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22 GIUGNO 2003

 

 

DA - LA REPUBBLICA

 

Bossi minaccia la crisi
su immigrati e riforme
Il Senatur: "A restare al governo ci perdiamo"

ROMA - Alza la voce Umberto Bossi. Una sfida a tutto tondo al Presidente del Senato Marcello Pera, che ha invitato la Lega ad abbassare i toni sul tema dell'immigrazione. "Sulle cose del popolo noi alziamo la voce, eccome - ha tuonato Bossi -. Non ci facciamo impressionare da Pera, da Pira...". la Lega, ha aggiunto, "sa bene come stanno le cose. Noi la pensiamo così. La gente, giustamente, si sta incazzando".

Attacca, il leader del Carroccio. Prima il governo, un governo di "chiacchieroni", "impotente", che rischia la crisi se non fa ciò la Lega chiede, poi il ministro dell'Interno Beppe Pisanu, "un un vero e proprio punching ball che fa finta di niente. Un democristiano". E, in modo più soft, lo stesso Silvio Berlusconi che sa, ha detto Bossi senza mai citarlo direttamente, "che di impotenza si muore".

Parla a Noventa Vicentina il Senatur, e il comizio si trasforma in un'offensiva inusitata e mai così pesante nei confronti degli alleati di governo. E' pungente il leader del Carrocio. Ricorda che "ci sono tre cose per cui la Lega puo fare la crisi di governo". E le scandisce una per una: pensioni, devoluzione e immigrazione clandestina. E minaccia: "Se non verranno prese decisioni su questi tre punti, sarà difficile per la Lega rimanere al governo". Rimanere, ha aggiunto, "ci farebbe solo perdere voti". Al ministro Pisanu non risparmia nulla: "La gente - dice - vuole che i ministri abbiano gli attributi, non dico tre ma almeno due". E insiste: "Mandi le navi per fermare gli immigrati". Proprio quella soluzione che oggi, Marcello Pera, ha bocciato decisamente.

Ed ancora giudizi assai poco positivi sull'operato del governo. "Quello di sinistra - tuona Bossi - era una banda di ladri, almeno questo siamo riusciti a non farlo rubare". E il fuoco d'artificio si conclude con una bordata finale: Noi - afferma Bossi - a restare al governo ci perdiamo... se le riforme non ci sono, valuteremo...".

 

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DA - LA REPUBBLICA

 

Congelare il processo
non salva il premier


Ciampi ha voluto tutelare l'onore del nostro Paese
Ma la legge appena approvata sta dividendo tutti
di EUGENIO SCALFARI

TRE argomenti, tra loro strettamente connessi, dominano e presumibilmente domineranno la scena politica italiana ed europea dei prossimi mesi: la legge entrata proprio oggi in vigore che sospende la processabilità penale nei confronti di Silvio Berlusconi (e delle altre quattro maggiori cariche istituzionali), il semestre europeo di presidenza italiana, la nuova Costituzione europea che durante il predetto semestre (1/7-31/12 2003) sarà discussa e forse modificata e approvata dalla conferenza intergovernativa che avrà inizio a Roma a partire dal prossimo ottobre.

Aggiungiamo che nello stesso arco di tempo si capirà se tra Israele e Palestina prenderà corpo o tramonterà ancora una volta l'ipotesi della pacifica convivenza e della nascita d'uno Stato palestinese. Infine, alle soglie del 2004, diventerà chiara la natura dei rapporti interatlantici, il ruolo degli Usa e quello dell'Unione europea, la prevalenza dell'imperium americano figlio di Marte o del modello policentrico proposto dagli europei, figli di Venere secondo la "vulgata" semplificatoria che va di moda con dubbia fortuna sulle due sponde dell'Atlantico.

Stiamo dunque per vivere un semestre-chiave nella storia del mondo? La risposta è sì, saranno mesi importanti con ricaschi forti sulla vita anche privata delle persone, oltre che degli Stati e dei governi che li guidano.

