Il direttore generale della Rai: "Nomine obbligate
e non è vero che porto nella tv pubblica gli uomini Mediaset"
Saccà: "Berlusconi mi ha chiamato
sono in trincea ma tranquillo"

Sulla liquidazione: "Abbiamo solo adeguato il mio Tfr
a quello di Cappon e Celli. Quel che mi spettava"
di ALDO FONTANAROSA

ROMA - Dottor Saccà, l'avete fatta grossa.
"Mi scusi, ma oggi le interviste sono pericolose".

C'è da capirlo. Non era mai successo, nella pur pirotecnica storia della Rai, che due consiglieri d'amministrazione superstiti e un direttore generale contestato procedessero a ben 14 nomine. Eppure, alla fine, Saccà non si sottrae ad alcune domande.

"La politica ha i suoi tempi e i suoi riti, che rispetto. Ma la Rai - dice - è un'azienda che va governata. Certe nomine erano urgenti".

Un golpe, secondo Rutelli.
"Abbiamo indicato i dirigenti di Rai Sipra, e poco più. Sipra è la nostra concessionaria della pubblicità, il pilastro della Rai. Se non li avessimo nominati, qualcuno ci avrebbe chiamato a risponderne. Voglio dire: se la Sipra perde 200 milioni di pubblicità, perché è senza presidente e amministratore, questi soldi poi chi ce li mette?".

Lo spieghi al presidente del Senato Pera, che critica le vostre "astuzie personali".
"Su questo, che dirle? Per Pera e Casini ho un rispetto enorme, e per le istituzioni che rappresentano. Se c'è bisogno di un qualsiasi chiarimento, sono qui. Ma senza polemiche, né intermediari".

Alla fine lei è riuscito a portare a RaiSipra, pilastro della Rai, Mario Bianchi. Nomina indigesta.
"Credo che, su questo, procederemo ad alcune mirate querele".

Giornalisti e deputati avranno pure il diritto di criticare.
"Continuate a scrivere che Bianchi è stato in Mediaset e che lo portiamo in Sipra come quinta colonna del nemico. Lo dico anche al deputato e amico Giulietti dei Ds: è falso. Bianchi non ha passato in Mediaset un solo giorno. Semmai ha lavorato con Formenton. Semmai in Sipra, da bravo direttore delle vendite. Semmai alla 7".

In Sipra però, vi contestano, era con Adreani, che oggi è a Mediaset.
"Demonizzare una persona valida come Bianchi per motivi politici è gravissimo, in uno Stato di diritto".

Era il caso che il consiglio, ieri, le aumentasse la liquidazione?
"Su questo vorrei essere chiaro".

E fa bene: era incredulo anche Petruccioli, un moderato.
"La questione era all'ordine del giorno da tempo, da ottobre. Per un automatismo, legittimo, era previsto che la mia liquidazione fosse portata al livello dei miei predecessori alla direzione generale, Cappon e Celli. I direttori dell'era ulivista. Non prenderò un solo euro in più di loro, che è poi quello che mi spetta".

Perché farlo oggi, però? Teme di andar via?
"Avevamo esaurito ogni altra questione in esame, tutto qui. Tengo anche a dire che, 8 mesi fa, il Tesoro ha proposto ben altro per me".

Cioè?
"Come da consuetudine, ha concordato con il presidente della Rai un aumento della mia retribuzione e un premio di produttività, il "Mob". Bene: io non ho mai chiesto che questi aumenti, consistenti e anch'essi dovuti, venissero votati. Non volevo che qualcuno potesse dire, in consiglio: votiamo l'aumento del tuo stipendio, però in cambio ci devi dare... Non aspettavano altro, sa?".

Posso chiederle quanto guadagna?
"Direi di no. Sono un dirigente di una società per azioni. In ogni caso, troppo poco per quanto lavoro".

Ha sentito Berlusconi?
"Qualche ora fa. Mi fa: "Dottor Saccà, la trovo tranquillo". Ed io: perché lavoro".

Ha aggiornato Berlusconi su Biagi e Santoro, i due giornalisti che - la accusano - lei ha accantonato su esplicito diktat?
"Con Biagi non ho problemi: l'ho spiegato a Petruccioli e al consiglio. Con Santoro, invece, ci sono problemi perché non sempre è pluralista. Non sono io a dirlo, e neanche questo o quel politico, ma l'Autorità delle Comunicazioni".
Antonio Socci, con il suo "Excalibur", è pluralista?
"Non mi sembra che l'Autorità gli abbia mosso alcun rilievo".

Lei chiede un aumento del canone di 5 euro. Gasparri risponde picche.
"Aspettiamo fine mese, quando l'aumento sarà deciso. Noi abbiamo le carte in regola: un nuovo canale satellitare per insegnare le lingue, studi di produzione a Milano, una cittadella della tv accanto a Saxa Rubra. Il governo sosterrà i nostri investimenti".

Ieri, Saccà, avete indicato il rappresentante della Rai nella tv di San Marino perché, dice Baldassarre, si rischiava grosso. C'era forse una guerra alle porte?
"Con San Marino vige un trattato internazionale. Da tempo era attesa questa nomina. I piccoli si rispettano, non si mortificano".

Dopo questa giornata, come si sente?
"In trincea, certo. Una trincea fangosa. E a volta, tra il fango, ci può essere anche dell'altro. Ma lavoro per la Rai e rispetto la politica".

(22 novembre 2002)

I presidenti delle Camere annunciano "approfondimenti giuridici"
dopo il Cda a due in cui Baldassarre ha deciso 14 nomine
Crisi Rai, Pera e Casini:
"Viva preoccupazione"

Protesta anche l'opposizione, critiche dai centristi del Polo
Rutelli: "Operazione indecente. Impossibile una ricomposizione"

ROMA - "Viva preoccupazione istituzionale". E' quella manifestata dai presidenti di Camera e Senato, al termine dell'incontro nel quale Pierferdinando Casini e Marcello Pera hanno affrontato la questione Rai. In un comunicato congiunto, i presidenti delle Camere hanno espresso "piena identità di vedute e viva preoccupazione istituzionale per la situazione", aggiungendo che "seguono con attenzione, nell'ambito delle competenze a loro attribuite dalla legge, l'evolversi della situazione, e torneranno a vedersi nei prossimi giorni anche per un approfondimento di carattere giuridico.

Si è conclusa così la riunione che ha affrontato la crisi esplosa ieri a viale Mazzini, con le dimissioni dei due consiglieri d'amministrazione Zanda e Donzelli, e ulteriormente aggravata dalla riunione del cda di stamattina. Quando, nonostante due consiglieri dimissionari, e un terzo assente per polemica, Antonio Baldassarre ha deciso di andare, comunque, avanti.

