Lo stridulo veleno della tranquillità.

di Carlo Bertani

Negli anni ‘70 Giorgio Gaber scrisse ed interpretò un bellissimo album: "Polli d’allevamento"; i polli d’allevamento eravamo noi o forse, più che la generazione del sessantotto, le generazioni dopo, quelle a venire.

Per un caso della vita mio padre, verso la fine degli anni ‘50, tenne per qualche anno proprio un allevamento di polli, polli da carne; novanta giorni da quando arrivavano nelle scatole, dall’Olanda, a quando finivano a testa in giù dentro una specie di giostra con molti coni: ogni cono un pollo, ad ogni giro della macchina un pollo sgozzato.

Ricordo il giorno più bello, quando arrivavano le scatole dei pulcini; era un gran divertimento aprire le scatole, come se si fosse trattato dei pacchi di Babbo Natale (che a quei tempi si chiamava Gesù Bambino ed era molto, molto più povero di quello odierno) per far uscire i pulcini, rianimarli, giocare un po’ con loro, accarezzarli o rattristarmi se ce n’era qualcuno morto.

Il giorno più brutto era quello in cui girava la macchina rossa, quella dei coni: fra i due giorni trascorrevano circa novanta giorni, la vita che noi concedevamo agli animali.

Talvolta trascorreva un po’ di tempo in più dei fatidici novanta giorni, vuoi per mancanza d’acquirenti, vuoi per spuntare un prezzo migliore ed allora s’iniziavano a notare, qui e là fra la nera torba che fungeva da lettiera, delle chiazze bianche: erano uova; incuranti dei ritmi dell’uomo e dell’ambiente ostile nel quale erano relegate, le gallinelle iniziavano il rito della riproduzione.

La cosa che più mi colpiva era come trascorrevano il loro tempo i polli adolescenti, quelli che iniziavano ad avere un po’ di crestina: qualsiasi occasione, l’abbeveratoio o la mangiatoia erano occasione di scontri e battibecchi, tanto che mio padre mi aveva confessato che un nuovo tipo di mangime conteneva una "medicina" per farli star tranquilli.

Certo quel ciclo di vita e morte mi rattristava, ed a volte mi veniva da piangere il giorno in cui la macchina rossa si metteva a girare, però non potevo certo lamentarmi della vita che facevo: bicicletta, arco e frecce, fionda e carabina, una valletta con un torrente ed un canale che alimentava un mulino e, soprattutto, molti ragazzi come me coi quali fare amicizia, giocare, litigare, sognare magiche avventure e fare a botte.

Certo quella scuola di vita e di morte, di pulcini e sangue che scorreva da sotto la macchina rossa era dura da accettare ma era fatta d’emozioni vere, forti ma vere, come vere erano nella nostra immaginazione le scorrerie nei valloni dove, appena pochi anni prima, s’era combattuta la guerra partigiana.

C’erano poi le emozioni di casa, belle e brutte, carezze e schiaffoni, e quelle della partita la domenica dove, comunque andassero a finire le cose e qualunque fosse la moralità coniugale della moglie dell’arbitro, questi finiva sempre nel girone che Dante ha dimenticato ma che certamente è il più affollato: quello dei cornuti.

Venne l’adolescenza, la scuola media e le superiori, con dei professori mica alla Silvio Orlando; veri e propri ex sergenti del Regio Esercito: una volta mi presi una nota per aver starnutito troppo forte sulle scale.

Siccome d’autoritarismo vero si trattava, di rivolta vera si trattò nel ‘68-69: occupare una scuola a quel tempo era una cosa seria, che faceva paura, non so se più della polizia o delle botte di papà.

Oggi i ragazzi non sanno perché occupano le scuole; quando, timidamente, qualcuno di noi insegnanti chiede le ragioni dello sciopero o dell’occupazione si sente semplicemente rispondere, dai più sinceri: "Tanto per non far lezione".

Anche con le ragazze era una scuola dura: nonostante oggi ci facciano intendere che i sedicenni americani già scopavano, a quel tempo, sulle Buick di papà, per noi il massimo dei risultati erano qualche bacetto ed una palpeggiata di tette (senza schiaffone).

Così siamo cresciuti; non c’è tanto da esaltarsi sui "mitici" anni ‘50,’60 o’70: forse la differenza la fece il credere che sarebbe bastata un’ideologia, rossa o nera, e (almeno per me) sarebbe giunto un radioso mattino, quello della rivoluzione, quando ci saremmo alzati ed avremmo cancellato con un solo colpo di spugna tutte le brutture del mondo.

