GIUSTINO DE SANTIS BREVE FLORILEGIO CRITICO

GIUSTINO DE SANTIS

BREVE FLORILEGIO CRITICO

"Giustino De Santis vincendo la problematica della perfezione, la verità emotiva delle sensazioni unitamente alle reazioni immediate del proprio istinto, e per la tendenza a una intrinseca immobilità di tema e forma artistica insegue un intento di semplicità assoluta replicando il suo sforzo fino a sembrare privo di estro e di capacità inventive, ma in realtà inoltrandosi nel dominio dei repertori visivi e di prerogative pittoriche realizza oggetti del quotidiano, concedendo forza di espressione a ciò che il suo occhio vede, facendoli apparire come prodotti di una armoniosa fusione di colori e di una felice distribuzione del modulo: un "transfert" dell’oggetto del presente come modello già tutto realizzato. Modulo costruito con gusto severo, dalla forma geometrica, in una fermezza d’impianto che conferisce all’opera valore monumentale, mentre la composizione si svolge con poco ritmo ma in una unità serrata nella durezza della materia. Materia che appare ora tesa ora increspata come antiche lacerazioni che si riaprono, mentre al di là delle frangiature appare ed emerge il fondo con il suo impasto forte ed i suoi colori possenti. In questo non è difficile leggere il desiderio che motiva il suo sforzo d’immaginazione terribilmente inquietante e insieme fortemente teso a cogliere il contenuto reale o la verità di una situazione come sottili trasposizioni mentali di un sempre senza fine, di una vita senza respiro che obbliga l’uomo ad una ripetizione infinita di gesti, ad una monotonia d’azione. Ed è particolarmente interessante il modo in cui, analogamente, De Santis, concepisce la derivazione, cioè l’elemento come oggetti del nostro mondo reso meccanico, ripetitivo fino all’ossessione ma con il massimo possibile di originalità e di individualità in quanto innova e inventa componendo una moltitudine di oggetti e/o folla nella loro intuibile essenza di forma astratta sulla verità di un’esperienza visiva ed emozionale.

E’ caratteristica in De Santis la consapevolezza, la sua parte orgogliosa, l’interpretare le cose del mondo scostandosi nettamente dalla realtà visiva attratto con impetuosa emozione verso una sorta di ordine rigoroso della natura; di combinare e concentrare in modo da esprimere con il colore non più attraverso la mediazione di figure semplificatrici, l’inizio della vita. E non si può parlare di insincerità da parte di Giustino De Santis e né si può mettere in dubbio la sua vocazione che affronta con profonda e sincera religiosità pittorica interessato com’è agli oggetti e alle particolari relazioni che con le sue intuizioni riesce a cogliere. E questo interesse preminente sugli oggetti in rapporto con il mondo è sempre rivolto all’uomo con i suoi limiti e il modo di servirsi della sua ragione. Si deve anche osservare che la creazione di cerchi digradanti al posto degli oggetti e/o folla, diventa mezzo a costruire un pensiero che l’artista ritiene un fatto essenziale perchè esce dalla convenzione di ritrarre cose condizionanti l’agire. Di ciò De Santis ha coscienza piena a disciplinare, sul singolo modulo che si ripete e si moltiplica, la nobiltà cangiante del suo colore in un ordito semplice e unitario che sottolinea la sua personalità e la forza con cui esprime il suo ardore di nuovo e di vecchio, che danno all’opera una sensazione piacevole al di là delle giustificazioni che possono essere escogitate."

Gaetano Maria BONIFATI, Catalogo - Roma 1980

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…"L’ossessiva iterazione di nuclei cellulari granulosi, ingranditi macroscopicamente, orientano l’ordine e la simmetria di una geometria proteiforme e astratta verso l’emozionalità e il mistero della vita embrionale, avvolta nella sfavillante cromia del citoplasma pittorico".