Il presidente della Rai si è seduto al tavolo con il consigliere "superstite" Albertoni e insieme a lui ha deciso 14 nomine che attendevano da mesi. Quelle più importanti riguardano i nuovi vertici alla Sipra, la concessionaria che raccoglie la pubblicità della tv pubblica, e il nuovo presidente per RaiCinema. Deciso e sottoscritto da due soli consiglieri su cinque, affiancati dal direttore generale Saccà. Un blitz che ha sollevato dure reazioni da parte dell'Ulivo ma anche critiche dai centristi della maggioranza.

Decisione che non è piaciuta neanche al presidente del Senato, Marcello Pera, che già prima dell'incontro con Casini aveva constatato "con rammarico che cavilli giuridici e astuzie personali non rispondono a quel richiamo al senso di responsabilità di tutti che avevo espresso nella giornata di ieri".

Fin dalla fine della riunione Baldassarre si era difeso parlando di "Nomine urgenti che non potevano attendere". Ulteriori ritardi alla Sipra, ha insistito il presidente, rischiavano di fare "perdere quote di mercato alla Rai". Alla presidenza della Sipra è andato Raffaele Ranucci, l'amministratore delegato è Mario Bianchi. Deciso anche il presidente di Rai Cinema: Franco Iseppi, che prende il posto di Giuliano Montaldo.

Durissimi i commenti dell'Ulivo: "Quella fatta oggi è un'operazione più che sospetta. E' indecente", ha dichiarato Francesco Rutelli", che durante la registrazione di "Porta a Porta" non ha risparmiato critiche. "Una ricomposizione sulla questione Rai - ha incalzato Rutelli - non è possibile, perché quello che è successo oggi non è una cosa normale. E' successa - ha proseguito - una cosa siderale, astrofisica". Secondo il coordinatore dell'Ulivo, "le nomine che attribuiscono la responsabilità per la pubblicità e la fiction sono state attribuite con una minoranza in Cda e senza discuterne con nessuno".

Anche il consigliere dimissionario Donzelli, parla di "margini di incostituzionalità" del Cda a due. E dalla maggioranza si è levata la voce del ministro per le Politiche comunitarie Rocco Buttiglione: "Fare delle nomine in queste condizioni non è esattamente quel comportamento responsabile che mi attendevo per evitare di aggravare la crisi della Rai. Credo- ha aggiunto l'esponente centrista - che tutti quanti debbano fare un passo indietro".

Pesanti le reazioni dei Democratici di sinistra. Baldassarre non può restare alla guida della Rai un minuto di più", ha dichiarato il segretario Fassino. Uno "schiaffo" nei confronti di Pera e Casini è il parere di Fabizio Morri, responsabile informazione dei Ds; "Questa mattina è stato compiuto un atto di grave scorrettezza non verso le opposizioni, ma verso le istituzioni, soprattutto verso i presidenti di Camera e Senato: per loro è un vero schiaffo".

Sventato però - secondo Baldassarre - l'incidente diplomatico. Fra gli incarichi, oltre a Sipra, RaiCinema, Auditele e Audiradio, c'è anche quello di direttore di Tele San Marino, attribuito al giornalista Michele Mangiafico. Necessario, spiega il presidente della Rai, dopo le "proteste ufficiali del governo di San Marino".

Intanto, da Praga, dove partecipa al vertice Nato, il presidente del Consiglio Berlusconi ha detto in più occasioni che è sua intenzione tenersi a distanza dalla vicenda Rai. "Voglio restarne fuori. Il problema della Rai - ha datto il premier - appartiene a chi ne deve decidere, cioè agli attuali consiglieri ed, eventualmente, ai presidenti di Camera e Senato".

Una presa di distanze che non convince il capogruppo dei Democratici di sinistra, Luciano Violante. Il premier "c'è dentro fino al collo - afferma l'ex presidente della Camera - basta guardare alla collocazione degli uomini Mediaset." Una crisi, quella di viale Mazzini, dalla quale, secondo Violante, si può uscire solo in due modi: "O cambia l'indirizzo dell'azienda, oppure se ne devono andare tutti a casa e si cambia tutto".

(21 novembre 2002)

COMMENTO
Gli irriducibili
di Viale Mazzini

di MASSIMO GIANNINI

QUESTA crisi della Rai è molto più che una rognosa bega post-democristiana, una guerricciola tra poteri di sottogoverno giocata all'insegna delle poltrone e della "visibilità". Al di là dell'enfasi retorica, la "viva preoccupazione istituzionale" espressa dai presidenti di Camera e Senato dopo l'incontro di ieri segnala l'assoluta incompetenza del Cda nel definire per il servizio pubblico un metodo preciso ed efficiente di gestione aziendale. Ma rivela anche la crescente incapacità della maggioranza nell'individuare un modello durevole e decente di sintesi politica. Oggi lo sfascio della Rai fotografa l'ennesimo fiasco del centrodestra. In prospettiva, è un test essenziale per valutarne la cultura di governo.

La giornata di ieri segnala un ulteriore avvitamento della crisi. Nonostante le dimissioni dei rappresentanti dell'opposizione, il consiglio di Viale Mazzini si è riunito e ha "deliberato". Con questa mossa Baldassarre e Saccà, degnamente spalleggiati dal leghista Albertoni, l'unico consigliere rimasto a disposizione, hanno lanciato una sfida che non ha precedenti nella storia del servizio pubblico televisivo. Dopo un'impasse che durava da oltre due settimane, si sono rinchiusi in conclave. Ovviamente non c'erano Zanda e Donzelli, che hanno già rassegnato le dimissioni. Prevedibilmente non c'era Staderini, che è pronto a fare altrettanto se la frattura non sarà ricomposta. C'era il direttore generale, che in consiglio presenzia ma non ha diritto di voto. Risultato: il presidente, seduto a tavolino con un solo consigliere, ha fatto in mezz'ora quello che il cda al gran completo non riusciva a fare da quindici giorni. Ha sfornato la bellezza di quattordici nomine.

