegue che , per schiacciare l’idea totalitaria , si dovrebbe negare la logica binaria e condannare "senza se e senza ma " tutti i baluardi della repressione .

Pertanto , se le stragi infinite dell’amministrazione Bush vanno stigmatizzate , è altresì vero che ciò non consente un proselitismo acritico .

Ma , per rimuovere tutte le forme di demagogia e per rendere operante la teleologia del comune , è lecito insistere sulla praxis leninista . Sicché , con spirito disincantato e privo di nefasti condizionamenti , vorrei incentrare ancora l’attenzione su Lenin e sul suo esperimento rivoluzionario . Intanto , va precisato che oggi la ricostruzione storica risulta più esaustiva , perché , dopo la caduta del regime sovietico sono emersi documenti inediti. Difatti , uno dei più acclamati studiosi di storia russa , Robert Service , dopo l’apertura degli archivi centrali del Partito comunista a Mosca , ha analizzato con dovizia di dettagli, la vicenda umana e politica di Lenin . Service , da studioso serio e scrupoloso , sostiene che già con Gorbacev sono state rese pubbliche preziose testimonianze , come libri di memorie scritti dai parenti di Lenin e da membri del partito bolscevico . Il problema , afferma Service , è che " gli storici , prima della caduta del regime , non potevano accedere agli archivi per documentarsi in prima persona " . La situazione è cambiata nel 1991 , perché gli archivi sono stati "disigillati " e ciò ha consentito di consultare in originale i verbali del Politbjuro , del Comitato centrale , di conferenze e congressi . Grazie , dunque , al ritrovamento di documenti coperti da censura , Service , fornisce un ritratto efficace ed integrale di Lenin . Emergono così i suoi rapporti con la famiglia e con le donne , le manie , la durezza , il cinismo , le strategie politiche . La rivisitazione storica mette soprattutto in luce la tragicità di un uomo , che pur barcamenadosi tra eclatanti contraddizioni , persegue un unico obiettivo : il socialismo . Ma fu vera gloria ? Si può affermare che la praxis leninista sia stata l’incarnazione del comune ? In realtà , " il leninismo ha fallito il suo compito quando ha definito la dittatura come la forma più alta della democrazia . In tal modo esso partecipa della storia della sovranità moderna . Tutto ciò diviene palese quando ( al di là della genesi e del successo formidabili della Rivoluzione d’ottobre ) si consideri che lo sviluppo industriale moderno ( assunto come unità di misura ) è lo scheletro nell’armadio della teoria leninista della rivoluzione " ( T. Negri ) .

Inoltre , va aggiunto che i dati emergenti dalle testimonianze mettono in luce le palesi incongruenze tra teoria e prassi . Ciò è suffragato dal fatto che Lenin intendeva proteggere i settori privati dell’industria e dell’agricoltura . Questo rapporto simbiotico tra politica bolscevica ed economia capitalista era definito da lui "capitalismo di Stato ". Ovviamente ciò suscitava l’indignazione di molti bolscevichi , che avevano fatto la rivoluzione d’ottobre con lo scopo di sovvertire il mondo .

Pur rilevando le contraddizioni , occorre , però , contestualizzare la praxis leninista nel tumulto di un secolo sanguinoso , sicché si può affermare che l’impresa complessiva risulta decisamente titanica . In altri termini , le incongruenze sono da attribuire al complesso periodo storico , sicchè se Lenin ibrida alcune categorie marxiane , è altresì vero che nel progetto rivoluzionario è presente una logica di rottura . Inoltre , per quanto concerne la " presa del potere " sono doverose alcune considerazioni . " Nel movimento operaio dell’Otto e Novecento e nel movimento comunista non c’è "presa del potere "che non sia legata all’" estinzione dello Stato ". Lenin non fa eccezione….. Certo , l’opera di Lenin è riuscita a metà : ha conquistato il potere ma non ha estinto lo Stato "(A.Negri) .