Il ruolo del governo italiano e della sua presidenza semestrale dell'Unione avrà un peso determinante sulle vicende che si svolgeranno nell'arco di tempo considerato? La risposta è no: un singolo governo in genere, quello italiano guidato da Silvio Berlusconi in particolare, sarà piuttosto trascinato che trascinatore di eventi che si collocano a livelli decisamente superiori alla nostra portata. Per il governo italiano, come saggiamente ha detto l'ambasciatore Vattani interrogato dalle Commissioni esteri del Parlamento, il problema sarà semplicemente quello di far bella o cattiva figura durante il semestre della nostra presidenza. Se ci riuscissimo sarebbe già qualche cosa.

Si capisce la preoccupazione di Carlo Azeglio Ciampi di tutelare nei limiti del possibile l'onorabilità del presidente del Consiglio nel momento in cui sta per assumere la presidenza dell'Unione. Ai fini di quella bella o cattiva figura di cui parlava l'ambasciatore, non sarebbe stato un buon viatico un Berlusconi a carico del quale il pubblico ministero del Tribunale di Milano avesse potuto chiedere la condanna a parecchi anni di reclusione per l'infamante reato di corruzione in atti giudiziari del quale è accusato insieme a Cesare Previti e ad un gruppo di magistrati e avvocati.

Quest'ipotesi, e quella ancor più preoccupante d'una sentenza di condanna sia pure soltanto di primo grado, sono state evitate di strettissima misura e Ciampi - a detta di tutti e delle stesse fonti del Quirinale - ne è stato uno degli artefici più tenaci e autorevoli. Ma infuria la polemica sulla correttezza costituzionale della soluzione adottata. I costituzionalisti sono divisi, le forze politiche sono divise e così pure l'opinione pubblica.

In casi come questo ciascuno resta sulle proprie convinzioni con dovizia di contrapposti argomenti. Io, per me, come quidam de populo, sono del parere che il capo dello Stato ha trovato il modo di far passare per la cruna d'un ago il cammello della non processabilità del presidente del Consiglio per tutta la durata del suo mandato. Dirà poi la Corte costituzionale, se come sembra sarà investita del problema, la parola definitiva in materia.

Ma non m'inoltro in un dibattito di così specifica natura, per il quale mi manca la competenza e i cui termini sono del resto ampiamente noti. Piuttosto pongo due domande: è riuscito Ciampi a salvare l'onorabilità del presidente del Consiglio attraverso la legge sulla non processabilità? Quale prezzo ha dovuto pagare lo stesso Ciampi per ottenere quel risultato? Alla prima domanda rispondo: no, non è riuscito né poteva riuscirvi.

L'onorabilità del nostro "premier" è grandemente scemata da tempo a causa della sua pervicace condotta processuale che per un uomo investito di così alte responsabilità avrebbe dovuto essere improntata al criterio di ottenere al più presto possibile un chiaro pronunciamento giudiziario e non già, come invece ha con ogni espediente tentato, di allungare all'infinito e con infiniti quanto disdicevoli mezzi, la durata del processo per avvicinarlo alla scadenza dei termini di prescrizione.

Né poteva Ciampi cancellare la natura stessa di quel processo - corruzione in atti giudiziari - che in qualunque altro paese avrebbe indotto l'imputato a separare le proprie responsabilità dalla carica che rivestiva, anziché aggrapparsi ad essa con tutte le forze e tutti i mezzi.

L'esempio di Helmut Kohl, che abbandonò tutti gli incarichi Cdu nel momento in cui fu accusato non già di corruzione in atti giudiziari ma dell'assai meno grave reato di implicazione nel finanziamento illecito del suo partito, fornisce un modello efficace per la tutela dell'onorabilità di un uomo politico. A Helmut Kohl non fu offerto nessuno scudo di non processabilità: era, prima ancora che un problema giudiziario, un problema etico e quindi politico che l'ex Cancelliere ed il suo partito risolsero con criteri politici.