Una scelta a metà strada tra il ridicolo e il provocatorio. Il ridicolo: nel bel mezzo di un pericoloso scontro aziendale non si scelgono i vertici della Sipra o di Rai Cinema in una riunioncina "carbonara", quasi privata. Come se il consiglio d'amministrazione di un grande gruppo televisivo fosse l'assemblea di condominio di un palazzetto di periferia, con l'aggravante tutt'altro che trascurabile che i due presenti non avevano in tasca nessuna "delega" dei tre assenti. Il provocatorio: nel bel mezzo di una grave crisi istituzionale, con i presidenti di Camera e Senato impegnati nel delicato tentativo di recupero dei due consiglieri dimessi, non si procede a colpi "di minoranza" ignorando quelle dimissioni e vanificando quel tentativo. Qui proprio qui sta la sfida: come tre piccoli ma irriducibili giapponesi su un'isoletta deserta del Pacifico, Baldassarre, Albertoni e Saccà dichiarano guerra al resto del mondo, si chiudono in trincea e si preparano a un'irresponsabile resistenza.

L'enormità del fatto non può sfuggire a nessuno. Non è sfuggita a Casini. Il presidente della Camera è rientrato in tutta fretta dal Brasile per prendere in mano la situazione. Ma questa volta - a dispetto di altre "disattenzioni" del passato - non è sfuggita neanche a Pera, che nei confronti dei tre giapponesi ha emesso già un primo verdetto. Il presidente del Senato aveva formulato un "richiamo alla ragionevolezza e al senso di responsabilità di tutti", e quel che resta dei vertici Rai gli ha risposto con "cavilli giuridici e astuzie personali". Difficile dire se queste durissime parole di Pera nascano da un disappunto personale, o invece riflettano anche la disapprovazione del presidente del Consiglio nei confronti di Baldassarre e Saccà. E' certo comunque che meritano un sicuro apprezzamento: in questo caso, al contrario di casi precedenti, il presidente del Senato si è elevato finalmente "sopra le parti". Ed è altrettanto certo che queste stesse parole, insieme a quelle contenute nel successivo comunicato dei due presidenti delle Camere, marcano un punto di non ritorno nella crisi della Rai. Il vertice dell'azienda, di fatto, è già stato "sfiduciato" dalle istituzioni che l'avevano nominato. Sul piano giuridico, la legge assegna alla sola Commissione parlamentare di Vigilanza la facoltà di revocare le nomine del consiglio Rai, tra l'altro con una procedura "rinforzata" che prevede la maggioranza di almeno due terzi. Ma sul piano politico, Pera e Casini quella revoca l'hanno già emessa. Non serve a far decadere gli incarichi di Baldassarre, Albertoni e Saccà. Ma basta a confermare che il mandato fiduciario che gli era stato conferito nove mesi fa si è spezzato, non esiste più.

E' penoso, adesso, il solito balletto sul ponte del Titanic. La Rai affonda, mentre i Poli si azzuffano, le istituzioni studiano i profili giuridici del caso, e i vertici si preparano a cannibalizzarsi a colpi di carta bollata. Non che tutto questo sia insensato. Al momento ci sono alcune questioni "legali" che esigono una risposta rapida. Il consiglio può andare avanti nell'attuale composizione, con due soli "sopravvissuti"? In questa composizione, può deliberare e decidere? Zanda e Donzelli sono ancora dimissionari o risultano già effettivamente dimessi? Le quattordici nomine appena fatte sono legittime? E che farà Staderini, il consigliere centrista che è ora più che mai l'ago della bilancia? Se si dimetterà, quando lo farà? E le sue dimissioni faranno decadere automaticamente tutto l'organo, o si potrà procedere ad un semplice reintegro delle tre poltrone rimaste scoperte? Sono domande importanti. Ma non colgono il nocciolo vero della questione. E in una situazione così drammaticamente compromessa, suonano come miseri bizantinismi.

Questo vertice Rai va azzerato, perché ha fallito la sua missione. Non ha valorizzato l'azienda, schiantata dalla potenza di fuoco di Mediaset. E non ha garantito il pluralismo, vilipeso dall'assurda cacciata di Enzo Biagi. L'unica via d'uscita apprezzabile, da questo tunnel vergognoso di arroganza e insipienza, è la nomina di un nuovo consiglio, guidato da un vero presidente di garanzia. Un personaggio realmente autorevole e super partes, che non prenda ordini da nessun palazzo. Per la soluzione della crisi si aspetta il rientro di Berlusconi dal vertice Nato a Praga. Purtroppo il Cavaliere - all'ombra del suo irrisolto conflitto di interessi, in cui l'indecenza diventa inefficienza - non farà questa scelta. L'esperienza insegna che quando ci sono in ballo i suoi "core business", le televisioni e la giustizia, il premier non ascolta la ragion di Stato, ma solo le ragioni del portafoglio.

(22 novembre 2002)

Il Cavaliere non sembra dispiaciuto della bufera sull'emittenza
La sua tentazione: il commissariamento con un uomo di fiducia
Rai, Berlusconi non è scontento
"Così, ora, sui vertici decido io"

di GOFFREDO DE MARCHIS

ROMA - La partita è appena cominciata, oggi con il ritorno di Casini dal Brasile si gioca il secondo tempo. E non sono esclusi i supplementari, vale a dire termini non brevissimi. Ma le squadre nella Casa delle libertà, per la partita Rai, sono ormai riconoscibili. Silvio Berlusconi sta in quella che non ti aspetti, la squadra degli scontenti, in compagnia del presidente della Camera. Da un po' stanno tessendo una nuova tela e insieme si preparano a dare il benservito al Cda della Rai. Cercando di raggiungere una serie di obbiettivi.

Il Cavaliere vuole dimostrare il fallimento della prima operazione sulla Rai, quella che nove mesi fa stoppò il suo piano portando alla presidenza Baldassare sostenuto da An. La terza carica dello Stato si prepara a cavalcare la crisi per "ribaltare" Agostino Saccà, il direttore generale che non ne ha fatta passare una al consigliere dell'Udc Staderini. Un deputato forzista, mentre il premier è a Praga per il vertice Nato, commenta così le dimissioni di Zanda e Donzelli: "La posizione del Cavaliere? Pensa che in fondo questa può essere un'opportunità". L'opportunità di cambiare le cose, di uscire dallo stallo, una strada condivisa anche da Casini. A perdere la partita sarebbe dunque Alleanza nazionale. Lo si capisce bene dalle prime reazioni di Maurizio Gasparri.

E anche delle successive retromarce della destra. Il vicepremier sente che il risultato è decisamente favorevole agli avversari, fa un lungo giro di telefonate, capisce che la sorte del cda è segnata. Allora manda in Transatlantico il portavoce Mario Landolfi che affievolisce il "resistere, resistere, resistere" intorno alla figura del presidente Rai: "Se si dimette Staderini salta anche Baldassare. Come si fa andare avanti con due consiglieri?". An sente il fiato sul collo, è isolata. Berlusconi vuole prendersi la rivincita. Infatti il suo candidato principale alla successione di Baldassarre è quello della prima volta, il direttore di Panorama Carlo Rossella. Ad affiancarlo potrebbe essere chiamato Mauro Masi, attuale vice segretario generale di Palazzo Chigi, con il profilo bipartisan per il suo passato di portavoce di Lamberto Dini al governo. Fuori Saccà, dunque, e anche Casini avrebbe colpito il suo bersaglio. Ma il nome di Masi viene fatto circolare dalla presidenza del consiglio anche per la carica di commissario, un'indiscrezione che suona come un avvertimento ai partiti: attenti, perché rischiate di non contare più niente. Stavolta niente scherzi, nessun balletto di nomi.