Ma , al di là delle strategie e delle tattiche , ciò che , invece , genera sconcerto e riprovazione sono la freddezza , il cinismo , l’esercizio del terrore e il disprezzo per ogni forma di dissenso , tant’è che Lenin definiva le procedure democratiche , " un trastullo pericoloso ". Cade così l’immagine di regime del "rivoluzionario filantropo " , basti pensare che durante la guerra , le notizie delle carneficine al fronte e in patria lo lasciavano del tutto indifferente . D’altro canto , ciò non può stupire , perché Lenin non consentiva mai che " il sentimentalismo " interferisse con le sue valutazioni politiche . Inoltre , riteneva di essere l’autentico depositario del pensiero marxiano e questa certezza , peraltro supponente , lo spingeva ad adottare un linguaggio virulento ed arrogante , ogniqualvolta si mettevano in discussione le sue opinioni . Non senza ragione il capo del Comitato centrale , rivolgendosi ai bolscevichi affermò che " il modo in cui Lenin trattava i compagni di fazione aveva superato ogni limite " . Ma la virulenza del linguaggio sconvolse anche la fedele sorella Anna , che indignata disse al fratello : " Mi terrorizzi : ho sempre paura di esprimermi in modo incauto ". Un altro aspetto da non sottovalutare è l’insincerità , e ciò emerge dal contrasto tra le previsioni fatte in " Stato e rivoluzione " e la realtà del bolscevismo al potere . " Stato e rivoluzione " descriveva un futuro imminente in cui la classe operaia sarebbe stata il gruppo dominante , sicché sarebbero stati i comuni lavoratori a prendere le decisioni cruciali per lo Stato e la società . Dopo l’ottobre del 1917 le cose andarono in tutt’altro modo : lo stato sovietico divenne , infatti , ben presto una dittatura monopartitica che usava la forza per sedare gli scioperi delle fabbriche e le proteste politiche dei lavoratori . Ne consegue che anche la formula " dittatura del proletariato" , viene assunta in modo opinabile , tant’è che si traduce in uno Stato totalitario e burocratico , che nega di fatto quel " regno della libertà " ipotizzato da Marx .

In realtà , Lenin , per alcuni aspetti si ispira a Wilhem Weitling , a Louis – Auguste Blanqui e Peter Tkacev , cioè i rivoluzionari autoritari ottocenteschi tanto contestati da Marx e da Engels . Ma ciò che emerge dalle inoppugnabili testimonianze è soprattutto un atteggiamento ambivalente , infatti , Lenin voleva la rivoluzione dall’alto e una rivoluzione dal basso ; voleva tanto la dittatura come la democrazia . Al di là delle palesi dicotomie , però , ciò che si impone è l’autorità del Sovnarkom , sicché la coercizione e il terrore di Stato hanno il sopravvento . Inoltre , con la presa del potere , fu ripristinata la polizia politica segreta , e Lenin , " con spirito libertario" , sostenne anche che i dissidenti andavano radiati dal partito .

Va rilevato che i metodi adottati da Lenin furono criticati aspramente non solo dai "nemici " , ma anche dai bolscevichi e dai sostenitori del bolscevismo . Gor’kij , in particolare , non riusciva a sopportare il suo "tono da teppista", tant’è che leggendo "Materialismo ed empiriocriticismo " scaraventò il libro dall’altra parte della stanza . In una lettera privata ai Bogdanov , Gor’kij , simpatizzante dei bolscevichi , scrisse :" Queste persone che gridano " sono un marxista " e "sono un proletario" e subito dopo mettono i piedi in testa ai loro vicini e gli strepitano in faccia mi ripugnano tutte e senza eccezione , come sempre gli ipocriti ; secondo me ciascuno di loro è un misantropo che si culla sulle sue fantasie . Una persona è spazzatura se non le pulsa dentro una vivida consapevolezza del suo legame con la gente e se è disposta a sacrificare il senso di solidarietà sull’altare della propria verità . Nel suo libro Lenin è così . La sua discussione sulla "verità " non è condotta in modo che possa trionfare la verità , ma per poter dichiarare : " Sono un marxista ! Il miglior marxista del mondo sono io ! ". Conviene precisare che le analisi leniniste sulla situazione concreta rimangono esemplari , sicché la decostruzione critica è finalizzata solo a mettere in luce gli atteggiamenti sconcertanti di un grande rivoluzionario . Inoltre , onde evitare che Massimo Gorki sia annoverato tra i "nemici " del comunismo , giova sottolineare che il poeta rivoluzionario suscitò ammirazione e gratitudine in Anton Siemionovic Makarenko , fulgido emblema della pedagogia sovietica . In realtà , una autentica etica della liberazione non può prescindere dalla critica e dall’autocritica , proprio perché la teleologia del comune , rifuggendo da ogni impianto dogmatico , si dovrebbe esplicitare come processo in perenne divenire .

