Quarantamila alla manifestazione per il decennale di Mani pulite
Applausi per Fo e il professor Pardi: "Ostruzionismo"


L'urlo del Palavobis
"Siamo qui per la giustizia"

Il premio Nobel imita Berlusconi, la platea esplode
Di Pietro: "Fassino e Rutelli, dove siete?"


 

MILANO - Tanti, tantissimi, al di là di ogni aspettativa. Quarantamila, forse di più, come dice il direttore di Micromega, Paolo Flores D'Arcais. Il Palavobis - la struttura milanese che ha ospitato la manifestazione a favore della legalità, organizzata proprio dalla rivista - era davvero stracolmo. Esauriti i 12 mila posti, quasi il doppio fuori dal palazzo. Milano (e tanta gente del resto d'Italia dal Friuli alla Calabria) con il cuore in mano, il popolo di sinistra che finalmente si sente dire le cose che vuole sentirsi dire. La sinistra che applaude per due minuti quando viene ricordato Enrico Berlinguer e che si sganascia dal ridere ai lazzi anti Berlusconi di Dario Fo. Ma anche la sinistra che applaude Francesco Pardi, professore di geologia diventato la voce di una base delusa e che oggi grida dal palco che bisogna "fare ostruzionismo sempre, con la rinuncia totale alla trattativa" perché "un Governo che si mette sotto i tacchi lo stato di diritto non si merita altro".

Questo è il Palavobis in un sabato in cui la società civile rialza la testa e torna a fare massa come ai tempi dell'inizio di Mani pulite. Al punto che Antonio Di Pietro, visto l'oceano di gente fuori dall'edificio, sale su blocco di cemento e urla con un megafono: "Abbiamo formato una nuova casa dei diritti e della solidarietà. Chi ci sta alle nostre proposte può venire con noi. La maggior parte della gente è andata a votare a prescindere della questione morale.
In questa imperizia ci ha marciato il più grande venditore di fumo dopo Vanna Marchi". E poi, citando le parole di Francesco Saverio Borrelli, l'invito a "resistere, resistere, resistere".

In sala ci sono Sabina Guzzanti, il verde Alfonso Pecoraro Scanio, Oliviero Diliberto e Marco Rizzo del Pdci; i diessini della minoranza interna Giovanni Berlinguer, Fabio Mussi, Pietro Folena e Vincenzo Vita. C'è anche l'ex presidente della Rai Roberto Zaccaria. La Guzzanti si esibisce nella classica imitazione di Berlusconi: "Ho deciso di intervenire in questo consesso per dirvi una sola cosa da questo palco vi dico 'buttate giù i comunisti e infatti di fianco a me c'è una famosa toga rossa", ha detto indicando Di Pietro.

Ma il mattatore che fa esplodere la platea in una risata terapeutica e liberatoria è lui, Dario Fo. Il premio Nobel si esibisce in uno dei suoi numeri: impersona un immaginario Berlusconi che a un vertice con i capi di governo degli altri Paesi non si limita solo a fare le corna come nella foto di gruppo di qualche settimana fa dietro il ministro spagnolo Piqué, ma fa scherzi a tutti, pacche sui genitali comprese.

L'organizzatore della giornata Flores D'Arcais lancia un appello: "La prossima manifestazione della Cgil, per lo sciopero generale, vedrà tutto il popolo dei fax, delle e-mail e dei girotondi portare il proprio contributo. Tutti in piazza a dire basta a questo regime di menzogne e di bugie". Poi, un affondo anche contro il ministro delle Telecomunicazioni Maurizio Gasparri: "Il fascista Gasparri non osi più parlare del 25 aprile nemmeno dopo essersi sciacquato la bocca mille volte".


Per Pecoraro Scanio questa è "la dimostrazione che il tema della legalità è sentitissimo e l'Ulivo avrebbe dovuto essere tutto qui". Mentre Diliberto ha commentato: "Mi sento più giovane di venti anni. E' un momento molto importante". E Giovanni Berlinguer: "Chi non vuole sentire queste voci, chi sono non si rende conto di quello che sta succedendo sbaglia. E' male che Rutelli e Fassino non siano qui. Non capiscono quello che sta succedendo".

La stessa domanda che si pone Di Pietro: "C'è una dirigenza dell'Ulivo chiusa e ottusa che oggi se n'è andata al mare. Dove sei Fassino? Dove sei Rutelli? E dove sono Violante, Parisi, tutta la Margherita. Bisogna saper ascoltare anche il cuore che batte dei cittadini che oggi sono qui".

E c'è posto anche per una staffilata contro i nuovi vertici Rai da parte dell'ex presidente Roberto Zaccaria che riferendosi ad Antonio Baldassarre dice: "Questo personaggio è entrato alla Corte costituzionale con Pietro Ingrao e oggi è con Fini. Frequenta Previti. E' un sodale di Previti. Ieri sono stato in silenzio, poi ho letto i giornali di questa mattina e dico che il nuovo vertice è stato nominato con una spartizione indecente e selvaggia".