Per far capire che lo scontento sulla Rai è anche del premier qualcuno collega gli ultimi passaggi della telenovela Rai. Dieci giorni fa, dopo la notizia dell'autosospensione del consigliere Donzelli, Berlusconi incontra Pera e Casini. È il segnale che stavolta il premier non prende sottogamba la crisi. L'altro ieri il presidente di Mediaset Fedele Confalonieri, in assoluto l'uomo più vicino al Cavaliere, boccia sonoramente i concorrenti di Viale Mazzini: "Io farei lavorare Enzo Biagi". Biagi è una delle tante questioni che Baldassare ha lasciato ammuffire senza prendere il toro per le corna. E probabilmente il giudizio "tecnico" di Confalonieri coincide con quello più politico del presidente del Consiglio.

Anche Casini pare deciso a una sterzata. Sul filo del telefono tra Roma e il Brasile, dove il presidente della Camera ha preso l'aereo di ritorno ieri sera, corre la preoccupazione della terza carica dello Stato. Il consigliere vicino agli ex democrstiani, Marco Staderini, da sempre ago della bilancia degli equilibri interni, ha fatto sapere che cercherà di convincere i colleghi dimissionari. E ha capito che Baldassare e Saccà stavolta sono molto agitati, non si aspettavano la mossa dei consiglieri ulivisti che ha dato la stura anche ai maldipancia del Polo e pensano a nuove offerte all'opposizione. Ma se fallisce la mediazione molla anche lui, su questo è stato chiarissimo. E allora si nomina un nuovo vertice.

È una partita agli inizi, con la Lega che festeggia le dimissioni, dice: "Il consiglio non si tocca". Ma si accontenterà della conferma di Albertoni. Gasparri è stato invece durissimo sulle dimissioni dei consiglieri ulivisti: "Lottizzatori". A Casini le parole del ministro delle Comunicazioni non sono piaciute: "E Marano e Del Noce?". Due nomi scelti non a caso, sia il direttore di Raidue (Lega) che quello di Raiuno (Forza Italia) sono ex deputati.

(21 novembre 2002)

I consiglieri di area Ulivo hanno inviato una lettera ai presidenti
delle Camere. Anche Staderini pronto all'addio.
Rai, esplode la crisi
Zanda e Donzelli si dimettono

Baldassarre: "Non possiamo fermarci, il Cda va avanti"
Pera invita i dimissionari a "un ripensamento"

ROMA - La miccia era accesa da mesi. Ora la bomba è esplosa: due consiglieri di amministrazione Rai dimissionari, un terzo in bilico, i presidenti delle Camere impegnati in una difficile trattativa per garantire il futuro della televisione pubblica. E il presidente Baldassarre che non ammette stallo: "Non possiamo fermarci, il Cda continuerà ad operare".

La situazione è precipitata questa mattina quando Luigi Zanda e Carmine Donzelli (che fanno riferimento all'Ulivo) hanno comunicato le loro dimissioni in una lettera ai presidenti delle Camere, Pera e Casini, da cui ricevettero il mandato nel febbraio scorso. I due parlano di "azienda allo sbando" e individuano anche i colpevoli di questa situazione: lo stesso Antonio Baldassarre, e Agostino Saccà, ovvero presidente e direttore generale della Rai, accusati di operare scelte perdenti e incomprensibili che danneggiano gravemente la televisione pubblica.

Il presidente del Senato, che li ha incontrati stamattina, ha invitato Zanda e Donzelli a un ripensamento, ma sembra difficile che i due possano fare retromarcia, visti i toni usati per motivare le dimissioni. E se stamattina il consiglio di amministrazione si è ugualmente riunito a Viale Mazzini, presenti i tre consiglieri rimasti in carica e il direttore generale, la situazione si è ulteriormente complicata e fine riunione, quando Marco Staderini (che fa riferimento ai centristi del Polo) ha annunciato che non avrebbe partecipato ai lavori pomeridiani (il consiglio è stato per questo rinviato a domani) e che anche lui lascerà l'incarico se non si arriverà a una ricomposizione della vicenda.

"Il cda Rai - ha detto Staderini - è stato unitariamente nominato dai presidenti della Camera e del Senato. Non si può far finta che la decisione dei colleghi Luigi Zanda e Carmine Donzelli di dimettersi lasci le cose come stanno. Per quanto mi riguarda - ha preseguito - valuterò nelle prossime ore se e come sia possibile favorire il ricompattamento del cda. Diversamente, ne trarrei tutte le conseguenze".

Baldassarre non commenta direttamente le dimissioni di Zanda e Donzelli. Si augura che i presidenti di Camera e Senato prendano preso una decisione, "Perché la cosa migliore è operare nella piena collegialità". E sottolinea: "Non possiamo fermarci, l'azienda ha bisogno di decisioni e quindi il consiglio di amministrazione continuerà ad operare", ricordando la convocazione di domani mattina. "Non possiamo permetterci una situazione di stallo".

Quanto a Staderini e alle dimissioni minacciate, "Ognuno è libero - dice Baldassarre - di prendere le proprie determinazioni". Poi aggiunge "Mi auguro vivamente che Staderini rimanga". Infine, per quel che riguarda le decisioni dei presidenti delle Camere, "non spetta a me interferire minimamente", conclude il presidente.

Rai sull'orlo della crisi, insomma. Con i presidenti delle Camere chiamati in prima persona ad intervenire, visto che la legge assegna loro la scelta dei cinque consiglieri di amministrazione di Viale Mazzini. Casini è ancora in Brasile e per ora si è limitato a esprimere massima considerazione per il gesto dei due dimissionari, evitando di pronunciarsi nel merito. "Se due persone serie come Zanda e Donzelli hanno deciso di dimettersi - ha detto - questo è un fatto che richiede la massima attenzione da parte delle autorità istituzionali. Non esistono consiglieri di maggioranza o di opposizione. Esistono consiglieri di amministrazione della Rai unitariamente nominati".

