DALLA RIABILITAZIONE DI CESARE LOMBROSO AL MANIFESTO DI MARCELLO PERA

segnalato da trupo

Avanza a passi da gigante in tutti i paesi occidentali l’ideologia razzista e discriminatoria nei confronti delle altre culture e degli altri popoli, delle donne, degli strati sociali non privilegiati e di chiunque si opponga alla nuova ondata reazionaria scatenata dai paesi imperialisti, che si sintetizza in guerre e rapine nei confronti dei popoli oppressi e in negazione delle libertà democratiche, repressione, disoccupazione e precarietà nei paesi ‘sviluppati’.

Questa ideologia, inficiata di luoghi comuni, trova in Italia numerose e aperte manifestazioni, tra le più esemplari, in ordine di tempo, l’appello xenofobo del presidente del Senato Marcello Pera “Fermiamo il barbaro Islam!”, che ci richiama ai tempi dell’odiosa ondata nazifascista che nel secolo scorso investì anche il nostro paese e che rappresentò alcune delle pagine più servili e vergognose della nostra storia.

Per dare anche una facciata ‘pseudo-scientifica’ ai nuovi rigurgiti fascisti, non a caso negli ultimi anni, vengono rispolverate teorie ultrareazionarie come quelle del fondatore dell’antropologia criminale Cesare Lombroso, il quale cento anni fa sosteneva che a causa di una ‘anomalia congenita’, determinate tipologie di individui, agiscono abbandonandosi ad un impulso primordiale (atavico) indipendente dalla loro volontà.

Secondo questa teoria la criminalità è una malattia, che ha precise cause biologiche e manifestazioni psicologiche, somatiche e fisiologiche, che vanno individuate tenendo presenti anche fattori come l’età, il sesso, la razza, la provenienza climatica e geografica, la religione, le condizioni culturali, sociali, economiche, ecc. Su questa base sarebbe possibile individuare per tempo i soggetti socialmente pericolosi e isolarli dalla comunità prima che abbiano tempo e modo di commettere dei crimini.

La casistica costruita dall’ ‘insigne studioso’ individuava tra gli ‘importanti segni rivelatori del criminale’ anche caratteristiche fisiche come la conformazione del cranio (ridotta capacità cranica, fronte bassa e sfuggente) e delle ossa facciali (struttura facciale e zigomi sporgenti, mandibole sviluppate, canini pronunciati, denti in soprannumero o in doppia fila), le orecchie prominenti o a sventola, lo strabismo, il labbro leporino, la sottigliezza del labbro superiore, i capelli ricci oppure fitti in associazione a barba rada o mancante, l’ “eccessiva” pigmentazione della pelle, la balbuzie, il mancinismo, ecc.

Alla campagna di riabilitazione di questo ciarlatano spacciato per scienziato e delle sue teorie reazionarie, oggi partecipano in prima fila anche testate giornalistiche di rilievo. È il caso di Repubblica che, non certo per fare informazione, il 18 febbraio scorso ha dato il suo contributo di stampo discriminatorio con l’articolo di Caterina Pasolini “Brutti e criminali lo dice la scienza”. In questo articolo, l’autrice riporta il ‘risultato’ di una ‘ricerca scientifica’ condotta da due economisti americani Naci Mocan dell’Università del Colorado e Erdal Tekin della Georgia State University che avrebbero individuato un collegamento diretto tra aspetto fisico e delinquenza “E lo fanno con la forza dei numeri, avendo seguito la storia di 15mila studenti tra il 1994 e il 2002” (La Repubblica 18 febbraio 2006).