I due leader grandi assenti alla manifestazione
"L'indignazione deve trasformarsi in proposta politica"


Rutelli e Fassino: "Ascoltare
la voce del Palavobis"

Ma il centrodestra condanna l'evento
Castelli: "Mi ricordano gli anni di piombo"


 

ROMA - A due persone sicuramente le orecchie sono fischiate tutto il giorno: Piero Fassino e Francesco Rutelli, entrambi lontani oggi dalla grande manifestazione per il decennale di Mani pulite al Palavobis di Milano. A Reggio Calabria il primo, a Roma il secondo, sono stati ripetutamente chiamati in causa da chi, come Giovanni Berlinguer, Fabio Mussi, Antonio Di Pietro, a Milano c'era. E ha fatto notare le due sedie vuote dove avrebbero dovuto sedersi il segretario dei Ds e il leader dell'Ulivo. Fassino e Rutelli hanno spiegato la loro posizione nei confronti del grande incontro di Milano.

"L'Ulivo deve sapere ascoltare la spinta per una forte opposizione contro la giustizia 'fai da te' del governo Berlusconi, sul conflitto di interessi e per la legalità", dice il leader dell'Ulivo. "Una giustizia giusta per i cittadini - aggiunge - più trasparente, equilibrata e rapida sarà tra gli obiettivi della grande manifestazione del prossimo 2 marzo a Roma, che sarà momento di incontro di tutte le idee e i fermenti del popolo dell' Ulivo".

Sulla stessa linea Fassino che dice che quanto avvenuto oggi a Milano "è la dimostrazione di una grande carica di lotta che c'è nel Paese. L'indignazione deve trasformarsi in proposta politica. Occorre un salto di qualità dell'opposizione ed è su questa base che occorre rilanciare l'Ulivo".

Di tutt'altro segno le riflessioni che il Palavobis ha suscitato nel centrodestra. Il ministro della Giustizia Roberto Castelli, per esempio, prima parla di "ottimo esempio di democrazia" e definisce l'evento "bellissimo". Poi cambia idea e si lancia in un parallelo storico pesante: "Ho sentito inviti a resistere con ogni mezzo a quello che è stato definito 'un regime'. Questi discorsi li ho già sentiti fare da molti cattivi maestri dopo il '68. Poi sono venuti gli anni di piombo".

Critico anche il capogruppo di Forza Italia al Senato Renato Schifani, secondo il quale quanto è avvenuto al Palavobis di Milano dimostra che "qualcuno alimenta il regime dell'intolleranza nei confronti di un governo democraticamente voluto dalla maggioranza del Paese".

 

 

 

 

Al Palavobis la kermesse di "Micromega"
per i dieci anni di Mani pulite


Sfida sulla giustizia
"Partiti, svegliatevi"

Obiettivo i 10.000 partecipanti
previsti treni, auto e pullman


 

MILANO - Un avviso ai collezionisti: le magliette con la scritta "Resistere, resistere, resistere", come da discorso del procuratore generale Francesco Saverio Borrelli, sono appena una sessantina. Poche decine anche le altre, con la scritta "La legge è uguale per tutti". Il motivo di simile esiguità di gadget è banale ma importante: per stamparne di più occorreva un anticipo di 13mila euro e si è preferito non spendere soldi inutilmente.

La "manovalanza", come si chiamano tra loro i volontari, arriva all'appuntamento milanese, oggi al Palavobis alle 14.30, un po' affaticata. Sarà che sta tornando una specie di "voglia di parlare". Sarà che parecchi dibattiti tv hanno finito per far indignare davvero chi aveva l'età per capire come funzionava in Italia il sistema della corruzione. Sarà che la crisi dei partiti spaventa la società civile. Ma l'appuntamento di questo pomeriggio ("Il giorno della legalità. Mani pulite dieci anni dopo") è diventato, via via che si diffondeva, un imperativo categorico per persone note e ignote, che hanno tempestato di chiamate gli organizzatori, il
sito, le varie associazioni sparse in Italia.

Sono previsti pullman, treni, auto da ogni regione. Il Palavobis di Milano, che contiene diecimila posti, si riempirà? Se sì, sarà difficile sottovalutare il senso di una manifestazione lanciata dalla rivista Micromega: questo tutti gli organizzatori lo fanno capire, il ruolo di "pungolo" per i partiti sui temi della giustizia se lo stanno ritagliando senza troppe difficoltà. E lo intuiscono i media che accreditano troupes radio-televisive, annunciando dirette e differite, giornalisti e star dell'informazione spettacolo. Venti gli interventi in scaletta, da Sabina Guzzanti ad Antonio Di Pietro, da Dario Fo a Moni Ovadia, da Paolo Flores D'Arcais a Elio Veltri, un mix di politica e cultura piuttosto raro. Altri interventi ci saranno via telefono. Hanno dato l'adesione anche Bernardo Bertolucci, Aldo Busi, Lella Costa, Ivan Della Mea, che vanno a sostenere la folta rappresentanza di una quarantina di parlamentari e artisti.