Continuando la ricostruzione storica occorre evidenziare che Lenin intendeva imporre una riforma globale del sistema politico sovietico . Purtroppo , però, la riforma non metteva in discussione né lo Stato monopartitico né lo stato del terrore . Ciò significa che la vitalità del contropotere si trasformò in potere totalitario .

Si può dunque concludere che Lenin fu un millantatore ? In realtà formulare un giudizio siffatto sarebbe imperdonabile , vuoi perché l’esercizio rivoluzionario del contropotere emerge prepotentemente , vuoi perché Lenin si avvale di strategie sagaci in un contesto storico decisamente burrascoso e complesso .

Ma per comprendere appieno il personaggio , il suo palese narcisismo , l’eccessiva autostima , l’atteggiamento sostanzialmente elitario , si dovrebbe ricorrere al dottor Freud . La madre e le sorelle , infatti , non solo avevano un atteggiamento protettivo , ma esaltavano anche in modo esagerato le sue doti . Inoltre , va aggiunto che l’odio viscerale per il regime discendeva dall’interazione di due elementi : uno ovviamente ideologico , l’altro familiare . Difatti Lenin non superò mai il trauma subito per l’impiccagione del fratello Aleksandr .

Ciò detto , per evidenziare ancora gli atteggiamenti virulenti del rivoluzionario è opportuno fare riferimento ad una lettera inviata ai bolscevichi di Penza l’11 agosto 1918 . Lenin scrisse : " Compagni! L’insurrezione di cinque distretti kulaki dovrebbe essere soppressa senza pietà …. Bisogna dare un esempio . 1) Impiccate e assicuratevi che le impiccagioni avvengano sotto gli occhi e alla presenza del popolo , non meno di cento kulaki , ricchi, parassiti , che siano noti . 2 ) Pubblicatene i nomi 3 ) Sequestrate loro tutti i cereali . 4)Indicate degli ostaggi in conformità al telegramma di ieri . Fatelo in modo tale che per centinaia di chilometri intorno la gente possa vedere , tremare , sapere , urlare : stanno strangolando e strangoleranno i kulaki succhiasangue " .

I toni della missiva sono sconcertanti , non solo perché si manifesta l’esercizio del terrore , ma anche perché emerge una definizione vaga delle vittime , kulaki , ricchi , succhiasangue. Ne consegue che ciò legittimava l’arbitrio , sicché si potevano assassinare preti , banchieri , mercanti , nobili , ma anche appartenenti alle classi sociali più umili . Difatti , se i ceti medi lo mandavano in bestia , è altresì vero che lo facevano infuriare anche contadini ed operai. Basti pensare che in previsione della festa di S. Nicola , Lenin esclamò : " E’ stupido rassegnarsi alla celebrazione di " Nicola ". Dobbiamo dare la sveglia a tutti i cekisti, che si mettano a fucilare chi non va al lavoro perché è la festa di " Nicola ". Inoltre , Lenin spiegò che bisognava preparare analoghe forme di repressione in previsione della festa di Natale e di capodanno .

La repressione era , dunque , largamente praticata , ma dalle testimonianze si evince anche che Lenin voleva che aumentasse di intensità . Il fatto inquietante è che la furia repressiva non toccava solo i "nemici ", ossia i socialisti rivoluzionari , i menscevichi, gli intellettuali antibolscevichi , ma anche gli opposizionisti operai critici , tant’è che erano radiati dal partito .