Con la ripresa di questo sistema teorico, si cerca di ridare credibilità e scientificità al vecchio luogo comune risalente ai secoli XVIII e XIX, secondo il quale la malvagità si rifletteva nei tratti del volto e che venivasintetizzato nel detto “Il viso è lo specchio dell'anima”. In questo modo venivano fornite basi giustificative alle teorie razziali che consideravano gli strati popolari interni alle nazioni capitalistiche e le popolazioni indigene delle colonie europee di quel periodo, vicini allo stadio evolutivo dei mammiferi inferiori. Non solo, Lombroso si spinse fino a teorizzare l’esistenza di intere razze con naturale propensione alla criminalità. Le nefaste conseguenze di queste teorizzazioni le subirono:

già nell’Europa di fine Ottocento, comunisti, anarchici, proletari, strati emarginati della popolazione, zingari, tutti accusati di rappresentare una minaccia all’ordine sociale e politico e ‘scientificamente’ sottoposti a politiche repressive spesso preventive, con misure che andavano dalla detenzione a vita, alla deportazione e ai lavori forzati fino alla pena di morte;

la popolazione del meridione d’Italia, la cui conformazione del cranio diventava ‘prova’ della sua inferiorità, barbarie, criminosità e giustificazione per la messa in atto di una feroce repressione ai suoi danni;

le popolazioni arabe che, assoggettate dal colonialismo italiano di matrice prima liberale e in seguito fascista, subirono, spesso solamente a scopo preventivo, arresti, deportazioni, violenze e massacri, esaltati da scribacchini e poetanti di regime, precursori del fenomeno Fallaci, quali ad esempio, fin dal 1911, Gabriele D’Annunzio che, nelle Canzoni della gesta d’Oltremare, arrivò a definire le popolazioni arabe “non uomini ma cani”.

Fu soprattutto per giustificare la politica espansionistica di rapina, di assoggettamento e di sterminio nelle colonie, che i paesi imperialisti europei costruirono le ‘scienze’ antropologiche e sociali e si impegnarono nello sforzo di costruirne un impianto sistematico.

In Italia, più che altrove, la costruzione di questo apparato teorico vide, fin dai suoi inizi, una partecipazione e una profusione di impegno tali da non trovare riscontri simili negli altri paesi europei. Cesare Lombroso rappresentò presto il baluardo teorico per lo scatenamento, da parte della borghesia italiana, della guerra contro la diversità, indicata come sinonimo di caos e di instabilità. A questo seguì un progressivo e inesorabile scivolamento verso la costruzione del mito della razza, teoria che fornirà, qualche decennio più tardi, una solida base per lo sviluppo dell’antropologia fascista.

Durante gli anni Trenta, infatti, di fronte alle guerre di resistenza e di liberazione, condotte dalle popolazioni africane contro i domini coloniali europei, nell’Italia fascista, la stragrande maggioranza degli ‘studiosi’ dichiarava la propria disponibilità a mettere le proprie ricerche e i propri percorsi di studio al servizio dell'impresa coloniale in nome della superiorità della razza italica e della sua "vocazione" al predominio su tutte le altre popolazioni mediterranee. Disponibilità che venne sintetizzata, nel 1938, nel "Manifesto degli scienziati razzisti".

Uno degli esponenti delle teorie razziali di maggiore spicco in quel periodo, fu l’antropologo Lidio Cipriani che sosteneva l’impossibilità di una evoluzione delle popolazioni africane, per via di una loro presunta immodificabilità dovuta a cause di tipo biologico. Pescando quindi a piene mani dalle ‘ricerche’ affastellate dal suo predecessore Cesare Lombroso, l’antropologo enucleava la tesi del rapporto irreversibile tra tratti somatici e sviluppo mentale, giustificando così la teoria dell’inferiorità della razza nera.Non fu certo un caso che, proprio alla fine di quegli anni, vennero varate in Italia ad opera di Mussolini e Vittorio Emanuele, anche le leggi razziali contro gli ebrei, che garantiranno “copertura giuridica” alle persecuzioni e alle deportazioni su vasta scala che si scateneranno a partire da quel periodo.

La borghesia italiana, nella tentativo di costruire un’egemonia ideologico-culturale, che supporti e giustifichi la sua politica ultrareazionaria finisce per riprendere e sviluppare in forme nuove, vecchie ideologie razziste e fascisteggianti. Contro tutto questo bisogna aprire e sviluppare anche l’iniziativa sul fronte della lotta delle idee.

Articolo apparso su: “Punto a Capo” N° 0 marzo-aprile 2006. Trento