C'è attesa per l'"imitazione" di Nando Dalla Chiesa che illustrerà, come se fosse il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, il suo "programma per la giustizia". Il filo conduttore è una "satira seria" ed è stato proposto un po' da tutti. E dai volontari, dai circoli di Giustizia e Libertà, Libera, Osservatorio sulla Legalità, Le Girandole, Coordinamento presidi e insegnanti in lotta contro la mafia, Associazione spontanea del girotondo e altre c'è la speranza che questo appuntamento nazionale serva per stabilire un nuovo criterio di appuntamenti anche in sede locale: "Quello che abbiamo visto - dice Simona Peverelli, di Omicron, una delle organizzatrici - è una voglia di farsi sentire che prima non c'era. Il popolo dei fax, che aveva sostenuto Mani pulite, ora è diventato il popolo delle e-mail. E chiede sempre la stessa cosa: più legalità, più giustizia".

E, dieci anni dopo l'inizio dell'inchiesta del pool milanese, c'è la voglia di interrogarsi e confrontarsi su cosa sia migliorato e cosa sia peggiorato, nella vita pubblica del Paese.


Il testo dell'appello
e i primi firmatari


La giornata
della legalità



 

IL 17 febbraio del 1992 aveva inizio lo scoperchiamento di Tangentopoli e l'inchiesta passata alla storia come Mani Pulite. Per mesi e mesi, l'Italia avrebbe assistito al miracolo di una "legge eguale per tutti" non già nella retorica dei discorsi ufficiali ma nella realtà della vita pubblica quotidiana.

A dieci anni di distanza, quei magistrati di esemplare imparzialità sono fatti oggetto di una violenta campagna massmediatica di delegittimazione e di aggressione, mentre si vuole con leggi e con modifiche costituzionali togliere alla magistratura il suo ruolo autonomo di controllo di legalità (anche nei confronti di chi esercita potere politico).

Si vuole con ciò mettere in mora il principio liberale irrinunciabile dell'equilibrio dei poteri, e tornare addirittura alla situazione premoderna dei potenti legibus soluti.

Per questo riteniamo indispensabile - con una iniziativa nazionale a Milano, sabato 23 febbraio - che la società civile esprima la sua solidarietà ai magistrati di Mani Pulite e la volontà di tutti i democratici di impegnarsi in referendum che impediscano in Italia lo stravolgimento dello Stato di diritto che il governo Berlusconi sta tentando di realizzare.


Primi firmatari:
Claudio Amendola, Roberto Benigni, Aldo Busi, Andrea Camilleri, Antonio Caponnetto, don Luigi Ciotti, Furio Colombo, Vincenzo Consolo, Lella Costa, Diego Cuggia (alias Jack Folla), Serena Dandini, Paolo Flores d'Arcais, Dario Fo,Redazione NAMIR,Paul Ginsborg, Marco Tullio Giordana, Sergio Givone, Enrico Ghezzi, Paolo Sylos Labini, Rosetta Loi, Daniele Luttazzi, Fiorella Mannoia, Mario Monicelli, Romano Montroni, Francesca Neri, Moni Ovadia, Marco Paolini, Francesco Pardi, Nicola Piovani, Fernanda Pivano, Franca Rame, Lidia Ravera, Francesca Sanvitale, Michele Serra, Enzo Siciliano, Antonio Tabucchi, Nicola Tranfaglia, Marco Travaglio, Gianni Vattimo, Elio Veltri

"Nella notte della democrazia
finalmente un po' di luce..."

"Nelle aule giudiziarie si affronta l'aspetto
più eclatante del conflitto di interessi"



MILANO - "In questa notte si vede finalmente un po' di luce...". Così sorride Gerardo D'Ambrosio, sul tavolo di casa il caffè fumante della napoletana, il televisore ancora acceso sul telegiornale che ha appena finito di raccontare il grande girotondo intorno al tribunale di Roma, la folla scesa in strada a difendere la magistratura sotto attacco. Era stato lui, D'Ambrosio, appena qualche settimana fa, a parlare di "notte della democrazia" di fronte all'offensiva frontale del potere politico. Ed è ancora D'Ambrosio, ieri, a rimarcare con visibile soddisfazione che quel grido di dolore non è rimasto inascoltato.

Procuratore, si aspettava che tanta gente tornasse a scendere in piazza al vostro fianco?
"Francamente no. Ma io penso che sbaglieremmo se leggessimo la mobilitazione di oggi come una mobilitazione a sostegno della magistratura. No, io penso che c'è una parte della società civile che inizia a rendersi conto che quelli che vengono condotti di questi tempi non sono in realtà attacchi ai giudici ma ai principi fondamentali della democrazia. La gente si è resa conto che l'indipendenza della magistratura non è sancita nella Costituzione a tutela dei magistrati ma dei cittadini, e del principio fondamentale dell'uguaglianza di tutti davanti alla legge".

Cosa è cambiato, cosa ha fatto scattare la molla dell'indignazione? L'epoca delle fiaccolate sotto i tribunali, del "popolo dei fax", sembrava archiviata per sempre.
"Io credo che abbiano concorso diversi fattori. Sul piano della comunicazione, della mobilitazione, io penso che abbia pesato molto l'intervento di Nanni Moretti di qualche settimana fa. È stata una scossa, un campanello che ha dato la sveglia alla base dei partiti, alla gente semplice. Ma certamente hanno pesato molto anche alcuni episodi assai gravi che sono accaduti ultimamente, e che hanno detto alla gente che si stava superando il limite".