Luigi TALLARICO, in "Il Secolo d’Italia" – 14 gennaio 1981

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"Non è raro il caso di artisti che, dalle prime esperienze pittoriche di impronta figurativa, passino a forme d’arte non figurale, con propensione, addirittura, verso espressioni assolute che ambiscono ad una netta strutturazione compositiva. Meno frequente è, però, l’evenienza che, da una espressività di contenuto discorsivo, ben definita, che si potrebbe persino qualificare paradigmatica di una certa figurazione, si pervenga ad un precipuo linguaggio che, senza farsi necessariamente mutuatario del segno significativo, si avvale non pertanto di tracciati segnici, ma solo per rimandare ad un quesito logico o scientifico o d’ordine esistenziale o d’altra portata.

Trattasi di soluzioni estetiche portatrici di un interesse metaforico verso la natura, gli oggetti, le azioni, le sensazioni; esse danno luogo a rappresentazioni noetiche che, in una operazione di tipo concettuale, suscitano immagini correlate ad essenze vitali ovvero mettono in luce situazioni, che possono anche trovare riscontro in vicende, ma solitamente sono di incentivo per lo spettatore alla creazione, in un rapporto che è di azione o ripetizione o reazione.

Si versa, a ben discernere, in forme in cui all’impatto percettivo, non solo visivamente inteso, in ragione dei diversificati intendimenti, può persino derivarne una individualizzazione degenerativa in conseguenza di soggettive speculazioni visivo-verbali del riguardante occasionale. Epperò, da una appropriata angolazione, non è difficile una più consona esegesi all’accorto osservatore al quale non sfugge che costante fattore discernitivo, nei lavori di Giustino De Santis, è il caratteristico "anoggettuale" degli stessi, riluttante a dare delle cose l’aspetto iconico e perciò indifferente ai relativi effetti estetizzanti; in questi lavori le cose entrano, invero, nella trattazione in quanto esistenze "senza materia" la cui rilevanza è esclusivamente ancorata all’attivazione conferitale nel contesto anche in forza dei segnali grafo-cromatici.

In una dimensionalità extra-euclidea, i colori, diffusi nell’impiantito senza recessi ma anche senza irruzioni violente localizzate, si caricano di una potenzialità che non si limita ad una funzione completiva del segno e non sono quindi presi a prestito semplicemente per concludere lo svolgimento grafico; essi compongono e sostanziano la strutturazione complessiva e persino assumono valore di nota nelle correlazioni tra parti nucleate, con funzione di comunicazione tra zone e di ideale continuità spaziale, infrangendo, con la loro presenza, i limiti volumetrici che fanno eco al segno in assoluto e partecipando il senso dell’indefinito insito nelle contrappuntate superfici circoscritte, le quali, vibranti di esoterica sostanza, spingono il pensiero oltre ogni vincolo di tempo."

Giuseppe MASI, in "Oggi Sud" – 11 maggio 1981

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"La pittura di Giustino De Santis che in questa scelta appare in tutto l’arco del suo sviluppo, si presenta con un avvio marcatissimo nel sensibile (legato cioè alla esperienza impressionista dei ‘particolari’ di natura, estrapolati dai loro contesti e con un arrivo nella costruzione ‘mentale’, in una coerenza di temi e di modi encomiabile. E se non si può certo definire l’artista un pittore che sposi tout court questa o quella tendenza d’oggi o che operi con la nostalgia di alcune passate (per esempio l’"astratto concreto", l’ "informale") Giustino De Santis avverte vitali problematiche in una fascia media, di conservatore illuminato. Il cammino suo comincia, si potrebbe dire, da le ‘ninfee’ di Monet, ma arriva a certe intuizioni grafiche del post informale, ai cerchi colorati e di natura di Corneille.