Quanto inchiostro è stato scritto su quest’argomento! Accuse e rimproveri, fino ad affermare che la nostra generazione è così malata di protagonismo da non voler assolutamente lasciare il proscenio a quelle seguenti.

Già, le generazioni seguenti...

Qualche giorno fa, il ministro della Pubblica Istruzione De Mauro (quello che fa il supplente di Berlinguer) ha commentato la notizia (ormai vetusta per noi addetti ai lavori) che le femmine hanno superato di gran lunga i maschi nel profitto scolastico, affermando che c’è in tutto ciò una buona dose di conformismo.

La cosa mi ha colpito al punto d’essermi pentito d’aver assegnato a De Mauro solo una supplenza: no, il professore, contratti sciagurati a parte, per quell’affermazione merita una cattedra di ruolo.

Perché? Semplicemente perché ha colto nel segno; conformismo, abulia, rifugio nel branco, "scazzo", sono le malattie dei nostri ragazzi: che poi le ragazze siano più conformiste ed attente al profitto scolastico mi fa venire in mente quelle uova abbandonate sulla lettiera.

La storia di Novi ha scoperchiato una pentola che non avevamo il coraggio di aprire; che la mancanza d’ideali portasse all’assenza di scontro, ma anche di coesione sociale, questo già lo sapevamo: la novità è stata scoprire che anche sul fronte affettivo, sulle emozioni, l’ultima linea Maginot ha ormai ceduto.

Meravigliati? Mica tanto. Certo l’effetto della vicenda è stato traumatico ed i media ci hanno forse sguazzato un po’ troppo, ma era ora che almeno trovassimo il coraggio di togliere il coperchio: il che non significa avere in tasca la ricetta per spegnere l’incendio.

Se penso alla mia adolescenza e la paragono a quella di mia figlia (vent'anni), sotto il profilo delle emozioni penso proprio che sia cresciuta nel box dell’allevamento.

Si badi bene; non sono qui a fustigarmi al pensiero se sono stato un buon, mediocre o pessimo padre perché non credo che la cosa sia poi così decisiva: senz’altro il dialogo emozionale coi genitori è importante, ma rimane insostituibile il bagaglio d’emozioni dell’adolescenza che, badate bene, si costruisce fuori casa, non fra il salotto e la cucina.

Qui è la débacle completa, qui non ci si spiega come mai i "mostri" escano da famiglie "normali", "per bene", "a posto", perché quelle famiglie sono veramente normali, per bene, a posto.

La risposta è nel domandarsi cosa sia questa "normalità"; questa normalità è ormai una camicia di forza che c’imprigiona tutti, adulti e ragazzi, è la cappa d’aggettivi come "corretto" "regolare" "solidale" e mille altri che non nascondono altro che una sottile ma ferrea repressione del nostro vivere, alla quale siamo sempre più sottoposti, soprattutto sul piano delle emozioni e della spontaneità.

Viviamo così in un mondo protetto dalle emozioni, una società sulla quale è stato calato un colossale preservativo per difenderla da qualsiasi coinvolgimento emotivo "selvaggio" o forse, più precisamente, genuino: qualche esempio?

Provate ad urlare, durante una partita di calcio di un campionato minore, "Arbitro cornutaccio, tua mogli è una p...", vi diranno subito: "Lei fomenta la violenza". In realtà quello è un momento nel quale la violenza è scaricata, non fomentata e tanto meno creata, ma agli "addetti ai lavori", vale a dire a coloro che si dividono le succose fette dei proventi del calcio sta bene così, d'incolpare voi che avete urlato "cornuto" per coprire le magagne di uno sport che è diventato, invece che l’arte di saper "toccare" la palla, una rotativa che fabbrica soldi.

Non ho mai capito, né tanto meno approvato, la moda di applaudire ai funerali; la chiesa, il cimitero, sono momenti di dolore da vivere e non da esorcizzare, giacché la morte arriverà lo stesso, sia che noi applaudiamo sia che noi piangiamo, con una differenza: se avremo "gustato" fino in fondo la mestizia del momento, il dolore del distacco, sarà più breve il lutto, quello vero, interiore, e si trasformerà in dolce ricordo di chi abbiamo perduto.