Per esempio?
"Ma insomma! C'è stato l'episodio del giudice Brambilla, quello del processo Sme, cui il ministro Castelli ha proibito di restare al suo posto. Era la prima volta che in questo paese il governo interveniva tanto direttamente in un processo che tra l'altro vede imputato il capo dello stesso governo. Io credo che questo abbia impressionato molto la gente, che le abbia dato la sensazione che vi sia qualcosa nell'atteggiamento di questo governo che contrasta con i principi fondamentali della democrazia. Poi ci sono stati due interventi importantiper le fonti da cui venivano: quello del governo svizzero, che ha ritenuto inaccettabile la nuova normativa italiana sulle rogatorie, e quello del presidente della Corte costituzionale che ha riconosciuto il diritto, anzi il dovere della magistratura ad interpretare le norme. Voglio ricordare che per avere osato interpretare le nuove norme sulle rogatorie eravamo stati attaccati in aula da imputati e avvocati e subito dopo - con una contiguità di tempi tanto abituale quanto impressionante - aggrediti pubblicamente da politici della maggioranza. Penso che il governo svizzero e il presidente della Consulta abbiano convinto molti indecisi, abbiano fatto breccia anche nell'opinione di molti elettori di Forza Italia e della Casa delle libertà".

E adesso cosa succede? Vi sentite più forti?
"Insisto: il problema non è quanto siano forti o deboli i giudici. Anzi, io mi auguro che manifestazioni come quella di Roma spingano sempre di più la politica a riappropriarsi del suo ruolo. Ricordo che dieci anni fa, quando la mobilitazione intorno ai temi della giustizia era intensa, anche il Parlamento seppe raccogliere quell'esigenza di giustizia: cancellando le norme sull'autorizzazione a procedere, e avviando una normativa per la trasparenza degli appalti pubblici. Oggi il potere politico ha fatto macchina indietro, e i risultati sono sotto gli occhi di tutti. Mentre in America, il caso Emron rilancia l'allarme sulla necessità di trasparenza delle società quotate, in Italia invece viene varata una legge sul falso in rilancio che non tutela altro che gli interessi di certi settori della maggioranza di governo, giusto per non fare nomi e cognomi ed evitare l'ennesima querela. E non si mette mano a un conflitto di interessi sempre più evidente. Sono temi che riguardano la vita politica del paese, come si vede, non solo la magistratura. La gente che si era adagiata oggi sembra svegliarsi. E la magistratura diviene il punto di riferimento di questo risveglio non perché stiamo facendo qualcosa di eccezionale, ma perché nelle aule di giustizia si consuma un aspetto particolare, e forse il più eclatante, del conflitto di interessi che rende la nostra una democrazia imperfetta".

leinterviste

Lettera di tal Silvio Berlusconi
a cura di Marco Travaglio


Ricevo una lettera firmata da tal Berlusconi Silvio, che nello stile somiglia molto al presidente del consiglio. Non potendo appurarne l'autenticità, credo di fare cosa gradita mettendone a parte coloro che ancora dubitano delle nobili motivazioni ispiratrici della Sua azione politica nei suoi primi mesi di governo. Autentica o meno che sia, la lettera, per le sue stringenti e convincenti argomentazioni, ha messo a dura prova il mio animus di "demonizzatore". Ne faccio un omaggio agli amici di manipulite.it, affinchè chi ancora brancola nel buio possa vedere finalmente la Luce.
Caro Amico delle Libertà,

purtroppo i miei impegni di statista non mi consentono di incontrarLa di persona. Ma vorrei farLe giungere ugualmente tutta la mia vicinanza. So bene, per averlo appreso da Giuliano Ferrara e Nando Adornato, quanto sia duro uscire dal tunnel della propaganda comunista, giustizialista e giacobina. Ma confido che presto, dopo la lettura di questa mia, compirà anche Lei il Grande Passo verso la Libertà, lontano dalle guerre civili che hanno insanguinato l’ultimo decennio in Italia. E in nome di quella Questione Morale che è da sempre il mio programma di vita e di governo. 

Noto con piacere che Lei ricorda spesso i fiori all’occhiello dei miei primi 8 mesi di governo: rogatorie, falso in bilancio, immunità parlamentare, sanatoria per i capitali esportati illegalmente". Anch’io, come voi, deploro "l’uso delle istituzioni per interesse privato": pensi che i miei avversari pretenderebbero che io e i miei amici fossimo gli unici a non beneficiare di queste fondamentali riforme, approvate nell’interesse generale del Paese. E poi, si metta nei miei panni. Ho tre processi per falso in bilancio e due per corruzione in atti giudiziari: sfido chiunque, nelle mie condizioni, a occuparsi di sfida a duello e furto di bestiame. 

Mi consenta ora di riepilogare brevemente la filosofia che ci ha ispirati in questi primi otto mesi di governo delle libertà. Che poi è la stessa mi spinse a scendere in campo nell’indimenticabile 1994. 