Si guardino, intanto, le opere di taglio piccolo, eseguite nella prima fase della sua ricerca, con pastelli ad olio, in quale fragranza di notazioni siano articolati. E’ un primo momento "di natura" dove le formulazioni dei grandi maestri espressionisti si distaccano, isolandosi nello spazio della carta, diventano cellule al microscopio, oblò su azzurri marini, spaccati autunnali di malli, di tronchi, orizzonti su cui si affacciano lune vegetali, in quella tipica forma rotonda a corolle sovrapposte, iridescenti, una somma di cromie fra materie e solventi, amalgama sicuro, raggiunto con felice istinto. Molte di queste piccole immagini, in tondi o riquadri allungati in senso verticale o orizzontale, sono le schegge di una composizione che verrà di maggior mole e complessità, magari, col sacrificio, talvolta, del primario rapimento. Qui, nelle miniature, quasi di isole o peripli inventariati con l’unica bussola del gesto, le carte lisce, marmate, che Giustino adopera, non lasciano l’immagine dentro una pelle di vetro; le rampollanti sensitive apparizioni fanno tessuto pittorico, il segno si intride nella macchia in una tenue tessitura di bianchi, si colora nei bordi di una "florealità", pur non limitando il "racconto" così realizzato, a un fatto di gioco o di pura evasione. Fa pensare al fruitore, di generazioni, di metamorfosi tra foglia e fiore, tra magma e organismo, senza per questo distoglierlo dalla contemplazione del fenomeno di natura, con tutto il sangue di pittura che occorre. Si può dire che in questi assaggi sia in nuce tutto il De Santis futuro, nel fiorire, nel crescere della cosa organica dentro lo spazio, nel tendere di questa cosa, creata a mezzavia tra immaginazione e realtà, - fiore, frutto, elemento, seme, cellula – a un processo di espansione. Un fatto è certo, che le moltiplicazioni dei cerchi di natura (dal pittore chiamati per l’addietro "moltitudini") gli accozzi e le calamitazioni di queste "ninfee" da leggersi in parete, avvengono in virtù di un contagio cromatico, di iridescenze e di aperture, di corolla a corolla, insomma in virtù di un processo interno alla pittura e non per schemi e per costruzioni soltanto mentali.

Talvolta nelle opere di taglio piccolo della sua prima maniera le monocromie – negli azzurri, nei verdi, nei rossi – sembrano la chiave dell’immagine ("Germinazione verde"). Più, dunque, l’ora, la stagione del fenomeno, che il fenomeno stesso ("Rossi"). Dicevo che Giustino De Santis non mentalizza in questa fase, lascia al gesto una sua autonomia, senza peraltro abbandonarlo a se stesso. Infatti egli sa sempre quel che vuole; l’estro e la sintesi, l’impegno a rendere l’opera secondo le regole si fonde con la felicità della sorpresa. Come in un altro pezzo delizioso "Scoperto", dove un seme o frutto dimezzato, scopre, appunto, il suo sangue, vicino ad altri elementi chiusi da uno strato, o petrigno o vegetale, e come in "Nascita e luce" contrappunto di grigi e aurati dentro le forme di un microscopio.

Un secondo momento appresso a questo di vera grazia, che è presente nella scelta da me fatta, è quello dei medesimi tempi e con le stesse materie, in una dimensione più grande, di "quadro". E devo dire che l’operazione regge, perché non si tratta di un meccanico "ingrandimento". Le singole composizioni già si muovono nell’ordine di una maggiore astrazione, oltre le ninfee e verso un tipo di figurazione polivalente affidata al segno, ai contorni, alle sagome; il modulo puramente sensibile, tutti di pittura, sta trasformandosi in un modulo di meditata evocazione, il margine di autonomia delle singole "unità" che si fanno moltitudine cresce, non per via gestuale soltanto, ma per una organizzazione dei quanti tra loro.

Ma non vorrei leggere questa fase di Giustino De Santis col metro dei risultati di quelle successive. Per ora mi limiterò a constatare la "tenuta" delle immagini di natura. Si precisano le stagioni, gli spazi naturali, già talune "cellule" fanno paesaggio come in "Autunnale" o danno un equivalente, per esempio, della primavera, in "Gemme di natura"; oppure osserverò come i singoli cerchi crescano in uno spazio segmentato di pennellate col ritmo vorticante dell’ultimo Van Googh ("Agglomero").

