Sogno di una notte di mezza estate ovvero I compagni di William

di silvio cinque

Senza togliere nulla alla intergità dell’opera, Giuseppe Marini organizza e dirige una compagnia straordinaria che per due ore e mezza inchioda il pubblico della sala Umberto alle poltrone. L’uso preciso delle luci, la precisione millimetrica di laser che scompongono i colori e caratterizzano la singolarità dei personaggi e delle scene, la musica romantica e struggente ed il ritmo sapiente della regia, offre a questa formidabile compagnia l’occasione per strabiliare, emozionare, divertire. La magia così mescolata del Teatro, porta noi spettatori in una sorta di regressione sia psicologica che temporale: torniamo indietro negli anni e nel tempo.

Non è l’ora in cui si incontrano entusiastiche e chiassose scolaresche che numerose hanno goduto, e siamo già al terzo anno di repliche, di questo dono di Talhia, agevolato anche dalla Bibliocard. La regressione psicologica sta nella genuina facilità con la quale si partecipa di tutte le situazioni e quella temporale è relativa al fatto che questo modo di partecipare infantilmente alle situazioni era già presente nel pubblico del teatro di Shakespeare. Così mi immagino di essere là a godere di questa dimostrazione di artisti, perché é così che gli artisti si dimostravano. E allora, per conseguire le osservazioni che lo stesso Marini scrive nel depliant intitolato Appunti per un sogno, il momento più autentico degli attori della Compagnia è quando gli attori recitano la parte degli attori che è quello che volevano dire sia Shakespeare che Marini (in ordine necessariamente cronologico, non alfabetico). Se non fosse per quelle luci laser e per gli specchi e per i costumi ottocenteschi, almeno quelli maschili, sembra proprio di essere a strepitare in un loggione di buon legno elisabettiano.

Ma Marini vuole dire qualche altra cosa, altrimenti avrebbe adoperato un altro linguaggio scenografico. Credo che voglia dire, e con forza, che a Teatro è l’attore che comanda e là anche il Duca ( o il Cavaliere) deve tacere e questo vale in tutte le epoche: per il Seicento c’è la parola, la scrittura di Shakespeare, nella traduzione di Massimiliano Palmese; per la nostra epoca, che ne ha infinitamente più bisogno, ci sono le luci, i costumi e l’accentuazione di certe scene rispetto ad altre. Quella più accentuata, perché più teatralmente autentica, è quella di Priamo e Tisbe e del buco del Muro ovvero Bottom e compagnia (che quando non sono attori... oh beh lasciate perdere) con il loro proclama di libertà.

La libertà ha una bravura, una dignità ed una intelligenza davanti la quale anche il Duca, il Potere, è costretto a inchinarsi. Ma non dimentichiamo mai che tutto ciò è il Sogno di Shakespeare e la vocazione del Teatro. Il Teatro è il bosco, il Teatro è il palcoscenico che si apre e partorisce un altro palcoscenico come in un gioco infinito di specchi, il Teatro è la Luna sopra la quale c’è un Teatro dentro il quale..., ma il Teatro siamo anche gli spettatori dentro quel Teatro e per di più regrediti a spettatori del ‘600. Il discorso come si può notare rischia di farsi pieno di infinite congiunzioni. E Pirandello questa volta non centra nulla, perché per antitesi questa è la Commedia di Shakespeare, questa è la regia di Marini che per sognare, divertire e far pensare si è avvalso di attori di eccezionale capacità, capaci non solo di convincere, ma anche di avvincere.