Del resto, entro breve tempo, il processo contro i coimputati del nostro "premier" dovrebbe arrivare a conclusione in primo grado; l'eventuale sentenza di condanna sarà sotto gli occhi di tutta l'opinione pubblica europea ed avrà inevitabilmente lo stesso effetto di immagine che avrebbe avuto se Berlusconi non fosse uscito dal processo per il rotto della cuffia. L'onorabilità del "premier" italiano e le sue credibilità e autorevolezza saranno quel che saranno dopo quell'eventuale sentenza, con l'aggravante d'un sotterfugio parlamentare perpetrato nel tentativo impossibile di nascondere un reato di quelle proporzioni.

Concludo su questo punto: il cammello della non processabilità è passato dalla cruna dell'ago, ma un'operazione così ardua non è servita a nulla, sicché è stato sostanzialmente inutile cimentarsi con essa. Diverso sarebbe stato se almeno la legge in questione avesse contemplato l'obbligo per gli imputati non processabili di sottoporsi immediatamente al processo non appena scaduto il loro mandato in corso, senza cercare ulteriore riparo concorrendo ad altra carica che comporti non processabilità. Una norma del genere, dando una data certa alla sospensione del processo, avrebbe fugato ogni dubbio sulla sua costituzionalità. In assenza di che il dubbio del vulnus al principio dell'eguaglianza di tutti i cittadini di fronte alla legge rimane e pesa.

E qui si pone la seconda domanda: quale prezzo ha pagato Ciampi?


Appartengo, da quando l'ho conosciuto, più di trent'anni fa, al novero dei suoi estimatori per l'integrità morale, il senso del dovere, il rispetto profondo per lo Stato e per le istituzioni. Ma non soltanto: anche per i cittadini, gli individui che dello Stato sono parte e, nel loro insieme, ne sono i sovrani con le loro speranze, i loro bisogni, le loro scelte.

Conosco quindi molto bene il suo scrupolo e la solitudine che comporta assumere decisioni che portano con loro ragioni valide ma anche contraddizioni palesi. Questa di aver sostenuto la non processabilità, aver posto limiti importanti alla legge come alcuni l'avrebbero voluta (penso all'estensione della norma ai ministri e ai coimputati); aver ritenuto corretta una legge ordinaria; essersi posto in contrasto con settori importanti della pubblica opinione, che tra l'altro annoverano i suoi più schietti sostenitori; ebbene, questa dev'essere stata una scelta che gli è costata molto di dover fare.

Certamente l'ha fatta non per proprio interesse, poiché non ne ha alcuno in merito a problemi di processabilità, ma ritenendo di tutelare l'interesse della nazione.

Temo però che in questo caso abbia commesso un errore poiché è partito da una valutazione degli uomini effettuata con il proprio metro. Ha probabilmente pensato che riportando un minimo di calma e di tregua nell'incandescente scontro politico, il nostro "premier" avrebbe avuto modo di considerare con maggior senso di responsabilità i suoi doveri e i suoi obiettivi di uomo di governo. Non ha tenuto conto del carattere di Silvio Berlusconi e più ancora della natura profonda del potere che ha conquistato e che tende ad allargare e a consolidare sfidando gli anni e i decenni, monopolizzando ogni strumento appropriato a manipolare il consenso, devastando gli istituti di garanzia a cominciare dalla stessa presidenza della Repubblica, dalla magistratura, dalla Corte Costituzionale e dalla Suprema Corte di Cassazione.

Sulla Stampa del 19 scorso il suo principale consigliere politico, Giuliano Ferrara, ha descritto e lodato quella che avevo chiamato in mio articolo di domenica scorsa la bulimia berlusconiana. Il ritratto che risulta dallo scritto di Ferrara ha qualche cosa di terrorizzante poiché descrive un potere totale senza limiti né regole. Parla anche del quadro internazionale per sostenere che Berlusconi mira a fare entrare la "sua" Italia nella ristretta oligarchia del potere mondiale che fa capo all'America di Bush.

Questa è l'Europa che noi vogliamo, scrive Ferrara, e se l'Europa non ci starà questa strada la percorreremo da soli.