Sono opere queste e tutte insieme di Giustino De Santis, che, mentre possono essere mescolate senza eccessiva frizione, - sempre riconoscibili, a primo acchito, di mano del pittore -, ritrovando ciascuna, in un baricentro di fisionomie, il loro collocamento nel tempo, è difficile non coglierne il momento dell’esecuzione: si distinguono per parentele, per tribù, per cromie, per maggiore o minore rarefazione dell’impasto. E’ il caso di tutto il gruppo dei quadri di taglio medio grande, dentro uno spazio tessuto, sonoro, spazio che diventa strutturale alle cose inventariate. Queste cellule acquistano ora non soltanto maggiore sonorità e solidità, ma il delicato e variegato splendore cromatico di prima, qui si semplifica, tende a realizzarsi o per via di monocromie, o di contrappunti di due o tre gemme, come in "Tensione", nei rossi bruni o "Aggregazione", dove nelle singole forme vibra un rosa variegato nei bianchi d’argento, vivido taglio su cose inorganiche (sassi in elemento più leggero, aria, acqua) e "Crescita azzurra".

In "Sottobosco e "Sottobosco grande" si assiste a una specie di proliferazione di schegge o quanti, a fare "arcipelago". Non inganni il ripetersi, quasi ossessivo del tema, questa ricorrenza delle gemme che si aprono e si allineano, che si contrastano nella pur dominata finestra dell’esistente. Più che di ripetitura, si può parlare di ispirazione della reiterazione, più che di racconto monocorde, di permanenza nell’area astratta, non antropomorfica, non umanistica, nel senso di escludere l’uomo al centro del quadro.

La fase più recente dell’arte del pittore è quella in cui di proposito rinuncia ai suoi risultai pittorici, per entrare in una costruzione più grafica, in una stesura piatta del colore, epidermica, elementare; sono le non pitture degli Schifano e dei Kounellis prima maniera, dove il contestare la pittura nella sua forma tradizionale era un cercare una pittura diversa, non compiaciuta di sé, magra e scattante verso i concetti, una specie di dramma di officina assurto a personaggio dei quadri.

Entrando più da vicino nelle opere ultime di Giustino De Santis noterò intanto che i fondi assumono strutture di segni, fitti, labirintici, le forme diventano araldiche; ma se il tessuto cromatico, come ho accennato, resta più epidermico che nelle passate evocazioni pittoriche (ieri in qualche pezzo, fino al pittoresco) oggi si avvantaggia la concezione delle singole opere, le forme di natura si riconoscono create dentro uno spazio mentale e, a ben vedere, sono anche loro mentalizzate, come se dal contesto esistenziale l’artista avesse puntato su quelle grandi forme a cerchio, incorollate, per mezzo di un ingrandimento lenticolare; ma anziché fortificare i dettagli in una grana maggiore, in una più densa superficie, ne avesse filtrato l’essenziale.

I "cerchi" che io non rinuncerei a vedere sub specie vegetale – anche se il ricordo del fiore o del frutto, del seme o del mallo qui non è obbligante, direi soltanto legato a simpatie, ad analogie – paiono costretti e come incapsulati dentro uno spazio solidificato, reso anch’esso costruzione. E, a tal proposito, devo dire che l’artista dà una grande importanza a ciò che porta, come fondo, le cose presentate: uno spazio o piano, ricco di segni, in un continuum anti atmosferico, quasi nella preoccupazione di non lasciar troppo cantare, in una melodia tutta pittorica, - in questo teatro, invece, astratto – quei quanti, o individui organici.