A suo rientro a Roma, domattina, il presidente della Camera incontrerà il suo collega del Senato. Insieme dovranno decidere se sostituire i due dimissionari (come ha chiesto stamattina il presidente della Rai) o se procedere diversamente. Una decisione che dovrà necessariamente tenere conto anche delle prossime mosse di Staderini. Se anche il terzo consigliere consegnasse le dimissioni, il consiglio di amministrazione verrebbe di fatto svuotato, perdendo la maggioranza dei suoi cinque membri.

Intanto c'è chi avanza ipotesi di gestione alternativa. "La Rai va commissariata - dice l'ex ministro delle Comunicazioni, Antonio Maccanico - "un commissariamento temporaneo, per ottenere al più presto dal Parlamento le nuove norme sui criteri di nomina del cda". Ipotesi poco gradita sia dall'opposizione ("Meglio un presidente e un direttore generale di garanzia" dice Paolo Gentiloni della Magherita) che dalla maggioranza ("Sarebbe una sconfitta di tutti" secondo Alessio Butti di Alleanza nazionale).

Potrebbe quindi arrivare all'epilogo la bufera che da mesi investe la Rai. L'ultimo scontro in ordine di tempo è di ieri, e si è consumato sulle nomine per la fiction e per i palinsesti, quando Zanda e Donzelli si sono visti bocciare i nomi di Guglielmi e Cereda. Un episodio, ma che si va a sommare ai tanti che si sono susseguiti già dalle prime settimane della nuova gestione Rai. E che ha portato a una tensione via via crescente con la crisi di audience, la chiusura dei programmi di Biagi e Santoro, i flop di Excalibur e Max e Tux. E che ora, dopo le dimissioni, potrebbe portare alla resa dei conti finale per la Rai di Baldassarre.

(20 novembre 2002)

Un presidente
di garanzia
di CURZIO MALTESE

LA RAI della destra, cioè di Berlusconi, già "destinata a durare un decennio", sta andando a pezzi dopo appena 9 mesi. I due consiglieri in quota all'Ulivo si sono dimessi e se, come pare, li seguirà il centrista Staderini, allora dovranno andare a casa tutti, Baldassarre, Saccà e compagnia. Si tratta d'una crisi per metà aziendale e per metà politica. Come sempre la Rai è lo specchio e il laboratorio per eccellenza della classe dirigente e questo ne spiega lo stato penoso. Una legge della meccanica politica dice che quello che accade in viale Mazzini anticipa quello che accadrà al governo. La regola ha funzionato tanto nella prima repubblica quanto nella seconda, con governi di centro, destra, sinistra e misti.

Negli ultimi anni, la Rai "dei professori", intorno a Tangentopoli, ha annunciato la stagione dei governi tecnici. Così come la caduta della Rai di Siciliano, voluta all'epoca dal tandem D'Alema-Marini, prefigurava quella del governo Prodi. Questa crisi della Rai è dunque la prima vera crisi del governo Berlusconi, per interposta istituzione. Per arrivare a che cosa? Prima di avventurarsi in ipotesi, è bene chiarire la natura anomala di questa crisi Rai.

Nessun governo della tv pubblica, compresi i peggiori, aveva mai prodotto tanti disastri in così poco tempo, finendo per essere inghiottito dal buco nero del conflitto d'interessi. L'esordio della Rai di Baldassarre è subito segnato da quell'ombra, quando Berlusconi, appena nominati i vertici, ordina di far fuori Enzo Biagi e Michele Santoro. Lo sfrontato proclama bulgaro del presidente del Consiglio e proprietario di Mediaset suscita sulle prime reazioni di scandalo, ipocrite rivendicazioni di autonomia da parte di Baldassarre e Saccà, vaghi moniti quirinalizi e ridicole esibizioni sulla tv pubblica di dipendenti berlusconiani che, travestiti da suffraggetti della libertà d'opinione, giurano di incatenarsi ai cancelli di viale Mazzini in caso di censura. Naturalmente la censura arriva e nel peggiore dei modi.

Baldassarre e Saccà obbediscono all'ordine del padrone di Mediaset, chiudono "Il Fatto" e "Sciuscià", e per giunta spargono sulle rovine il sale di programmi demenziali come "Max&Tux" ed "Excalibur" (fra i due, il più comico). Non bastasse, si dedicano alla vendetta su Biagi e Santoro con una serie di false promesse e persecutorie lettere di richiamo. Uno spettacolo di regime, rafforzato dalla totale omologazione dei telegiornali, che fanno a gara nel nascondere le notizie sgradite al governo.

Il guaio è che il pubblico, meno stupido di quanto pensino gli strateghi, se ne accorge e diserta in massa i programmi Rai. Il crollo di ascolti va così ben oltre la possibile missione di favorire le reti del presidente del Consiglio. La tv pubblica perde ogni mese quote d'ascolto in prima serata, la fascia d'oro della pubblicità. Rai1 reagisce con lo show del sabato sera, costato un po' meno dello sbarco sulla luna, ma finisce letteralmente in mutande nel confronto con il programma della De Filippi, che tutto intero fattura quanto una puntata di Morandi.

Rai2 viene demolita dal leggendario Marano, dopolavorista raccomandato da Bossi, al punto da avere come unici programmi di punta i cartoni animati di Popeye. Al resto ci pensa il governo e il ministro Gasparri che blocca l'accordo Raiway, firma una riforma tv che sembra scritta ad Arcore e infine, con notevole coraggio, chiede un aumento del canone, dopo averne proposto a suo tempo l'abolizione.

Ora, se in questi 9 mesi Fedele Confalonieri avesse ridotto Mediaset nello stato in cui Baldassarre e Saccà hanno conciato la Rai, probabilmente sarebbe stato licenziato e magari traslocato con tutta la lapide dal mausoleo di Arcore. Si capisce insomma l'inusuale allegria di Zanda e Donzelli nel rassegnare le dimissioni e la forte tentazione di seguirli di Staderini. Sul ponte di comando della Rai, già inclinato verso gli abissi, rimangono soltanto Baldassarre e Saccà che nella migliore tradizione oltretutto litigano.

Così la Rai di Berlusconi è giunta al capolinea in pochi mesi. Complimenti. E dopo? Qui rientra in gioco la politica. La soluzione migliore, ovviamente, sarebbe l'elezione d'un cda di garanzia, competente e davvero pluralista. Ma è impossibile perché si tratta di una soluzione che restituirebbe alla tv pubblica prestigio, efficienza e ascolti, con grave danno economico per le reti del presidente del Consiglio. La soluzione peggiore sarebbe il commissariamento, dopo aver portato i libri in tribunale. È guardacaso l'idea più gettonata dai tg Mediaset.