A questo punto giova osservare che la difesa di una rivoluzione dovrebbe esplicitarsi in coerenza con gli scopi della rivoluzione stessa . Inoltre , per quanto concerne il noto principio dell’"organizzazione " , va aggiunto , che se l’organizzazione viene concepita come gestione autoritaria di una fazione o di un partito , essa inevitabilmente legittima la formazione di un apparato burocratico-repressivo . Sarebbe , invece , auspicabile superare la nefasta legge fallica del dominio e optare per una forma di organizzazione , intesa come pratica della cooperazione , della solidarietà , della libera evoluzione della moltitudine . Ciò non significa stigmatizzare la figura di Lenin , infatti , l’impresa titanica del grande rivoluzionario non può essere sottovalutata . Occorre , però , evidenziare le luci e le ombre che hanno caratterizzato la praxis leninista . Lenin , in realtà , fu grande ed inquietante , tragico ed esaltante . Sicché , evitando di eliminare il bambino e l’acqua sporca , pur riconoscendo l’alta valenza della rivoluzione d’ottobre , occorre elaborare una nuova prassi politica . Partendo da Marx , ma andando anche oltre Marx , dunque , si dovrebbe promuovere un’opera di decostruzione-ricostruzione , per avviare un nuovo corso .

Ne consegue che bisogna rimuovere " il ricorso spettrale delle rivoluzioni al passato", vuoi perché l’assetto odierno non consente ripetizioni , vuoi perché un processo di autentica liberazione richiede griglie interpretative più ampie e variegate .

A questo proposito risultano particolarmente incisive le osservazioni di Augusto Illuminati, che afferma : " Marx decise che la rivoluzione proletaria non dovesse più ricorrere a travestimenti , ma ben presto i comunardi simularono la Convenzione , i bolscevichi si presentarono da giacobini bollando i menscevichi come girondini , la sinistra trotskista evocò il Termidoro staliniano …..Tutto per mettersi al riparo per neutralizzare il nuovo della storia " . Purtroppo , invece , si registra una sorta di coazione a ripetere , che ovviamente inficia una decostruzione critica è , al tempo stesso , spinge a rivisitare categorie obsolete. In realtà , considerando che la democrazia assoluta non si è mai realizzata e constatando che la logica patriarcale del dominio non è mai stata debellata , si dovrebbero negare tutti gli " Assoluti " , per rendere operanti le energie del contropotere . Conviene sottolineare che l’esercizio del contropotere non dovrebbe essere finalizzato ad una sostituzione del potere esistente , ma dovrebbe essere in grado di esprimere i desideri , i bisogni , le emozioni di tutti i corpi . Un progetto alternativo , dunque , dovrebbe inglobare le differenze e dovrebbe essere l’espressione più alta dei bisogni vitali .

Sarebbe quindi auspicabile una transvalutazione di valori , per debellare definitivamente il cancro poliziesco e per valicare le rotaie dell’odio , in vista di un mondo radicalmente altro. In quest’ottica la figura del rivoluzionario postmoderno si rivela estremamente problematica , vuoi perché la figura del " rivoluzionario di professione " risulta inattuale, vuoi perché occorre demolire la grammatica del potere . Da qui la necessità di produrre processi di cooperazione reticolare , per elaborare nuove potenzialità antagoniste . Per perseguire questi obiettivi " bisogna ripensare le relazioni all’alterità in senso nomade : l’alterità nomade non è una ma molteplice " ( Rosi Braidotti ) .

D’altro canto , a rigore di logica , la potenza collettiva del comune dovrebbe espellere la logica della repressione e del comunismo volgare , proprio perché ingloba l’esplosione dei desideri e dei bisogni .

A questo punto non si può prescindere da un riferimento alla "moltitudine ", che spesso viene recepita come panacea di tutti i mali . Al di là delle suggestioni estetizzanti , valutando la realtà fattuale , emergono palesi contraddizioni e tragiche derive . Ciò , però, non può stupire , perché quando si parla di moltitudine " si ha da fare con un concetto senza storia, senza lessico " ( P. Virno) . Sicché , l’assoluta mancanza di codificazione delinea possibilità di evoluzione , ma anche di sussunzione . In altri termini , se il "general intellect" proprietario genera un "general intellect" non-proprietario , è altresì vero che quest’ultimo presenta solo potenzialità liberatrici , ma non processi costituenti di contropotere. Ne consegue che la moltitudine può diventare un carnevale delle soggettività o " simulacro di se stessa " ( Luca Casarini).