Abbiamo esordito con la legge sulle donazioni e le successioni: i soliti pauperisti della sinistra si erano limitati ad esenzioni fiscali fino a 300 milioni: ma oggigiorno chi è così straccione da non avere più di 300 milioni da donare ai figli? E poi si metta nei miei panni: qualche mese fa, in campagna elettorale, ho scoperto di avere 1500 miliardi di fondi neri all’estero, nelle isole del canale e in altri posti che nemmeno sapevo esistessero. I miei collaboratori, come al solito, avevano fatto tutto a mia insaputa: volevano farmi una sorpresa per il mio compleanno. Ma ora che me l’hanno fatta, vorrei dividere quel modesto gruzzolo fra i miei figli, ai quali finora, con immensi sacrifici, ero riuscito a intestare soltanto una villa in Costa Smeralda per ciascuno. Voi direte: potevi farlo pagando le tasse. Ma così rinfocolerei le polemiche sul presunto conflitto d’interessi: qualcuno potrebbe trovare inelegante che io paghi tutte quelle tasse allo Stato proprio ora che lo Stato sono io.

Il naturale completamento di questa riforma è la legge sul rientro dei capitali all’estero. Conosco imprenditori che si sono fatti da sè in Aspromonte e in Barbagia, i quali, dopo una vita di onesto lavoro ospitando forestieri venuti dal Nord, non potevano spendere nemmeno una lira per paura che qualche ispettore sospettoso gliene chiedesse la provenienza. Adesso qualcuno dirà che facevano i sequestri di persona. Che paroloni. Noi preferiamo considerare queste attività nell’àmbito del ramo "bed and breakfast". Ora consentiremo loro di portare all’onor del mondo le loro sudate ricchezze, contribuendo al rilancio dell’economia e del turismo di quelle lande desolate. Quando i pastori dell’Aspromonte e della Barbagia cominceranno a circolare a bordo di cortei di Limousine e a costruirsi ville con piscina e rubinetti in oro zecchino, il turismo e l’economia nazionale non potranno che beneficiarne. L’esperienza della Chicago anni 30, alla quale noi ci ispiriamo, insegna. Ne conveniva con me il mio nuovo consulente per la finanza internazionale, Maurizio Raggio, nel nostro recente vertice a Portofino. 

A proposito di consulenze: ho appena ingaggiato a Palazzo Chigi l’amico Gianni De Michelis, per la politica estera nei Balcani: casomai in quella sventurata regione fosse rimasto in piedi qualcosa, arriva De Michelis. 

A questo punto, la riforma del falso in bilancio non ha più bisogno di presentazioni. L’Italia delle Libertà deve liberarsi di queste residue pastoie che impediscono il dispiegarsi della libera intrapresa. E poi non è vero che abbiamo depenalizzato quel reato, l’abbiamo semplicemente adeguato alle esigenze del nuovo millennio. Abbiamo dovuto ridurre le pene, francamente eccessive: pensate che il collega Cesare Romiti, per 100 miliardi e più di fondi neri, è stato condannato addirittura a 11 mesi e 20 giorni con la condizionale. Anche i termini di prescrizione erano esagerati: ora, invece, se io falsifico un bilancio oggi, domani è già prescritto. Mi pare un tempo sufficiente per celebrare i tre gradi di giudizio, in ossequio alla legge costituzionale del giusto processo, che ne raccomanda la "ragionevole durata". Il che mette al riparo le aziende dalle invasioni di campo della magistratura. Abbiamo pure stabilito l’obbligo di denuncia da parte del socio. Nel caso della Fininvest, ad esempio, l’unico socio confessabile sono io, ma vorrei evitare le facili ironie su Berlusconi che denuncia Berlusconi: anche a me, ogni tanto, capita di litigare con me stesso. 

E poi, come avrà saputo, il presidente del Consiglio Berlusconi è parte civile contro il padrone della Fininvest Silvio Berlusconi, imputato nei processi per corruzione dei giudici. In tale doppia veste, ho subito ritenuto di promuovere a più alto incarico l’avvocato dello Stato Salvemini (nome inquietante quant’altri mai): troppo bravo per continuare a sostenere l’accusa contro di me. L’abbiamo mandato a Brescia, città a misura d’uomo, più consona alle sue legittime aspirazioni.

D’altra parte noi prendiamo molto sul serio il principio, tipico degli amici americani, dello spoil system: che, mi assicurano i miei traduttori, significa spogliare lo Stato e lasciarlo in brache di tela. Per questo abbiamo allontanato dal ministero delle Finanze il capo del Dipartimento Entrate, Massimo Romano. Pensate che, con tutto quel che aveva da fare, quel boiardo rosso aveva trovato il tempo per indagare sull’uso della legge Tremonti da parte della Mediaset. Per fortuna l’abbiamo colto con le mani nel sacco e l’abbiamo subito punito, memori di un altro insegnamento degli amici americani: tolleranza zero. Per gli altri, s’intende.

A proposito di economia, non accetto ironie sulle nostre promesse elettorali, a cominciare dall’aumento delle pensioni e dalla riduzione delle tasse: l’amico Tremonti sta predisponendo i primi provvedimenti in tal senso, che saranno riservati, per cominciare, a tutti gli ultraottantenni, purchè accompagnati dai genitori. 