Certo, decretare il fallimento della Rai sarebbe un bel colpo per il premier-padrone. Ma forse esiste un limite di decenza perfino nell'Italia berlusconiana: che direbbe l'Europa? Torna la soluzione più probabile, quella della crisi Rai come banco di prova della crisi di governo. Sarà interessante allora vedere come ne usciranno, se con una Rai di breve corso, da "elezioni anticipate", un modello da "rimpasto" o addirittura da "governissimo". Il regolamento di conti fra le varie componenti della maggioranza, tante volte rinviato, rischia di trovare a viale Mazzini il terreno e l'occasione per esplodere. C'erano volute settimane di passione e guerriglia fra An e Forza Italia, centristi e leghisti, per arrivare alla nomina di un consiglio Rai che, pur con un piglio da ventennio, è durato lo spazio d'un mattino.

(21 novembre 2002)

Parla il consigliere di amministrazione che si è appena dimesso
"Che dovevamo fare, restare a guardare come semplici testimoni?"
Donzelli: "Ormai per noi
era impossibile lavorare"

"Il vertice Rai sembra aver scelto deliberatamente
la strada di eludere i problemi veri dell'azienda"
di MARCO BRACCONI

ROMA - E' amareggiato. Ma combattivo nel difendere la "totale autonomia della sua scelta". Misura le parole nei confronti di Antonio Baldassarre, ma la sostanza della sua accusa ai vertici Rai è durissima: "Dovevamo gestire un'azienda che attraversa una crisi drammatica. E loro (la maggioranza del consiglio, ndr), pensavano a sostituire fior di dirigenti e a chiudere trasmissioni".
E' Carmine Donzelli un'ora dopo la notizia delle dimissioni sue e di Luigi Zanda dal vertice Rai. E le sue sono le parole di un consigliere deluso, certo, ma non pentito.

A vederla con il senno di poi, Donzelli, lo rifarebbe?
"Sì, perché quando sono stato nominato ho preso questo impegno come un dovere civile. Un dovere al servizio di una realtà importante della nostra democrazia. In questi nove mesi, poi, ho anche imparato ad amare, pur con tutti i suoi problemi, questa grande azienda. No, non sono pentito. Se oggi me ne vado è perché non ci sono più le condizioni, ma questo è tutto un altro discorso..."

Le condizioni non ci sono più perché due settimane fa Fassino e Rutelli hanno detto che il Cda se ne doveva andare?
"
Assolutamente no, questa è una interpretazione molto lontana dalla verità".

E qual è la sua verità?
"La verità è che l'ipotesi delle dimissioni è sempre stata nel mio orizzonte, dall'inizio, perché da subito è stato difficile lavorare. Ma questa scelta io l'ho sempre considerata come una valutazione strettamente, ripeto, strettamente personale".

Però non si può negare che prima a chiedere le vostre dimissioni era solo il correntone Ds, e che poi anche Rutelli e Fassino... Solo una coincidenza?
"Guardi, come si capisce bene dalla lettera che ho scritto ai presidenti Pera e Casini, le scelte della politica con le dimissioni non c'entrano. In quella lettera io faccio riferimento a dirigenti di grande valore lasciate a languire privi di incarichi, di discriminazioni di carattere politico, vedi Santoro e Biagi, e di una costante nostra disponibilità a farci carico di soluzioni condivise, magari accettata a parole, ma poi sempre disattesa dai fatti. Ecco perché dico che è stato passato il segno".

Insomma, Baldassarre sta sbagliando tutto?
"Il vertice della Rai sembra aver scelto deliberatamente la strada di eludere i problemi veri dell'azienda, che le assicuro, sono gravi ed evidenti a tutti, per occuparsi di altro"

Scusi, se insisto, Donzelli, ma perché oggi?
"In questi nove mesi ho sperimentato, giorno dopo giorno, la possibilità di dare un contributo utile. Le dimissioni arrivano oggi perché oggi prendo atto che non c'è nessuna possibilità di dare un contributo al bene dell'azienda. Che dovremmo fare, restare ad assistere mentre l'azienda va allo sbando, perdendo pluralismo, prestigio, e ascolti in alcuni suoi punti di forza?".

Sta dicendo che vi si voleva ridurre al ruolo di semplici "testimoni"?
"Più o meno è così. Ripeto, le dimissioni erano una possibilità da molti mesi, ma finchè ho avuto non dico la certezza, ma almeno la speranza di poter esercitare un ruolo positivo, sono rimasto al mio posto".

Per la Rai nessuna speranza, allora?
"Questo non lo so. Anzi, auguro all'azienda tutto il bene possibile".

E adesso, a viale Mazzini?
"Che dire, l'azienda avrebbe bisogno di un cambiamento drammatico, ma mi pare che si vada in tutt'altra direzione. Ho sperato a lungo che il vertice si sforzasse di elaborare analisi condivise, e di conseguenza terapie efficaci. Così non è stato...".

Ma il Cda?
"Non lo chieda a me, io mi sono appena dimesso".

Dicono che Staderini (il consigliere di maggioranza vicino a Pier Ferdinando Casini), non abbia voglia di restare in un consiglio "dimezzato".
"Non lo so, bisognerebbe chiederlo a lui".

(20 novembre 2002)

Il testo delle lettere di dimissioni del consigliere Rai
"La situazione dell'azienda è particolarmente critica"
Zanda: "Impossibile collaborare
con Baldassarre e Saccà"


ROMA - Sono indirizzate ai presidenti delle Camere le lettere con cui Luigi Zanda e Carmine Donzelli presentano le dimissioni dal consiglio di amministrazione della Rai, esprimendo tutto il loro disagio. In particolare Zanda sottolinea che "il principale motivo di questa decisione è l'impossibilità di collaborare positivamente con il presidente Antonio Baldassarre e con il direttore generale Agostino Saccà dei quali non sono riuscito a comprendere quali siano gli ideali, la visione del futuro, le strategie operative e gestionali".

Dello stesso avviso Donzelli: "Sono arrivato alla convinzione che l'attuale vertice aziendale, nelle persone del presidente Baldassarre e del direttore generale Saccà porta la responsabilità di una conduzione che rischia ormai di compromettere la forza della Rai, la sua tenuta economica e produttiva, la sua stessa immagine di azienda titolare del compito di rendere un servizio pubblico, a tutela della democrazia e del pluralismo. Manca ogni elaborazione di una strategia editoriale e di un piano industriale". "In un momento delicatissimo" prosegue il consigliere dimissionario, "e in un quadro di difficili e complesse evoluzioni legislative, la Rai non riesce a trovare la bussola di un orientamento che la restituisca al suo ruolo storico di più grande e importante impresa di cultura del nostro Paese".