Del teatro e del sogno

<http://www.salaumberto.com/>

di Giuseppe Marini:

<http://www.culturaspettacolovenezia.it/eventi.asp?id=1297>

In biblioteca, che ve lo dico a fare?, tra libri e multimediali 1032 titoli! Ecco il bibliolistino:

Appia 108; Bibliobus 3: Casa dei Teatri 40; Centrale ragazzi 34; Colli Portuensi 32;

Cornelia 28; Corviale 47; Elsa Morante 57; Ennio Flaiano 48; Enzo Tortora 51; Flaminia 29;

Franco Basaglia 95; Galline Bianche 35; Gianni Rodari 51; Giordano Bruno 38; Longhena 30;

Marconi (chiusa per lavori); Mozart 71; Orologio (vedi Marconi); Ostienze 73; Penazzato 48;

Pier Paolo Pasolini 95; Pigneto 38; Raffaello 50; Rispoli 59 ; Rugantino & Borghesiana 44;

Valle Aurelia 67; Villa Leopardi 37; Villa Mercede compresa via dei Sardi 39; Regina Coeli sez. 3. 2; Regina Coeli sez. 6. 6;

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Il Silenzio musicale di Pippo delBono ovvero c’è del suono in Pippo

Non è un Silenzio assordante il Silenzio di Pippo delBono: sarebbe un ossimoro fin troppo retorico per un Teatro che da sempre attraversa il Novecento con uno sguardo collocato dai bordi ai bordi, dando voce a chi dalla storia viene ignorato, cosizzato o peggio escluso. L’unico silenzio che con pietosa compostezza Pippo e la sua variegata compagnia hanno onorato è quello di Buchenwald.

La voce da bambino adulto di Pippo ricorda l’iscrizione di una lapide del suo cimitero:

quando siete qui fate silenzio, quando uscite da qui NON FATE SILENZIO!

Come il monolito di Kubrik, quello bianco di Burri ricorda il luogo dove fino al 14 gennaio del 1968 era una città, Gibellina, spazzata via dalla furia devastante di un terremoto. Parte da lì una serie di rappresentazioni che hanno per soggetto il silenzio. Silenzio dell’anima, che imprigiona Beethoven, il più grande ossimoro vivente del ‘700, ad un vergognoso segreto; silenzio dell’Universo in un Buddha silenziosamente sgomento; silenzio della Storia che condanna l’Anti-storia alla disperazione della dimenticanza; il silenzio del Potere che tenta invano di imporre rumori e strepiti di regimi e rituali. Ogni tanto un silenzio quotidiano attraversa la scena e silenziosamente insegue una palla, un gioco spensierato di un innocente, o meglio di un incolpevole o manifesta l’abbraccio disperato di due amanti, imprigionati al silenzio dalla loro anormalità, dalla loro asocialità di un patto civile di solidarietà.

Ma il silenzio che dobbiamo cercare non è sul palcoscenico dove suoni, colori e scene si susseguono in un vorticare vorticoso, in un galoppare galoppante fino al salto d’ostacolo finale. Il silenzio è dopo, quando ci raccogliamo in noi stessi per raccogliere i frammenti crepitanti e colorati di coriandoli che Pippo ed i suoi strabilianti e strampalati guitti ci hanno lanciato.

Le musiche, ci sarà forse la mano di Grazia Spinella, autrice di Daleko, una delle canzoni off border più belle del nuovo millennio, dettano sapientemente le tematiche che si susseguono dove mai prima, per esempio, avevo sentito I giardini di marzo con così precisa intensità. Pippo percorre la scena e padroneggia la platea e didascalizza con riflessioni illuminate da una torcia elettrica, coraggiosa nella sua piccolo-principialità. Evocazioni teatrali e cinematografiche, sono d’accordo con Maria, ricordano il mono-mito di Kubrik e Fellini alle 8 e mezzo, e Brecht il maestro dei bordi e dei bordelli, dell’operaio da tre soldi al mese, del figlio vigliacco di una madre obbligatoriamente scoraggiante. Ricordo Pippo già all’Argentina per il suo Esodo dove, anche lì, cumuli di macerie e di materie, attrezzi da canto e da cantiere e mucchi di dispravazione illuminavano contrastanti felicità e sfarzi scandalosi. Ho rivisto Pippo a Rebibbia, in una rappresentazione tratta da opere di Pasolini, dove la sensuale bellezza degli attori e dell’attrice era già di per sé una eversiva, provocatoria promessa di libertà. Silenzio è finito il terz’ultimo venerdì 17 del 2006, uno dei più belli e fortunati venerdì 17 tra quelli che mi ricordi.

il sito di Pippo:

http://www.pippodelbono.it/asp/default.asp