Il quadro è raccapricciante. Credo che Ciampi conosca queste "tentazioni" dell'uomo che gli elettori portarono alla vittoria nel maggio di due anni fa.

Forse spera che prevalga una sua parte migliore e che la bulimia berlusconiana si attenui o addirittura scompaia. Mi permetto di dire che questo è l'errore: se Berlusconi non fosse quello che è non avrebbe vinto le partite che ha giocato negli affari come in politica, perciò continuerà così, rilanciando e sempre rilanciando. Forse, continuando a inoltrarsi su questo terreno, inciamperà e cadrà; oppure no, come si fa a predire il futuro? Personalmente credo che dopo questa controversa vicenda, il presidente della Repubblica debba deporre il metodo che gli è tanto caro e che ha dato anche alcuni risultati: il metodo, voglio dire, della moral suasion, dell'opera discreta di convincere a scegliere il meno peggio.

La moral suasion poteva valere all'inizio del governo berlusconiano. Dopo due anni e con ancora tre anni al compimento della legislatura, i compromessi al ribasso presentano un saldo netto negativo, tanto più in presenza d'una pubblica opinione che ha riscoperto il gusto di partecipare, di far sentire la propria voce e la propria forza.

La più alta magistratura costituzionale ha anche altri metodi per esercitare i suoi compiti: giudicare gli atti sottoposti al suo vaglio e alla sua firma senza influire preventivamente sulla loro formazione; approvarli se conformi alle regole, bocciarli se non conformi. Fa' quel che devi, accada quel che può, dice la più aurea massima dell'etica pubblica. Non spetta al Quirinale curare la bulimia politica di Berlusconi. Gli spetta invece di custodire il dettato costituzionale, difendere e rafforzare il sistema delle garanzie, portare allo scoperto i privilegi. Accada quel che può.

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DA - LA REPUBBLICA

 

Così pregano gli italiani
Religiosi sì, ma senza certezze


Siamo aperti ad altre confessioni
il 25% giudica verosimile la reincarnazione
di FABIO BORDIGNON

Cresce, tra gli italiani, l'importanza della dimensione religiosa, la maggioranza delle persone continua a definirsi cattolica, e appare contenuta la riduzione del numero di praticanti. Ma è un senso religioso diverso rispetto al passato: sempre più personalizzato, aperto verso l'esterno, che non vincola i comportamenti individuali alle indicazioni della Chiesa. E' quanto emerge da un'accurata indagine realizzata da Eurisko, per Repubblica, sul tema della religiosità in Italia.

L'87% degli intervistati afferma di riconoscersi nella religione cattolica: un dato sostanzialmente allineato rispetto a quello raccolto, nove anni fa, da una indagine dell'Università Cattolica di Milano. Le altre fedi continuano a giocare un ruolo marginale (5%), e i non credenti ammontano appena al 6%. Rimane elevato, allo stesso tempo, il numero dei praticanti. Quello degli assidui, di chi, cioè, si reca in Chiesa ogni domenica, si è contratto, negli ultimi vent'anni, di circa sette punti: dal 36 al 29%. Allo stesso tempo, altri comportamenti religiosi fanno registrare percentuali piuttosto alte: il 56% segue, in tv, programmi con contenuto religioso; un terzo delle persone ha consultato, nel corso dell'ultimo anno, libri o riviste della stessa natura (35%), e una quota appena inferiore ha letto la Bibbia oppure il Vangelo (32%). Ma a colpire è soprattutto il dato sull'importanza attribuita alla religione.

Ben il 23% la ritiene fondamentale per la propria vita, un altro 38% la valuta comunque importante: due dati che, sommati assieme, fanno segnare un incremento di ben 16 punti percentuali rispetto al '94. Si allarga, parallelamente, anche il ricorso alla preghiera. Ben il 50% degli italiani dichiara di pregare una o più volte al giorno, e, anche in questo caso, l'impennata rispetto alla precedente indagine appare consistente (+10%). L'atto della preghiera assume, tuttavia, una connotazione utilitarista, se consideriamo che i tre quarti di chi vi ricorre lo fa (anche) per ottenere grazie o benefici materiali tra questi, peraltro, il 78% afferma di avere ottenuto risultati concreti. Più in generale, la crescita del senso religioso tende ad abbinarsi, in misura crescente, ad una sua declinazione in termini soggettivi e flessibili.