Lei non può neanche immaginare che cosa abbiamo trovato, nella stanza dei bottoni. Pensate che al Commissariato antiracket le sinistre avevano piazzato un certo Tano Grasso, un commerciante che si fa bello con la scusa di non aver pagato il pizzo alla mafia. Un cattivo maestro, insomma: noi della Fininvest il pizzo lo pagavamo persino all’ultimo maresciallo della Guardia di finanza, figuratevi alla mafia. Lo spudorato, comunque, ha fiutato l’aria che tira e s’è fatto da parte spontaneamente. E’ bastato che l’amico Scajola gli comunicasse che il suo ufficio era trasferito a Genova, e che poteva scegliere fra la scuola Diaz e la caserma di Bolzaneto. 

Non Le dico, poi, cos’era prima del nostro arrivo il ministero di Grazia e Giustizia, che noi per brevità chiamiamo ministero di Grazia: in controtendenza con il parlamento e il governo, nemmeno un inquisito o un condannato. In compenso, era infestato di magistrati. I quali, invece di ringraziare in silenzio per l’ospitalità, pretendevano addirittura di esprimere pareri sulle riforme della giustizia. Dicevano, ad esempio, che la legge sulle rogatorie avrebbe reso più difficile la lotta internazionale al crimine, quando è universalmente noto che sarà fondamentale per stanare e sgominare finalmente quella banda di criminali che risiedono nelle Procure di Milano e di Palermo. Ora qualcuno sottilizza sul fatto che anche i miei legali e quelli di Previti abbiano chiesto di cestinare le rogatorie dei nostri processi. Bel senso dell’equità e della giustizia! Se la fanno franca i riciclatori di denaro sporco, il boss Prudentino, l’amico Pacini Battaglia, l’internazionale dei pedofili, i contrabbandieri del Montenegro, perché mai le rogatorie dovrebbero valere solo per noi, che oltretutto abbiamo fatto la legge? Se la legge è uguale per tutti, dev’esserlo pure - vivaddio - l’impunità. E’ una garanzia costituzionale.

Lo dice anche l’ingegner Castelli, il nostro valido ed esperto Guardasigilli, che ha subito provveduto a disinfestare il ministero. E’ bastato rimpiazzare tutti quei magistrati pericolosamente esperti con uno solo: Augusta Iannini, la moglie di Bruno Vespa. Al resto provvederanno gli avvocati. Io, per comodità, ho messo a disposizione i miei, nel tempo libero che avanzeranno dai miei processi e dagli impegni parlamentari. Sul modello degli amanuensi medievali, incaricati di preservare le vestigia della nostra Superiore Civiltà Occidentale, sto mettendo in piedi una commissione presieduta dall’amico Carlo Nordio per la riscrittura dei codici: non più quelli bizantini, ma quelli penali. La supervisione sarà affidata ai nostri collaudati giureconsulti, Cesare Previti e Marcello Dell’Utri. Vittorio Mangano, purtroppo, è recentemente scomparso. 

Il club della menzogna, affiancato dalla stampa nazionale controllata dal partito comunista e da quella internazionale pilotata da Gavino Angius, ha sollevato polemiche pretestuose sulla decisione del nostro ministro dell’Interno Claudio Scajola di abrogare le scorte per alcuni magistrati antimafia in presunto pericolo. Anche su questo punto, vorrei tranquillizzare gli amici magistrati: con le riforme della giustizia che stiamo completando, nel solco di quelle già avviate dall’amico centrosinistra nell’ultimo, operoso quinquennio, nessun magistrato sarà più in pericolo. L’ha già anticipato l’amico Lunardi: basta con la guerra civile, è tempo di pacificazione. Anche con la mafia, come con Tangentopoli, bisogna convivere. Abbiamo persino proposto una legge che consente il patteggiamento per le stragi, per lanciare un segnale distensivo. Ora, quando anche le ultime procure si acconceranno al nuovo clima bipartisan, nessun mafioso e nessun criminale si sentirà più minacciato dai magistrati. Così si smetterà di progettare assurdi e anacronistici attentati contro di loro. E le scorte diventeranno un inutile, superfluo, dispendioso retaggio di un passato che non deve ripetersi mai più. E’ per questo che stiamo disarmando i giudici: per proteggerli, per salvargli la vita.

Per chiudere anche formalmente questo decennio di guerra civile, abbiamo in mente una serie di iniziative, a cominciare dalle commissioni parlamentari d’inchiesta su Tangentopoli, su Telekom Serbia, sul dossier Mitrokhin, e prossimamente – a Dio piacendo - sulla battaglia di Lissa e sulle guerre puniche. Qualcuno, ironizzando, potrà dire che il Parlamento che invoca piena luce su Tangentopoli è come Gelli che chiede piena luce sulla P2 e Rina che chiede piena luce su Cosa Nostra. Ma sono battute senza senso: a parte le tangenti alla Guardia di Finanza, la mazzetta di 21 miliardi a Craxi, i passaggi di denaro dai conti di Previti a quelli del giudice Squillante, io con Tangentopoli non c’entro nulla. E, a parte un’ottantina di neoparlamentari condannati e inquisiti, non c’entra neppure il Parlamento. Le commissioni non resteranno comunque un’iniziativa isolata. Nel decennale dell’arresto di Mario Chiesa, il 17 febbraio 2002, ci riuniremo tutti in piazza Duomo a Milano per un grande "Craxi Day". Poi, in estate, tutti in piazza Politeama, a Palermo, per un festoso "Mafia Day", nel ricordo commosso del secondo anniversario della morte di Vittorio Mangano. Senza dimenticare, s’intende, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Soprattutto Borsellino, al quale va il nostro deferente e imperituro ricordo: come ricorderete, proprio nell’ultima intervista televisiva prima di morire, l’eroico magistrato mi fece il grande onore di dedicare una citazione a me e una agli amici Dell’Utri e Mangano. Non l’ho mai dimenticato, anche se ho sempre evitato di diffondere quel video attraverso le mie televisioni. Per la mia naturale ritrosia e per non farmi troppa pubblicità. 