In questa dimensione e consapevolezza sono i dipinti che portano il titolo "Araldo verde", "Ricordo delle ninfee" e il perfetto "Corolle del cielo", calibrato dentro una misura di rombo. Val la pena di ricordare che qui la natura esiste, sì, ma come tenuta in castigo da una vis di volontaria rarefazione, tappa che, se non ci fosse stata, bisognava inventarla, come l’indispensabile meditazione dell’artista sul cammino che sta percorrendo e continuerà a percorrere: da una immagine sostanzialmente "fisica" a una immagine confortata dalla mente. Mi riferisco in modo particolare alla trilogia – da leggersi però partitamene del "Grande autunnale", "Vitale I" e "Vitale II", dove il segno bianco, che fa quasi trina, i neri piatti a contorno dei singoli bugni o sezione di semi o malli, le sagome a stemma, esprimono una sintesi felice dell’iter di un artista che riflette sulla sua pittura. Forse dovrà tornare su di essa con minore senso critico, con minore "diffidenza", ma è un fatto importante che egli sia arrivato ad una decantazione grafico araldica del tutto pittura. Ne è la prova "Grande autunnale" il quadro di maggiori dimensioni della scelta, fra gli ultimi eseguiti, assai azzeccato nel tono, fra bianchi, verdi e neri e in ottimo equilibrio fra cuore e mente, progettazione e fantasia, quasi che lo schema compositivo, tutto costruito, non abbandonasse, dopo tutto, la qualità della tavolozza, fosse specchio portante di tante fisionomie della natura, riconoscibili, ma condotte alle loro sembianze interiori."

Marcello VENTUROLI, Catalogo – Roma 1982

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"Si è inaugurata presso la Galleria "Porto di Ripetta" una originale mostra del giovane pittore abruzzese Giustino De Santis.

Sono esposte opere di grandi e medie dimensioni ed un gruppo di tempere, disegni ed acquerelli che dimostrano ampiamente le doti e le capacità dell’artista.

La bella ed acuta presentazione al Catalogo è di Marcello Venturoli."

"Il Messaggero" – 10 dicembre 1982

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" Le venti opere dipinte da Giustino De Santis, raccolte nella personale alla galleria "Porto di Ripetta", documentano la forte personalità del pittore abruzzese, che Marcello Venturoli ha presentato al catalogo in modo ampiamente convincente.

"Giustino De Santis avverte vitali problematiche in una fascia media di conservatore illuminato. Il cammino suo comincia, si potrebbe dire, da "Le ninfee" di Monet, ma arriva a certe intuizioni grafiche del post-informale, ai cerchi colorati e di natura di Corbeille".

Ed ancora "…ne è la prova "Grande autunnale", il quadro di maggiori dimensioni, fra gli ultimi eseguiti, assai azzeccato nel tono fra bianchi verdi e neri e in ottimo equilibrio fra cuore e mente, progettazione e fantasia…".

Ne risulta pertanto una mostra nuova nella tematica e convincente nelle esecuzioni, alle quali il pubblico numerosissimo ha riconosciuto larghi consensi".

"Paese sera" – 11 dicembre 1982

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"Della ricca e interessante rassegna, va soprattutto segnalata l’opera "Grande autunnale" dalla quale emergono le qualità inventive e personalissime di Giustino De Santis; pittura che prelude ad ulteriori, notevoli e interessanti sviluppi:

La tematica dell’artista è attuale e si può senz’altro collocare nell’ambito della più avanzata pittura europea di oggi:"

Willy POCINO, in "Lazio ieri e oggi" – gennaio 1983

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"Conservatore illuminato" è la felice espressione con la quale Marcello Venturoli definisce e inquadra – nella mostra ospitata dalla Galleria "Teorema" – Giustino De Santis, pittore abruzzese operante a Roma.

Nella pittura di De Santis le immagini affondano le origini nell’ampia gamma delle situazioni offerte dalla natura.

L’artista dà la sensazione di aver operato sull’oggetto prima di riproporlo; probabilmente per carpirne gli aspetti non avvertibili normalmente, per coglierne gli interni, quasi ad affondare l’indagine nei momenti magici e segreti della evoluzione. Rappresentando successivamente i risultati della ricerca, egli ama fornircene gli schemi idealizzati aggregandoli secondo sintattiche tradizionali. In tal modo la riunione degli "spaccati" (di tronco, di una pietra, semipreziosa, di un mallo) si esprime, più che con uno stile, direi con un atteggiamento floreale."