L'indagine offre numerosi indizi in questo senso. Innanzitutto, una porzione non trascurabile di intervistati manifesta perplessità su alcune verità di fede. Se in relazione ad alcune di esse, come la resurrezione di Cristo, si osserva un grado significativo di adesione, altre paiono sollevare maggiori dubbi. Più di quattro persone su dieci non sono convinte dell'esistenza di una vita dopo la morte (42%, il 27% tra i praticanti assidui), anche se gli atteggiamenti divergono rispetto alle diverse "dimensioni" dell'Aldilà: il 66% crede, infatti, nel paradiso, ma solo il 50% nell'inferno. Quasi il 60%, infine, esprime dei dubbi circa l'infallibilità del Papa (un dato che si ferma al 42% tra i praticanti assidui, ma rimane poco lontano da quello medio tra i saltuari). A questo tipo di credenze, inoltre, tendono ad affiancarsene altre, di tipo non "ortodosso", legate alla sfera dell'occulto: il 17% crede nell'astrologia (e quasi quattro intervistati su dieci le attribuiscono un qualche fondamento); due su cinque credono nel malocchio (19%), il 17% che alcune persone possano comunicare con i morti. A trovare un certo credito sono anche credenze tipiche di altre religioni (ed estranee a quella cristiana): il 25%, per esempio, giudica verosimili le teorie sulla reincarnazione.

Significativo, in generale, è il grado di apertura verso altre confessioni, tanto che due persone su tre giungono ad affermare che tutte le religioni "si riferiscono allo stesso Dio". Per questo motivo, se il 68% ritiene giusto inserire il riferimento alle radici cristiane nella futura costituzione europea, il 38% chiede che ciò venga fatto "nel rispetto delle altre religioni". Un ulteriore elemento che segnala l'affermarsi di una visione sempre più "privata" e individuale dell'esperienza religiosa riguarda gli insegnamenti della Chiesa.

Se un quarto delle persone interpellate ritiene importanti le indicazioni della Chiesa in materia di valori, famiglia e moralità, ben il 58% si limita ad affermarne l'utilità, lasciando poi alle coscienze individuali il compito di orientare le scelte delle persone (va sottolineato come tale orientamento sia condiviso dalla metà dei praticanti assidui).

 

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DA - L'UNITA' L'INTERVISTA A MASSIMO D'ALEMA.

 

Vi racconto l'Iraq che ho visto



Massimo D'Alema è appena tornato da Baghdad dove alla guida di una delegazione dell'Internazionale socialista ha incontrato i dirigenti della ex-opposizione irachena. Gli chiediamo una valutazione sull'esito della missione.

 


In questi giorni sei stato testimone della situazione drammatica e paradossale in cui si trova l'Iraq: la guerra è finita, eppure ancora si spara e si uccide. Che impressione hai ricavato?

 


«Paradossale non so. Drammatica certo. È un paese in cui di colpo è venuta meno ogni autorità. Baghdad ha 4 milioni di abitanti con enormi problemi di sopravvivenza. Non si raccoglie più l'immondizia, le macerie sono ovunque, ogni tanto manca la luce e le scorte di cibo marciscono nei frigoriferi spenti. Chi si aspettava la libertà, la democrazia, il benessere, la felicità universale oggi si sente deluso. Poi c'è anche chi, legato al vecchio regime, reagisce e tenta di riorganizzarsi. Qui vedo errori madornali commessi dagli americani. Ad esempio lo scioglimento dell'esercito. Come dire la bellezza di quattrocentomila persone, molte delle quali ora si ritrovano disoccupate ed umiliate. Situazione pericolosa, visto che una parte di costoro ha conservato le armi. Poi c'è la debaathizzazione della società. Una scelta comprensibile, purché sia attuata con saggezza. Ricordiamoci che quello di Saddam era un regime di massa, con una sua base di sostegno abbastanza ampia. Il Baath aveva centinaia di migliaia di iscritti. Non possono essere tutti emarginati indiscriminatamente. Insomma, c'è una parte della popolazione che si sente direttamente colpita e prova un senso di frustrazione. Un'altra che è preoccupata perché non si sente sufficientemente protagonista dei cambiamenti in atto, e vede tradite le promesse di autogoverno».