A questo proposito, si è molto favoleggiato del mio presunto conflitto d’interessi in campo televisivo. A parte il fatto che non ho mai notato particolari conflitti fra i miei interessi e le reti Rai e Fininvest, ora abbiamo un temibile concorrente: La 7, che abbiamo salvato da un sicuro tracollo finanziario facendola rilevare dall’amico Marco Tronchetti Provera, che sta riducendo i costi e ridisegnando i palinsesti: liquidati i troppo dispendiosi Fazio e Lerner, la rete diventerà monotematica e si specializzerà in programmi più economici ma di sicuro successo come le previsioni del tempo, le estrazioni del lotto, "Oggi al Parlamento", l’intervallo e il monoscopio, insidiando così pericolosamente la nostra programmazione. Ma non saremo certo noi, liberisti della prima ora, a lagnarci per l’arrivo di una robusta concorrenza. Insomma, come diceva sempre l’amico Mangano, siamo a cavallo. 

Quel che non potevamo proprio accettare era la presenza, ai vertici di un’azienda importante come la Telecom, di un personaggio, Roberto Colaninno, inquisito per falso in bilancio: e chi si credeva di essere, il presidente del Consiglio? Così abbiamo propiziato l’avvento dell’amico Tronchetti. I soliti professionisti della menzogna ha lanciato basse insinuazioni sul fatto che, all’indomani dell’acquisto della Telecom, Tronchetti ha voluto gentilmente rilevare anche la Edilnord da mio fratello Paolo a prezzo doppio rispetto al suo valore. Ma questi sono i colpacci di quel volpone di Paolo, che con quell’aria da finto ingenuo riesce sempre a mettere nel sacco chiunque: soprattutto da quando io sono presidente del Consiglio. Vi faccio una confidenza: il fratello furbo è lui. Anche quando confessa, lo fa così bene che lo assolvono sempre.

Come forse avrete saputo, anch’io ho ottenuto in omaggio un’assoluzione dalla Cassazione. È la solita insufficienza di prove, ma nessuno se n’è accorto. Meglio così. Non ditelo troppo in giro. In fondo, le barzellette come le racconto io non le sa raccontare nessuno. L’ho sempre detto che la magistratura va sempre rispettata. E la Cassazione ha riconosciuto ciò che avevo sempre sostenuto: nelle mie aziende non comanda nessuno. Il mio impiegato Salvatore Sciascia, che a tempo perso fa anche lo scrittore, ogni tanto prendeva l’iniziativa di corrompere la Guardia di Finanza senza dire niente a nessuno. Pensate che non veniva nemmeno a chiederci i soldi per le tangenti. Si autotassava. Ha risparmiato 350 sudati milioni e, anziché darsi alla bella vita, li ha spesi tutti per convincere la Guardia di Finanza a chiudere un occhio sulle nostre frodi fiscali. Di tasca sua, dal suo magro stipendio: pensate che dedizione.

Non Le dico, poi, i miei due eroici segretari, Niccolò Querci e Marinella Brambilla. Sono appena stati condannati a due anni e più per falsa testimonianza: avrebbero mentito per coprire me. Pensi la faccia che han fatto quando hanno scoperto che ero innocente. 

E poi c’è l’avvocato Massimo Maria Berruti, uno dei miei migliori collaboratori. E’ stato indagato, arrestato, condannato in primo grado, in appello e in Cassazione per favoreggiamento: organizzò un’operazione di depistaggio in grande stile per tappare la bocca ai finanzieri corrotti e salvare me. Le lascio immaginare come ci è rimasto quando ha scoperto che io ero innocente. Ma poi gli è passata, è un uomo devoto e si sacrifica volentieri. Anche perchè ora, dopo essere entrato in Parlamento, entrerà pure nel Guinness dei primati: è il primo caso di favoreggiatore che favoreggia un innocente.

Solo il partito della menzogna poteva pensare che io sapessi qualcosa di quelle brutte cose. Tutte storie. Alla Fininvest, per la prima volta nella storia, abbiamo realizzato la perfetta anarchia. L’ho sempre detto che la vera sinistra sono io. Diffidate delle imitazioni.