Tommaso PALOSCIA, in "La Nazione" – 7 dicembre 1984

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"La vitalità di un pittore si misura anche dal modo col quale, dopo i suoi quadri o durante, egli esegue le stampe, mai, se vitale, una semplice proiezione conservativa delle opere ad olio, ma uno sviluppo, una iperbole, nel caso di Giustino De Santis (artista da me seguito con passione fin dai suoi inizi) di tutta la sua visione del mondo, quel guardare fra scienza e sogno la natura nel suo interiore, far scattare come emblemi, sezioni di semi, malli, conflagare e calamitare immense cellule organiche in spazi che sembrano attinti a quelli della Genesi.

Nelle acqueforti e acquetinte generosamente grandeggianti il pittore esprime di quelle sue invenzioni su tela una sorta di levitazione, il suo gesto di fantasia si inciela al punto da far perdere alle forme il peso della materia e l’incidenza della cromia, per acquistare una diversa croccanza, tutta del segno.

Già nella sua mostra personale romana festeggiai splendidi disegni, dove il bianco ed il nero restava sul cartoncino candente come una sinopia dell’anima, la semplificazione dell’immagine quanto a cromie e spessori non sottraeva quel trepido intreccio di segni nei fondi, quegli aloni nitidamente delimitati dal bianco del foglio entro bordure o ciglia di filamenti, che erano poi la somma, anche, del suo primo far pittorico, tutto affidato alla notazione sensibile della natura, senza per altro – in quei disegni - calcare né tanto né poco sul fatto naturalistico.

Nelle acqueforti e nelle acquetinte della cartella si assiste a un felice blow up dei disegni, le forme allacciate a una lastra speculare, tessono piani gremiti, spazi, campiture tra l’argento e il merletto, sinfonie di grigi – che sono poi le diverse linfe di questi soli-semi, malli-incendi – sono raggiunte con "note" ciascuna precisata nel suo registro, per la maniera felice, sempre varia, di "colorire" con punti, aste, grovigli, nerofumi di silouettes astratte, i singoli "episodi" della lastra.

A queste dimensioni Giustino De Santis raggiunge per altra via da quella pittorica il senso di un paesaggio di cellule che ha tentato con successo nella sua recente personale. E’ dunque una riprova e insieme una verifica di quanto il prestigioso artista ha saputo fare fin qui e di quanto sia coerente e personale il suo cammino."

Marcello VANTUROLI, Roma 1984

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"Su questa traccia si colloca l’abruzzese Giustino De Santis, nato a Cansano nel 1942, ma al tempo stesso, allargandosi al di là del sentimento e più propenso a una pittura formata di unita cellulari che sono sostanzialmente concepite come modelli dell’interagire tra spazio visivo e modulazione pittorica.

La forma che assume e corrode, qui, i piani dello sfondo si autoconcepisce come terreno di fertilità materica, nel germogliare di una struttura che riempie, invade e penetra i segmenti della ricchezza segnica. Una ricchezza che non si esprime nella varietà e nella dissonanza, ma piuttosto nella negazione della promiscuità dei toni, nella contraddittorietà numerica dei sezionamenti modulari, e ancora nelle assonanze discrepanti dei soggetti assimilati a organismi della molteplicità; pur se questa è nei fatti ricondotta a ripetersi, è pur sempre un atto pittorico teso a riportare il mezzo di contatto con il contrasto della materia cruda del colore e dello spazio delle superfici del quadro. Questo è, nella realtà, campo racchiuso, unità visiva che nega la sua estensione già nel momento del riconoscersi come parte di un campo molto più vasto che non può rivestire confini. L’estensione nell’elemento stesso del "quanto" vive dell’esperienza singolare che assume connotandosi alla propria morfologia e al colore che la determina come organicità espressiva.

Nei "Quanti di natura" dove le forme si confrontano in un gioco delle dimensioni duale tra materia e superbie, solido e liquido, come linfa che l’attraversa aprendo un varco nella epidermide spessa e fitta, e tutti gli elementi formali autonomi concorrono a cercare e simulare un paesaggio naturalistico, il verde intenso, bruciante e immediato nella pennellata, il contrasto appena uniforme dei contorni tra esterno e interno, l’atmosfera magica di un divenire che impregna la pittura di un odore veemente di foresta in movimento.