 


Veniamo alla ragione del viaggio: incontrare assieme a una delegazione dell'Internazionale socialista (Is) i partiti e i movimenti dell'ex-opposizione in vista di una conferenza sul futuro democratico dell'Iraq che l'Is conta di ospitare a Roma in luglio. Missione compiuta?

 


«Direi di sì. Abbiamo ricevuto una grande accoglienza. La nostra era la prima missione politica del dopo-Saddam, ed è stato notato con soddisfazione dai nostri interlocutori il fatto che noi fossimo lì non ospiti della coalizione anglo-americana, ma delle forze politiche irachene, e in particolare dell'Unione patriottica del Kurdistan (Upk) che fa parte dell'Is. Già la prima sera abbiamo partecipato ad un ricevimento e preso contatto con 52 diverse realtà politiche, religiose, singoli intellettuali. La televisione locale ne ha mostrato le immagini. È stato insomma un evento. Verso di noi abbiamo notato grande interesse e una massima disponibilità a venire a Roma per la conferenza, ostacoli tecnici a parte (ad esempio il nullaosta americano). Questo vale non soltanto per i gruppi di orientamento progressista, ma anche ad esempio per lo Sciri (Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq), cioè il partito sciita più vicino al regime iraniano. Informalmente, nei locali della Delegazione diplomatica italiana, abbiamo anche incontrato membri dell'autorità della coalizione, in particolare il rappresentante inglese Sower, ex-consigliere diplomatico di Tony Blair».

 


Tra i vari partiti nemici della dittatura, prima della guerra c'erano divergenze sull'opportunità e i modi dell'intervento armato. Oggi le posizioni sembrano ravvicinarsi nel segno di una critica al modo in cui gli Usa stanno gestendo il dopo-Saddam. È così?

 


«Sulla guerra quelle divergenze restano. Sciiti e comunisti ad esempio restano dell'idea che sia stata uno sbaglio. Altri pensano che gli Usa abbiano avuto comunque il grande merito di liberarli. Io non ho cambiato opinione, ma certo, vista da vicina, la dittatura di Saddam appare come un libro ancora tutto da scrivere, di inimmaginabili orrori. Comunque, il tema ora è un altro. Alcuni dei nostri interlocutori sostengono questa tesi: gli americani hanno fatto quello che dovevano, è meglio che restino altrimenti sarebbe il caos, però ora bisogna costruire una democrazia e a questo scopo l'Europa può aiutarci più degli Usa. I più avveduti infatti sono critici verso gli americani, che non mantengono l'impegno all'autogoverno iracheno. Vorrebbero che un organismo ad interim iracheno affiancasse la coalizione nella gestione del potere. Io credo che gli americani ne trarrebbero essi stessi vantaggio. Faccio un esempio. È difficile per loro garantire la sicurezza. I check-point, i presidi stradali, sono affidati a soldati pesantemente armati, che non hanno alcuna esperienza di ordine pubblico, sicurezza urbana. Quando un corteo di disperati si mette a tirare sassi, loro sanno solo fare due cose: sparare o scappare. Poiché scappare non possono, sparano. È già accaduto più volte, anche a Baghdad durante la nostra permanenza».