"Non riesco a comprendere come sia possibile" scrive Zanda "che alla guida della Rai vengano mantenuti l'attuale presidente e l'attuale direttore generale. La situazione dell'azienda è particolarmente critica. La qualità dei programmi è molto discutibile, il rispetto del pluralismo è stato mortificato, l'ingiustificata emarginazione di professionisti di valore e la loro fallimentare sostituzione sono sotto gli occhi di tutti, l'omologazione dei programmi con quelli della concorrenza è sempre più vistosa, la posizione finanziaria netta è peggiorata e per fine 2002 si preannuncia per il gruppo Rai un indebitamento più che quadruplicato rispetto alla stessa data dell'anno scorso".

"Sinora, né il presidente Baldassarre né il direttore generale Saccà" insiste Zanda, "hanno mostrato una chiara percezione dei problemi, una visione strategica delle iniziative da assumere, una autentica autonomia aziendale. La mia preoccupazione per la loro inadeguatezza è molto elevata. Un consigliere di amministrazione di una società per azioni come la Rai non può restare al suo posto se non condivide non dico le singole decisioni, ma nemmeno l'impostazione generale che i due capi-azienda hanno sinora dato alla loro attività".

Donzelli cita espressamente i casi di Biagi e Santoro: "E' ormai mia convinzione che questi due professionisti dell'informazione televisiva siano sottoposti dalla Rai a una ingiustificata discriminazione politica che trae la sua origine dal veto a suo tempo espresso, in modo gravemente improprio e irrituale, dal presidente del Consiglio. Per quanto riguarda Enzo Biagi nulla è stato fatto da parte del direttore generale, contrariamente agli impegni presi, per ripristinare la sua trasmissione, mentre nel frattempo si è voluto a tutti i costi insistere nel ricercare alternative di basso profilo".

"Nel caso di Michele Santoro" prosegue Donzelli, "dopo aver abolito la messa in onda di Sciuscià, si pretende di contestare addirittura al suo conduttore di non voler lavorare. E anche in questo caso, la trasmissione che si è sostituita a quella di Santoro appare agli occhi di tutti gli osservatori più imparziali di certo non meno faziosa, ma sicuramente assai meno ascoltata".

"Nei limiti delle mie capacità" scrive ancora Zanda, "ho fatto quel che ho potuto per modificare la linea gestionale seguita dagli attuali amministratori della Rai per migliorare l'organizzazione dei lavori del Consiglio, per introdurvi maggiori elementi di pluralismo, per affrettare la riorganizzazione dell'azienda. Ma non ci sono riuscito" ammette Zanda. "Da due settimane è all'ordine del giorno del Cda la nomina di dirigenti destinati a occupare posizioni centrali per il futuro della Rai. Nessuno dei candidati di Agostino Saccà possedeva, a mio avviso, i requisiti necessari. Su sollecitazione del presidente, dell'intero Consiglio e del direttore generale, ho presentato assieme a Carmine Donzelli proposte alternative di grande valore nelle persone di due dirigenti Rai: Angelo Guglielmi e Giuseppe Cereda".

"Nonostante gli espliciti apprezzamenti di Guglielmi e Cereda, ieri sera Agostino Saccà ha cambiato un'altra volta parere e ha presentato proposte ancora una volta diverse da quelle che lui stesso aveva indicato solo pochi giorni fa. Nonostante l'evidente gravità, questo episodio non costituisce il motivo delle mie dimissioni" conclude Zanda, "E' soltanto l'ultima conferma di un metodo di gestione che se non verrà immediatamente modificato produrrà ancora molti danni alla Rai".

"Seguendo la rotta così abilmente tracciata dal presidente Baldassarre, e così puntigliosamente perseguita dal direttore generale Saccà, la nave si sbatte tra i marosi", è infine la conclusione di Donzelli. "Non vi sono più le condizioni minime per assolvere il mandato che mi avevate affidato. Mai avrei pensato di dover assistere a un così sistematico annichilimento delle sue risorse, energie e culture. Davvero, la Rai non merita di essere governata in questo modo".

(20 novembre 2002)

RAI
I
l canone ripagato in piazza
FRANCESCO PARDI
Da piazza S. Giovanni, evocata ieri nell'articolo di Norma Rangeri, si alza una voce interrogativa. Chiede: la Rai svolge un compito d'interesse pubblico? Un'altra voce (nella piazza ce ne sono tante) gli risponde: si potrebbe dubitarne. Un'altra aggiunge: consideriamo alcuni fatti. Il presidente del consiglio, con il famoso proclama bulgaro, mette in moto la procedura per allontanare Biagi, Santoro e Luttazzi dal video. In azienda l'ordine viene eseguito: gli autori di due tra i programmi in assoluto più seguiti, e quindi più redditizi in termini pubblicitari, non sono ancora tornati sullo schermo. Sarà un caso, ma dai primi mesi di vita del nuovo governo, la capacità competitiva della Rai nei confronti delle reti possedute dal presidente del consiglio si è ridotta di giorno in giorno. Non si sa bene se per rovesciare o favorire questo processo numerosi dirigenti Mediaset sono stati traslocati in Rai: i risultati si vedono. Da quando è insediato il nuovo governo, la Sipra, l'azienda di raccolta pubblicitaria pubblica, ha perso e continua a perdere consistenti quote di mercato a vantaggio di Publitalia, che raccoglie pubblicità per Mediaset. Non si sa se per rimediare o incoraggiare questa tendenza un duomo molto vicino a Publitalia è stato mandato a dirigere la Sipra: i risultati si vedranno.

Qualche genio della programmazione ha pensato bene di mandare in onda lo stesso giorno alla stessa ora due tra i pochi spettacoli seguiti dal pubblico: si immagini il dispiacere di Mediaset.

In generale i programmi Rai stanno inseguendo, più che in passato, i programmi Mediaset in una generale corsa al rincretinimento. La televisione rincretinisce se stessa per meglio rincretinire i suoi spettatori. Pare che una parte di essi cerchi di sottrarsi: i televisori rimangono accesi ma davanti non c'è nessuno.

Il rincretinimento, nuova categoria che arricchirà la sociologia dei processi cognitivi nei prossimi anni, si fa avanti anche nella radio. I programmi preesistenti della rete tre, quella a maggiore vocazione culturale, sono stati già decisamente intaccati e se ne attende tra breve lo smantellamento definitivo.