Da un accenno dell’artista che getta un seme, un’idea sensitiva, prende corpo un intero universo naturalistico che è sensazione impressa, fotografata, di una dimensione soggettiva. E’ quindi, lo strumento della ricerca pittorica a determinare i moduli come supporti da dominare e giocare nell’esperienza artistica che si rileva sempre contrapposta al soggetto univoco della creazione.

In "Blu" l’astrazione esplode divampando ed annientando i circoli cellulari, qui, tutto è materia allo stato organico dell’origine, massa compatta e corporea dell’eterea presenza gassosa, una vitalità incontenibile, non plasmabile che estende il furore al di là e al di qua della superficie che riempie.

La ricerca di De Santis, sotto alcuni aspetti, può sembrare prossima a quella di Leopold Stolba ma, qui, gli attimi sono impulsivi, dirompenti rispetto ad una ricorsività studiata, ricercata del "quanto", sono legittimi per il pittore solo in quanto consapevolezza sfuggente, assenze temporali necessarie alla continuità discorsiva del percorso artistico che si compie in esperienze, lì dove la costruttività segnica si lega indissolubilmente alla percezione dell’oggetto come oggetto del mondo, parte di esso e non sua semplice estrapolazione artistica come operazione intellettuale.

Questa evidenza è sottolineata da De Santis in tutta la sua opera come temperamento e carattere della forma che denota trasparenze e vicissitudini di una carica sensitiva notevole, attraverso una pittura che non è affatto sensitiva bensì molto netta e ordinata verso criteri sostanziati da una ricerca verso la "forma" in quanto inizio e fine della pittura. Che cosa è l’informale se non il compimento ultimo, definitivo della forma in quanto tensione al mutamento, o meglio ancora quale aspirazione al suo ricrearsi e riconvertirsi a "cosa", allo stato puro originario nel quale tutte le possibilità sono presenti come latenze e predisposizioni del possibile visivo.

Ciò è vero per Giustino De Santis non soltanto come realtà storica di un divenire oggettivabile della materia pittorica ma come realtà già di fatto oggettivata nel pensiero e nella percezione visiva che la genera.

L’astrazione e l’informalità non sono dunque tappe storiche definitive o momenti di arrivo dell’arte alla sua sublimazione, ma azioni necessarie all’artista in quanto modo dell’intelletto di cogliere e appropriarsi della realtà fenomenica e quindi mezzi di passaggio della ricerca di una propria forma che sia alfine riconosciuta come pura espressione."

Gaetano Maria BONIFATI, in "La scommessa con l’arte" Editrice 28 - Roma 1988

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"L’eccessiva decoratività del lavoro è data da una ricerca volta alla realizzazione di opere dove è evidente come il fine ultimo sia quello di ottenere forme e colori particolarmente seducenti, che non sembrano nascere dalla necessità di documentare particolari finalità espressive".

Premio Trevi Flah Art Museum - TREVI (PG) 1996

Commissione: Getulio Alviani, Fernando De Filippi, Giacinto di Pietrantonio, Helena Kontova, Giammarco Montesano, Pio Monti, Paolo Nardon, Antonio Passa, Gabriele Perretta

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" Le mie simpatie vanno da sempre, forse con esiti un po’ partigiani, all’astrazione.

Vero è che tutta l’arte, sia pure duplicato, sintesi o discernimento della realtà, si dà esclusivamente come abs-trahere. Tuttavia negli autori più consapevoli i risultati ottengono una dignità formale maggiore: Giotto per esempio taglia corte le vesti, elimina il superfluo per render meglio lo spettacolo del miracoloso Francesco: Canova prende forme polite e perfette, descrive nelle Tre muse la apologia del sacro, recuperando persino nella posa a triangolo il celeberrimo indizio di Dio.