Bisogna riconoscere che la situazione odierna è , al tempo stesso , destabilizzante e foriera di radicali mutazioni . Difatti , la resistenza può diventare costituente solo a condizione che la moltitudine si riappropri e autogestisca dal basso il cosiddetto "capitalismo cognitivo ". Il che consentirebbe di superare i paradigmi della lex mercatoria e di plasmare così un mondo altro. L’impresa si rivela irta di ostacoli , vuoi perché la moltitudine postmoderna è assediata da meccanismi disciplinari e di controllo , vuoi perché il globalismo rende obsoleti alcuni paradigmi .

Pertanto , considerando la nuova configurazione del tessuto storico e valutando le variegate dinamiche che attraversano lo scacchiere globale , occorre innanzitutto rompere con alcune determinazioni metodologiche . Ciò si impone , perché lo Stato sovranazionale del Capitale appare per la prima volta uno Stato emancipato da qualsiasi territorialità . Ne consegue che le complesse dinamiche globali richiedono una nuova elaborazione teorica e significative varianti metodologiche . Da qui la necessità di superare non solo il devastante feticcio della sovranità , ma anche di negare quelle coordinate che intendono ripetere " le miserie del socialismo in un paese solo " . ( Marco Bascetta )

Bisogna , dunque , abbandonare l’autorappresentazione della modernità , tornando a Marx , ma optando anche per una rielaborazione teorica inedita .

In tal senso un’opera preziosa di decostruzione-ricostruzione è quella che emerge dal libro di Paolo Virno , " Scienze sociali e natura umana "

( Rubbettino Editore ).

Sicché , ritenendo particolarmente efficaci le indagini del grande intellettuale , conviene esplicitare , sia pure in modo sommario , le illuminanti e feconde argomentazioni del suddetto libro.

Paolo Virno , con il consueto acume , penetra nei meandri della società postfordista , avvalendosi di chiavi di lettura pregne di senso . Il che non è da sottovalutare , dal momento che imperversano rozze categorie concettuali ed eclatanti forme di narcisismo . Virno , invece , non ama l’enfasi , né gli effetti speciali , ma la riflessione critica e la problematizzazione . Ne consegue che in un mondo chiassoso e in perenne divenire , l’intellettuale citato appare quasi un viandante solitario ed eretico che scruta la realtà fattuale , ponendo problemi cruciali e negando costantemente tutte le forme di dispotismo ideologico .

Dalla lettura del testo si evince che con il postfordismo , la " natura umana " diventa un contenuto immediato della vita sociale , perché sono messe al lavoro tutte le facoltà umane, dal linguaggio agli affetti , dalla capacità di apprendimento alla sensibilità estetica . Non bisogna credere , però , sostiene Virno , che l’elemento biologico determini in modo diretto e lineare il panorama storico-sociale . "Al contrario , dobbiamo pensare a un insieme di condizioni storico-sociali - il capitalismo postfordista , per l’appunto - che favoriscono , o addirittura esigono , la piena manifestazione dei presupposti biologici " .

Ciò non si manifestava con le organizzazioni sociali precedenti , perché esse attutivano alcuni aspetti della nostra costituzione biologica , come per esempio la neotenia , ossia quella persistenza cronica di stati infantili anche nell’adulto .

Un elemento estremamente rilevante è che la nostra specie ha un carattere indefinito , ovvero mostra una certa carenza di istinti specializzati . Questo carattere , in passato è stato quasi negato , mentre , in epoca postfordista la società si fa forte delle caratteristiche indefinite dell’animale umano . Da qui la piena rivelazione della natura umana .

Per rendere più esplicito l’impianto concettuale , Virno afferma : " Dopo la sconfitta dell’insubordinazione operaia e dei movimenti di massa alla fine degli anni Settanta , due sono state le principali costellazioni culturali che hanno caratterizzato la discussione pubblica.