I telegiornali unificati, rivolti ormai sempre più all'intrattenimento e sempre meno alle notizie (eccetto, in parte, quello del terzo, ma non va detto se no lo chiudono), celebrano i fasti del centro destra: si può scegliere tra l'apologia di qualsiasi atto quotidiano del presidente del consiglio, la sempre più bonaria rivisitazione del fascismo e qualche balzano rito «celtico».

Allora, oggi a che serve la Rai? Non a mandare in onda programmi degni di essere visti o ascoltati, non a fare concorrenza a Mediaset (e su questo tema si dovrà porre un quesito alla commissione europea del professor Monti). Una voce di piazza San Giovanni dice: la Rai serve ormai solo a fare propaganda al governo e a chi lo presiede. Un'altra voce perfeziona: la Rai svolge solo un compito di supporto subalterno all'interesse privato, indovinate di chi. E un'altra aggiunge: si può lasciare il video acceso nella stanza vuota, lo si può anche spegnere, ma ha senso pagare il canone per una televisione tutta impegnata a favore dell'interesse privato, indovinate di chi?.

Ma, si preoccupa qualcuno, privando la Rai del canone la indeboliamo di fronte a Mediaset. Forse, ma è proprio la concorrenza a Mediaset che la Rai si rifiuta di fare. L'ultima voce: non potremmo smettere di pagare il canone e, poiché sappiamo tutti che è un obbligo di legge, dire che lo facciamo per disobbedienza civile? I liberali ricorderanno a tutti un certo libretto di Henry D. Thoreau, non un pericoloso comunista ma uno dei padri della letteratura americana. Così, per disobbedire meglio versiamo tutti il canone in un conto sotto controllo notarile intestato a: per una televisione libera.


21.11.2002
"Non c'è pluralismo. Santoro trattato come un cane rognoso"

ROMA Donzelli, cosa l’ha spinta a dimettersi?
«Si erano consumati i margini di operatività nel consiglio. Sono stato chiamato dai presidenti delle Camere per amministrare un’azienda speciale, un servizio pubblico. Ho inteso questo incarico come un dovere civico. Weberianamente, ho seguito l’etica della responsabilità: finché è possibile sto lì a fare la mia parte, ma quando non ci sono sbocchi non resto un minuto di più».
Cosa ha fatto saltare tutto?
«Io e Luigi Zanda, ma non solo, in questi otto mesi abbiamo lavorato come talpe per far emergere lo stato di criticità della Rai, un’azienda profondamente in crisi su ascolti e prodotto, senza una strategia industriale né un piano editoriale, e senza il rispetto del pluralismo. Ecco, il nostro lavoro ha scosso la maggioranza, infatti la crisi è tutta interna a questa. A questo punto si è creato un bivio: o capiscono che è necessario un cambio di marcia e si può riaprire un gioco sui bisogni della tv pubblica, oppure non si può far niente. Perché la Rai ha bisogno di essere ripensata in un grande disegno aziendale, con la cooperazione di tutti».
Cosa avrebbe segnato il cambio di rotta?
«Prima di tutto la verifica sul pluralismo, far lavorare di nuovo Biagi e Santoro. Poi un cambiamento nella gestione aziendale: i nomi che abbiamo proposto per la Fiction e per il coordinamento palinsesti, persone di rilievo e grandi capacità come Angelo Guglielmi e Antonio Cereda sarebbero stati una garanzia per l’efficienza aziendale e per il pluralismo».
Nomi respinti da Saccà.
«C’è stata una volontà precisa di mischiare le carte».
Una volontà solo del direttore generale o anche del presidente Baldassarre?
«Bella gara. Direi che Baldassarre ha dato la rotta, e Saccà ha mosso il timone. Ma l’effetto è quello di una nave nella tempesta».
Se i presidenti di Camera e Senato le chiedessero di ritirare le dimissioni, come ha già fatto Marcello Pera, tornerebbe indietro?
«Il nostro rientro mi sembra lo scenario meno probabile. Non penso che ci siano margini possibili per rimettere in discussione le dimissioni. Ringrazio Pera per averci ricevuto mezz’ora dopo l’invio della lettera, ma non è un gesto che si ritira per cortesia verso i presidenti delle Camere».
Cosa pensa che accadrà, Staderini potrebbe andarsene.
«Credo ci sia uno scontro in atto nella maggioranza. Qualcuno ha pensato che assicurando una pera all’albero con un cordino, questa potesse rimanere attaccata...».
Parla del direttore generale?
«Non l’ho detto, ma chi pensava di essere preventivamente garantito, appiattendosi sulle volontà del capo, ha sbagliato i conti. E Saccà è stato più realista del re, nelle ultime quarant’otto ore ha cambiato strategia, invece di arrivare a una mediazione ha sparato a zero».
Il centrodestra vi accusa di esservi dimessi per non essere riusciti a lottizzare la Rai. Cosa risponde?
«Sono critiche strumentali e un’accusa ingiusta e offensiva. Su tre punti delicati come la Sipra, la Fiction e il coordinamento palinsesti avevamo sperato in un ragionamento condiviso. Sulla Sipra Saccà è stato irremovibile sui nomi di Bianchi e Ranucci. Allora abbiamo proposto Guglielmi e Cereda per gli altri due settori, lasciando libera la scelta sui ruoli. In una riunione informale, tutti erano d’accordo, Albertoni si è persino detto compiaciuto. Ci sediamo in consiglio, grandi sorrisi e cortesie. Fermi tutti, Saccà, chiede dieci minuti di sospensione. Diventano tre ore. Si capisce che è stata fatta una telefonata ed è arrivato un veto, dopodiché si blocca tutto, e Saccà tira fuori altri nomi dal cappello con un gioco insidioso: uno a me e un altro a te».
Quanto ha pesato l’eliminazione di Biagi e Santoro?
«È stato determinante. Una discriminazione politica che aziendalmente non ha senso. Sono stati sostituiti con programmi peggiori in tutto. Fino all’ultimo ho pensato che, con la delibera firmata in consiglio, si ripristinasse il pluralismo. Un’altra presa in giro sleale. Se davvero Saccà pensa che Santoro abbia avuto un comportamento contro l’azienda, perché non ha avuto il coraggio di licenziarlo? Lo ha trattato come un cane rognoso, lo ha tolto dal video e dai programmi di informazione, per poi accusarlo, dire che si rifiutava di lavorare al docu-dramma sul bandito Giuliano, un piccolo tassello sperimentale, per di più con un budget irrisorio».
Se Staderini si dimettesse cadrebbe il consiglio. C’era un accordo fra voi?
«No e non so che farà. Solo io e Zanda abbiamo concepito i tempi delle dimissioni. Certo con Staderini spesso ci siamo ritrovati d’accordo nel criticare certe scelte».