Il ‘900, sospinto dalla frenesia industriale cerca forme che si combinino al meglio: nuovamente la geometria costituisce il segreto dell’ingranaggio. Si suole dire che l’arte abbia tenuto dietro, sempre un po’ in distanza, alle trombe dell’economia: falso! L’arte si è pretesa geometrica (e con tutte le geometrie che conosciamo si è nominata astratta) per desiderio di perfezione, per dirittura e vigore concettuale. E non a caso le avventure più potenti e ostili alla modernità sono in certi nostri mistici, onorati vecchi che hanno nome Kandinskij, Klee e soprattutto Malevic: quadrato su quadrato.

Ora esattamente questo sentimento di economia religiosa, il postulato che al nostro retto ragionare corrisponda l’essenza della realtà appartiene a Giustino De Santis. Dunque la pittura può, e perciò deve, essere mezzo di conoscenza, deve avere per oggetto il vero. E il buon esercizio della pittura pretende rigore morale, schiettezza di giudizio.

La pittura è la vita perché non c’è maniera di praticarla davvero se non sino in fondo. E qui si aprono due vie, entrambe percorse dal nostro. La pittura come scienza, interprete delle immagini naturali sopra le tavole di Bacone, prodiga ad indagare le specie animali o gli accostamenti cromatici, gli scherzi del prisma. La pittura altrimenti come ispirazione, divinazione, profezia. Parlare, o meglio tratteggiare sul foglio ciò che, ben oltre l’istinto, una forza segreta sospinge. Quella stessa forza a cui l’artista si appella per condurre una vita senza errore, indefessa fino alla estrema precisione. E si chiude qua il cerchio, come meno e più portati ad infinito ove si toccano gli estremi della retta. Da una parte lo zelo religioso, dall’altra certezze da matematico.

E allora Mimosa può apparire come un gioco cromatico e formale di estremo effetto, ove tutti gli elementi naturali sono ridotti alla loro scarna essenza, colorati, rifoderati per così dire dalla fantasia, l’apparizione alla quale il pittore non può che piegarsi.

Memorie fra Dante e Linneo possiede Triregno con tono più grave, eppure la stessa sostenuta, indefessa ritmicità. Potrei dire, al fondo, essere il modulo, la ripetizione di un segno costante. Eppure De Santis dipinge con contorni che sono fiamme, copre le superfici senza pietà per rigori che non appartengono alla sua visione di pittore.

Per esempio, Il dialogo dei primari rintocca in precisi valori cromatici una struttura scomposta, volutamente squilibrata. Ma il segno, il senso di questo traballare è in Nascenza G ove il seme dischiude forze novelle e la crescita rivela una geometria organica, la reale perfezione, che partecipa al pieno sviluppo del cosmo.

De Santis anela a rappresentare al tempo stesso l’idea ed il particolare mostrando come egualmente ad esse appartenga, in sposalizio al termine della retta, la suprema perfezione."

Vittorio BRAUNER, "Il modulo di natura"

in QUADRI E SCULTURE n.28 - 1997

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"GIUSTINO DE SANTIS impone il suo stile con energia e il simbolismo misurato e piano che ivi riscontriamo si configura come una realtà ottica, un ricordo lontano segnalato con emblemi che provengono dal subconscio per raggiungere un equilibrio di vita e di comportamento."

Oscar VISENTIN, in "ARTE Informazione" – Bologna 5 dicembre 2000

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" E’ una pittura quella di Giustino De Santis, gradevole soprattutto per un’intima, istintiva gioia trasmessa dai colori, per gli umori, le cadenze e la grazia di cui è intessuta ogni composizione, frutto di un attento, intelligente operare, volto ad ottenere, con accostamenti cromatici di sicura eleganza, un’armonica adesione ai genuini motivi ispiratori. Egli sa di avere una capacità visiva che non accarezza il concetto, ma penetra in esso assaporandone il tutto in una grande armonia corale".

Alberto RAIMONDI, in "ARTE Informazione" – Bologna 1 settembre 2001