Dopo l’assoluzione, ho chiesto a tutti di restituirmi l’onore. Ma ha abboccato uno solo: l’amico Massimo D’Alema, quello che mi aveva scambiato per un padre costituente. Pensate che mi ha addirittura chiesto scusa per l’ingiusta condanna (come se me l’avesse inflitta lui). D’ora in poi, non so se l’avete saputo, le sentenze della Cassazione valgono di nuovo. Non come quella del 21 ottobre 2000, che mi riconosceva responsabile dei 23 miliardi di All Iberian a Craxi, ma dichiarava prescritto il reato: ecco, quella no, quella non valeva ancora. A proposito: ha un’idea di quanti sono 23 miliardi? La più grossa stecca mai pagata a un singolo uomo politico, l’ho pagata io. Tanto per darvi un’idea di quanto mi costava l’amico Bettino, pace all’anima sua. Benedetta Mani Pulite che me l’ha levato dai piedi: ora è molto più comodo, mi faccio le stesse cose da solo, e soprattutto gratis. Ma anche questo non vada a raccontarlo in giro, sennò la storia della guerra civile non attacca. 

Ora devo andare. Il dovere mi chiama. Sento già in lontananza le note della fanfara dei Lancieri di Montebello: sta arrivando a Palazzo Chigi il principe Al Waleed, socio della Fininvest e di Bin Laden. Abbiamo un vertice sulla lotta al terrorismo. 

La saluto affettuosamente e La aspetto, con tutti i suoi amici, nella Casa della Libertà Provvisoria.

Berlusconi accusa Mani Pulite
"Il pool fece la guerra civile"



ROMA - "Una intera classe politica, quella di origine democratica e occidentale, è stata spazzata via da una parte della magistratura. E' stata utilizzata illegittimamente la giustizia a fini di lotta politica". In una intervista pubblicata sull'ultimo libro di Bruno Vespa, "La scossa" e anticipata dal settimanale Panorama, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi sferra una nuova violentissima offensiva contro alcuni settori della magistratura, in particolare il pool di Milano che si occupò di Tangentopoli.

All'indomani dell'assoluzione in Cassazione per le tangenti alla Guardia di Finanza, Berlusconi ripropone la separazione delle carriere e torna a difendere la legge sulle rogatorie. La lettura delle inchieste su Tangentopoli, secondo Berlusconi, non ammette incertezze: "Negli ultimi dieci anni sostiene il capo del governo c'è stata una guerra civile" e la magistratura lo ha preso di mira "con un attacco massiccio e concentrico,di dimensioni inedite ed inaudite[bb] con un obiettivo "ben preciso", cioè "il rovesciamento dei rapporti di forza che hanno retto la politica italiana dal '48 ai primi anni '90". Berlusconi, secondo quanto dice di se stesso l'attuale premier, "rappresentava l'ostacolo di cui bisognava sbarazzarsi".

In questo quadro la contestatissima legge sulle rogatorie, che secondo alcuni renderebbe più difficili le indagini sulle tangenti versate su conti all'estero, "è una legge sacrosanta". E se errori il governo ha fatto, sono stati "forse errori di comunicazione, non altri". Mentre da parte della sinistra c'è stata "una terrificante operazione distorsiva della realtà". La sostanza secondo Berlusconi è che "abbiamo riaffermato il diritto di ogni cittadino a essere giudicato soltanto su prove veritiere e ineccepibili, sulle quali non possa pesare il dubbio di alterazioni e manipolazioni".

La legge sulle rogatorie passò in Parlamento in un clima incandescente, con accuse durissime da parte del centrosinistra perfino al presidente del Senato Marcello Pera. Nella ricostruzione di Vespa "il centrosinistra tentò di coinvolgere il Quirinale, senza riuscirvi". Ma Ciampi, crive l'autore del libro,non ricevette alcune personalità del centrosinistra che volevano fare pressioni per un suo intervento. Così secondo Vespa il presidente della Repubblica "dopo la prudenza iniziale è stato assai più vicino al presidente del Senato di quanto non abbiano scritto i giornali". E "pochi giorni dopo, appena ricevuta la legge sul tavolo, l'ha promulgata".

Anche nell'intervista a Vespa Berlusconi conferma l'intenzione di separare le carriere dei magistrati. Non per "spirito di vendetta", ma perché la riforma della giustizia che comprende la separazione delle carriere "sta scritta, punto per punto, nel nostro programma di governo ed è stata approvata dalla maggioranza degli italiani. La separazione dei ruoli fra magistratura inquirente e giudicante afferma il premier è in vigore in quasi tutti i paesi del mondo ed è un elementare principio di civiltà giuridica sancito dall'articolo 111 della Costituzione. Il nostro impegno è di attuare questa riforma entro il nostro terzo anno di governo".

Le accuse di Berlusconi hanno provocato la reazione di politici e magistrati. "La magistratura ha fatto il suo dovere protesta Di Pietro ed è davvero ridicolo continuare a parlare di un suo utilizzo politico. Soprattutto quando a farlo è il premier che ha anche il controllo dell'informazione...". "Berlusconi fornisce ancora una volta una rappresentazione falsa delle vicende politiche dell'ultimo decennio", insorge Massimo Brutti per i Ds. "La corruzione ci fu aggiunge Luciano Violante e l'attacco del Cavaliere ai giudici non è da uomo di Stato". Berlusconi aggiunge il presidente dell'Anm Gennaro continua a rivolgere alla magistratura accuse "immotivate e ingiuste": così è impossibile abbassare i toni dello scontro.