La prima è il cosiddetto " pensiero postmoderno" . Con esso si ha la fine di ogni analisi strutturale della società , e viene messa in soffitta la stessa nozione di " rapporti sociali di produzione ". Una grande cura è dedicata alla sfera della mentalità , alla trama emotiva della vita quotidiana , al caleidoscopio delle differenze culturali " . Inoltre , Virno , focalizzando l’attenzione sulla facoltà di linguaggio , rileva che se essa garantisce la storicità dell’animale umano , è altresì vero che non fonda in alcun modo l’uno o l’altro modello di società e di politica . Ne consegue che non si può , come vuole Chomsky , dedurre un ideale politico dall’invariante biologico , perché ciò esorcizza la variabilità sociale e politica . D’altra parte , se si attribuisce alla facoltà di linguaggio una grammatica definita , essa somiglierà a una lingua storica , perdendo così lo status di potenzialità ancora indeterminata .

A questo punto Virno prendendo atto che Chomsky detta il " senso comune dei movimenti, osserva : "All’interno dei movimenti di protesta globali ….le idee di Chomsky hanno una presa particolarmente forte . Voglio dire : una presa anche su coloro che non hanno mai letto un rigo di Chomsky , una presa oggettiva , che segnala qualcosa sul modo di essere di quei movimenti . Essi , credo , ritengono a buon diritto di avere a che fare con la "natura umana " , ossia con i requisiti di fondo della nostra specie . Per questo sembrano (parzialmente ) estranei a una tematica classista . Più che a criticare il rapporto di produzione dominante , sono interessati a battersi in difesa del genere umano , dell’ambiente , della libertà di linguaggio …..Per tutto questo , il cuore dei movimenti batte più per la " giustizia " che per il" potere " ( tanto meno per la presa del potere ) ". Per evitare fraintedimenti Virno sottolinea che "l’esplicito intreccio tra sistemi sociali e "natura umana " non fonda né avalla di per sé , alcuna politica . Su questo bisogna essere molto chiari . Risulta abusivo , e soprattutto velleitario , ogni tentativo di dedurre linearmente da quell’intreccio un complesso di obiettivi rivendicativi o un insieme di tattiche sagaci ". Esiste , dunque , la materia prima , non un principio ispiratore né un programma .

Ciò significa che non si può , come vuole Chomsky , fare appello alla inalterata dotazione biologica dell’Homo sapiens per correggere l’ingiustizia del capitalismo contemporaneo . Difatti , osserva Virno : " Anziché costituire la molla e il parametro della eventuale emancipazione , la congenita " creatività del linguaggio " si presenta , oggi , come un ingrediente dell’organizzazione dispotica del lavoro ; si presenta , insomma , come una profittevole risorsa economica . Nella misura in cui consegue una immediata consistenza empirica , l’invariante biologico è parte del problema , non certo della soluzione ".

Le illuminanti considerazioni evidenziano , dunque , che la cosiddetta moltitudine è ambivalente , perché contiene servilismo e libertà . La moltitudine , dunque , non presenta garanzie di emancipazione automatica , proprio perché è una sorta di Giano bifronte . Da qui la necessità di prendere coscienza che non esiste un orizzonte propositivo , ma solo potenzialità di liberazione .

E’ evidente , pertanto , che occorre elaborare un nuovo concetto di prassi , che impone un’azione autoriflessiva e critica . In altri termini , la nuova prassi politica dovrebbe incentrare l’attenzione sul fattore "umanità ", fuori dai paradigmi del post-liberismo , del post-comunismo e dell’autorappresentazione della modernità occidentale .

Indubbiamente " l’irruzione della metastoria nella storia , ovvero l’immediata manifestazione dell’invariante biologico in situazioni socioeconomiche contingenti , indica con precisione qual è il terreno del conflitto politico . Indica cioè le questioni salienti a proposito delle quali possono profilarsi alternative radicali e aspre contese " ( P. Virno ).

Ma se il contesto storico delinea le coordinate di un mondo altro , è altresì vero che l’analisi fattuale non concede asilo all’ottimismo . Palesi derive , eclatanti ambiguità , la mancanza di un progetto alternativo e di una nuova elaborazione della prassi , dovrebbero spingere ad una riflessione critica e non ad un’esaltazione velleitaria del presente .

Paradossalmente quando il materialismo si nutre solo di speranza e trascura " il lato cattivo della storia " , allora inevitabilmente si approda ad una sorta di idealismo .