Il sesso? Ma certo, a dodici anni il telefonino, a quattordici il motorino, a quindici la scopatina; intendiamoci, qui non voglio mettermi nei panni del moralista, del fustigatore di costumi, ma cosa rimane del gusto romantico del corteggiamento, del gioco delle parti fra uomo e donna, degli aspetti ludici ed emotivi dei primi amori? Non dimentichiamo che quegli amori adolescenziali sono la "palestra" delle emozioni in modo che, quando poi si diventa adulti, lo si è per davvero.

Forse per "riempire" questi vuoti emozionali ecco allora la ricerca dell’eccesso, del limite in tutto; nei film, dove al garbo ed al gusto di pochi registi fa eco la truculenza, la violenza fine a se stessa, l’emozione strappata con la paura dei più.

E c’è chi si spinge ancora più in là, sui circuiti clandestini di periferia per provare sulla propria pelle l’emozione di essere scampato alla morte dopo aver spinto a 200 all’ora un’automobile, oppure la ricerca dell’emozione sotto forma di "sballo" estremo sul filo della velocità, della musica che ti rintrona, delle pasticche d’ecstasy o d’anfetamina.

Qualcuno potrà ricordare i miti perversi, noir, del passato, James Dean e tutti i suoi emuli, da Jim Morrison in poi e sostenere, come causa di questi comportamenti, che scatti l’emulazione; non dimentichiamo però che quei miti degli anni sessanta e seguenti trovarono scarso seguito fra le generazioni dell’epoca: sono più famosi oggi di quanto non lo furono allora, perché?

Forse la causa non è il mito in se stesso, ma la valenza che vogliamo assegnargli, la sintonia che scatta; c’è da chiedersi allora: abbiamo costruito una colossale fesseria, un’etica mostruosa del nostro vivere così, per "caso"?

Notate un particolare: dagli anni ‘70 in poi il mondo delle emozioni reali è stato deviato, spostato, indirizzato sempre di più verso quello virtuale dello schermo, non importa quale, sia esso computer o cinema, televisione od altro ancora.

Così possiamo osservare chi si scanna, si ama, si insulta, piange e si dispera in diretta, in mille trasmissioni d’intrattenimento (che appunto trattengono, contengono, racchiudono, separano) costruite con gente "vera" od attori che fingono di esserlo, al punto che si confonde il personaggio con l’attore, l’emozione con la "finction".

In questi ultimi tempi abbiamo sentito molti psicologi dare una spiegazione dei fatti di Novi tutta in chiave, ovviamente, psicologica e sotto questo aspetto credo che abbiano pienamente ragione, Crepet in testa.

Già, ma dare un’interpretazione squisitamente psicologica, intimista, sul ruolo della famiglia e delle sue vere o presunte carenze di dialogo, affettive o di relazione, non rischia di farci imboccare ancora una volta la tangente rispetto ai problemi, senza andare a colpire al centro?

Quello che a mio modesto modo di vedere sfugge è che ci può essere anche un’altra lettura dei fatti, più sociologica: il sospetto nasce quando appunto certi comportamenti si estendono, si ripetono.

Ma colpire questo centro significherebbe passare al setaccio, mettere sotto critica un vivere sociale che è stato volutamente indirizzato verso la morte degli ideali, con l’ostracismo, sottile e subliminale, d’ogni forma di coesione o scontro sociale che non sia strettamente controllabile dal potere.

Proviamo allora a guardare il problema sotto questo aspetto; eliminiamo via via tutti i "componenti" emotivi della nostra vita: ideali, emozioni dirette, incontro, scontro, confronto e sostituiamole con quelle artificiali, vissute solo attraverso uno schermo, un’informazione, un’immagine, cosa rimane?

Rimangono la mangiatoia e l’abbeveratoio per settanta-ottant’anni, nel recinto protetto da volpi e faine, con la "medicina" nel mangime tutti i sabato sera, a basso costo.

Poi una sera qualcuno va in confusione, al punto da non riconoscere più, all’abbeverata, la madre od il fratello e li vede come mostri che si frappongono alla "vera" felicità, quella vista sullo schermo e confusa, mischiata e frullata nel vaso alchemico con la legge del branco, la corsa in moto, la discoteca o la vacanza alle Maldive.

Più tardi avviene il risveglio, quando giudici e poliziotti riportano alla realtà reale, quella fatta di cose, oggetti, persone tangibili e reali; allora deve per forza scattare una repentina rimozione: troppo grande sarebbe il peso di una realtà "vera" che, giustamente, rientra in scena e questo è il motivo dei mille tentennamenti dei ragazzi di Novi, è l’avvicinamento graduale, il ritorno traumatico alla realtà.