 


Cronisti e analisti politici segnalano due tipi di pericoli incombenti. La situazione sfugge di mano agli americani e degenera in una guerra di tutti contro tutti, arabi contro curdi, sunniti contro sciiti. Oppure si precipita verso una nuova oppressione, non più baathista ma teocratica, di stampo sunnita o sciita. Timori esagerati?

 


«Sono rischi reali. Sinora però lo sforzo delle principali forze politiche muove da una piattaforma comune. Vogliono rapidamente essere associati alla gestione del potere, e sanno che possono riuscirci solo se restano uniti. C'è una guerriglia anti-americana, ma a quanto ci hanno spiegato è condotta da gruppi legati al vecchio regime. Ex-militari, funzionari di partito, e anche estremisti sunniti. La cosa è solo apparentemente contraddittoria, perché il regime baathista aveva le sue roccaforti proprio negli ambienti sunniti. E infatti non ci sono azioni armate contro gli americani né nel nord curdo né nel sud sciita. L'area di instabilità si trova fra Baghdad e Tikrit, dove Saddam aveva il maggiore sostegno, una zona tradizionalmente sunnita. Fra i curdi, dopo l'accordo fra l'Upk e i democratici di Barzani, c'è armonia, e tutti assicurano che vogliono autonomia federale ma nell'ambito di un Iraq unito. Quanto agli sciiti, Adil Abdul Mahadi, consigliere politico di Hakim, capo dello Sciri, ha quasi ostentatamente insistito sulla necessità di un Iraq multireligioso e pluralista, assicurando che il loro obiettivo non è fare come in Iran. Reggerà tutto ciò. Non lo so. E proprio per questo è importante che non vada perso questo spirito costituente, questo clima da Cln. È questo il momento in cui vanno aiutati e incoraggiati. La nostra missione aveva questo scopo. È importante che le nuove forze politiche irachene non abbiano rapporti solo con gli occupanti, ma sentano intorno a sé una solidarietà internazionale più ampia».

 


L'Onu può ancora fare qualcosa?

 


«Sicuramente. Oil for food è ancora adesso il principale sostegno economico del paese. Ma scade il 25 novembre ed è impensabile che prima di allora l'Iraq sia già in grado di provvedere ai propri bisogni. Il cinquanta per cento degli abitanti sono disoccupati, e c'è un diffuso timore per l'impatto sociale negativo che potrebbe avere un programma di privatizzazioni selvagge eventualmente decise dall'autorità americana in loco. Servono invece trasformazioni graduali. L'Iraq è un paese potenzialmente ricco. Una risorsa fondamentale, oltre al petrolio, è l'acqua. I partiti iracheni vogliono tornare il più presto possibile ad essere padroni in casa loro. Qui sta il maggior punto di frizione con gli Stati Uniti, che sono riusciti a far passare all'Onu una versione riduttiva della partecipazione irachena al potere: non governo provvisorio, ma amministrazione ad interim».

 


Ecco, l'impressione è che Bush dopo avere escluso l'Onu dalla gestione della crisi, ora voglia quasi escludere gli iracheni dalla gestione dell'Iraq? Si può arginare in qualche modo questa ostinazione recidiva?

 


«Innanzitutto sarebbe sbagliato dire agli americani: avete voluto fare la guerra, ora arrangiatevi. No, proprio noi che siamo stati contrari all'attacco, siamo venuti a Baghdad per testimoniare che ci sta a cuore il futuro democratico del paese. L'Italia può fare cose utili. Non inviando soldati a partecipare ad un'occupazione illegittima, ma fornendo aiuto umanitario e appoggio alla ricostruzione. Del resto credo che gli Usa comincino a rendersi conto che rischiano di impantanarsi, che lo stillicidio di attentati e imboscate è più difficile da affrontare che non la guerra, dove la loro supremazia era soverchiante. Per ora hanno contro di sé solo una minoranza di elementi pro-Saddam. Ma se rompessero con gli sciiti o con i curdi, per loro la situazione diventerebbe ingestibile. Dobbiamo aiutare gli americani a correggere i propri errori. La conferenza che l'Internazionale socialista organizzerà a Roma servirà anche a questo».

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