E’ proprio in virtù di queste considerazioni che , a mio avviso , i ragionamenti sperimentali di Paolo Virno possono contribuire a fornire un filo conduttore per tracciare un nuovo corso .

Ciò significa che bisogna rimuovere tutte le forme di prometeismo e di eccessivo ottimismo, dal momento che il turbocapitalismo si presenta come un demiurgo che totalizza il senso del vivere . Risulta , pertanto, riduttivo pensare che il progetto politico del bilancio partecipativo possa costituire una svolta significativa . In realtà , se si vuole operare un salto di paradigma , bisogna coniugare la critica dell’economia politica con la naturalizzazione delle scienze sociali . In altri termini , un’autentica etica della liberazione dovrebbe negare il dogmatismo ideologico e , al tempo stesso , dovrebbe valorizzare appieno le energie biologiche e libidiche . Solo partendo da questi presupposti si potrà elaborare un nuova prassi politica .

Ne consegue che la retorica di una presunta liberazione , che ipotizza il salto nel regno della libertà , si rivela estremamente fuorviante . Difatti , se il capitalismo cognitivo ha messo al lavoro la "natura umana " , è altresì vero che l’organizzazione dispotica del lavoro, il monopolio del sapere organizzato , lo stato di guerra permanente , inficiano i processi di una resistenza costituente . Inoltre , sarebbe opportuno superare le illusioni funeste di un giovanilismo acritico , perché l’assetto odierno richiede soprattutto una comprensione filosofica della realtà in cui viviamo . Purtroppo questa feconda comprensione non si manifesta all’interno dei movimenti italiani , infatti , emergono problemi di gerarchia, di conformismo , di sessismo , di leaderismo . Ciò detto , onde evitare fraintedimenti , è bene precisare che la suddetta comprensione filosofica non va intesa in senso accademico e scolastico , ma va concepita come pratica di un esercizio critico .

Ma al di là di tutte le considerazioni si rileva che " l’emergenza diffusiva del general intellect si incontra con serie variabili di eventi realizzando possibilità del tutto alternative". Sicché " si possono fare ipotesi per l’avvenire allo stesso modo in cui si possono immaginare diversi scenari susseguenti a una vittoria di Spartaco o della Comune di Parigi. . Anzi è utile esercitarsi in questo per sconfiggere l’illusione perniciosa di vittorie o sconfitte . Dalla discussione aristotelica sulla modalità abbiamo imparato che ci sarà una battaglia navale , non in che modo andrà a finire " ( Augusto Illuminati - " Del Comune " manifestolibri ) .

Constatando , dunque , che l’orizzonte delle possibilità è aperto e considerando che occorre valutare una o più incognite , si può solo immaginare il futuro . Vero è , però , che se si vuole dare corpo alla Città degli uomini , bisogna negare tutti i dogmatismi , le pratiche confessionali , il totalitarismo delle semplificazioni , per costruire dal basso " l’Arte collettiva " .

Quest’ultima non va concepita nell’accezione moderna , ossia come settore separato dalla vita , ma deve essere intesa come alternativa etica , come antropologia politica , come sviluppo dell’essenza umana , come dispositivo espressivo della democrazia assoluta , come creazione dell’esistenza del comune , come resurrezione dei corpi , come filosofia dei sensi , dei desideri , delle passioni. In altri termini , sarebbe opportuno coniugare le esigenze insopprimibili dell’interiorità personale con l’impegno nel mondo e con l’assunzione di responsabilità politico-sociali.

Da qui la necessità di attivare tutti i dispositivi politici di liberazione che collocano i corpi in uno spazio altro , ovvero quello spazio che per Spinoza è attributo di Dio .

Pertanto , se vogliamo demolire " il complesso di Cesare " e vogliamo inaugurare l’Era dell’Uomo , occorre avvalersi di una critica radicale per rimuovere i discorsi dottrinali , le tesi prefabbricate , il profetismo , gli schemi dell’evoluzionismo , gli atteggiamenti di un rivoluzionarismo decadente .

Non senza ragione Marx sosteneva : " La critica non ha strappato i fiori immaginari dalla catena perché l’uomo continui a trascinarla triste e spoglia , ma perché la getti via e colga il fiore vivo " .

 

 

 

 

 

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