Questi poveri ragazzi passeranno anni terribili, dentro o fuori dal carcere, nei quali dovranno riprendere coscienza della realtà "vera", porre paletti fra la loro vita ed il bombardamento mediatico, la virtualità, l’esaltazione del branco, la confusione interiore.

Soprattutto, cercheranno nuovamente dentro di loro di "parlare" con le emozioni, torneranno a viverle come tali, come parti di se stessi, indispensabili per approdare al mondo degli adulti verso il quale tutti, a parte l’eletto Peter Pan, dobbiamo approdare: al di là degli aspetti giudiziari, si può essere certi che sarà un calvario terribile.

Qualcuno, sconvolto da simili orrori, potrà venirci a raccontare storie di "prevenzione"; pur concedendo a costoro la buona fede, rimango piuttosto scettico nei confronti di simili illusi: per scardinare questi meccanismi perversi dovremmo frantumare quell’enorme preservativo che ci impedisce ormai di accedere alle vere emozioni, quelle del vivere sociale vero, quotidiano, fatto di rapporti di vita comune fra noi, come da sempre nella storia è avvenuto, non quello di mille televisioni accese alla stessa ora, una ogni finestra, ogni palazzo, ogni città.

Non pensate subito alla solita solfa anti-media; ricordiamoci qual era la vita sociale soltanto quarant’anni fa nelle case di periferia, quelle coi balconi intorno al cortile: da quei balconi arrivava e partiva di tutto, nascevano amori e scoppiavano liti, si chiacchierava e si discuteva.

Chiudiamo un attimo gli occhi, pensiamo per pochi secondi di tornare indietro e, invece di schiacciare il tasto del telecomando, aprire la finestra e chiacchierare con il vicino di sopra o di fronte, con l’impiegato di banca o l’ostetrica, il commerciante o la maestra di pianoforte.

Come nei vecchi giochi con le figurine, calciatori o Pokémon che siano, pensiamo di fare a cambio; scambiamo qualche tonnellata d’informazione con qualche grammo di confidenza, di complicità, ma anche di discussione animata, oppure una barzelletta, una risata, un commento su un fatto: che dite, facciamo a cambio?

Purtroppo non possiamo più fare a cambio perché, a forza di chiudere i chiavistelli per la paura dei ladri, non ci siamo accorti che ci hanno rubato quanto di più bello ed interessante potevamo avere dalla vita: la gioia dell’incontro con i nostri simili.

Dagli albori dell’avventura umana l’animale-uomo ha sempre vissuto di rapporti diretti, incontro-scontro-comunicazione, dal villaggio del neolitico fino alla nascita dei nuovi sistemi di comunicazione, appena cinquant’anni fa; questi rapporti non si esaurivano al commercio, alla produzione di beni, ma coinvolgevano l’essere umano nella sua interezza, sfera affettiva ed emozionale compresa: da pochi anni sperimentiamo il cambiamento, lo sradicamento di gran parte dei rapporti emotivi diretti dalla nostra vita.

Ma non è avvenuto tutto per caso; ci sono menti molto raffinate che queste cose le sanno bene ed hanno lavorato con profitto: notiamo a margine che oggi, a guidare la coalizione conservatrice, c’è proprio colui che più ha merito per queste profonde trasformazioni nel costume italiano.

Questa non è fanta-sociologia; da sempre, ma soprattutto nel ‘900, molti hanno sperimentato la ricetta del controllo mediatico sulle menti per assicurarsi la tranquillità sociale, Hitler e Goebbels in testa: peccato che la pozione abbia pesanti controindicazioni sul piano emozionale ed affettivo.

Mo’ venne ‘o parlatore e mo’ parlamme, sse nno chistu fatte n’ce spiegamme...recitava, nella Tammuriata nera, E.A. Mario (lo stesso del "Piave"!) per capire come mai nella Napoli della guerra e dell’occupazione americana nascessero bambini mulatti.

Ricordiamo però che ciò che ho scritto non è verità distillata, sapere eccelso che cala dai monitor su di voi, altrimenti cadremmo nuovamente nell’errore dell’"esperto" che risolve, delle medicine facili, risolutive ed a basso costo; no, sono solo uno dei tanti, un parlatore dal balcone di fronte, non dimentichiamolo: ma mo’ parlamme, perché sse nno ‘stu fatte proprio n’ce spiegamme...

 

 

 

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